Nel corso della sua lunga storia, il Giappone ha dato origine a svariati generi e sottogeneri proprio del suo territorio e figli della loro società e cultura. Gli Iyashikei (癒し系 – traducibile in “guarigione”) è uno fra questi. Semplificando, è un tipo di racconto slegato da una rigida consecuzione di eventi e divisione in atti, votato a generare un senso di tranquillità e talvolta malinconia nel fruitore.
Nel cinema si può afferire a questo genere Our Little Sister di Hirokazu Kore-eda (basato sul manga Umimachi Diary di Akimi Yoshida), o guardando ad occidente se ne riconoscono tutti gli elementi in Perfect Days di Wim Wenders; mentre nell’animazione due esempi celebri potrebbero senza dubbio essere Il mio vicino Totoro di Hayao Miyazaki o I sospiri del mio cuore di Yoshifumi Kondō.
In questo genere, la malinconia è spesso una forma di riflessione e tramite essa di cura appunto, non venendo mai vista come un sentimento negativo e prendendo forma in uno o più elementi narrativi. E cosa meglio del cibo può allo stesso farsi sentire rilassati, guariti e malinconici? Proprio agli iyashikei ed al cibo si lega Little Forest di Daisuke Igarashi, edito in un unico volume da Coconino Press.
Dal cibo a sé stessi

Nel racconto della vita rurale della giovane Ichiko, il filo conduttore non è una vera e propria trama, ma l’avvicendarsi delle stagioni e con esse i differenti frutti della terra e dei boschi, sotto forma di capitoli brevi e autoconclusivi imperniati su un ingrediente o piatto. Little Forest nasce nei primi anni duemila, dopo la decisione dell’autore di trasferirsi in un piccolo villaggio nella prefettura di Iwate, vivendo le esperienze che sono fondamento di questo suo manga e, più in generale, un contatto con la natura che diventerà perno centrale di tutta la sua poetica successiva.
Nel raccontare tramite Ichiko uno spaccato del suo vissuto, Igarashi unisce la forma narrativa dello iyashikei alla manualistica culinaria, connettendo la divulgazione su ingredienti e ricette a riflessioni di carattere universale. Agricoltura, tradizione e cucina non sono quindi solo un modo per (far) conoscere il territorio, ma un mezzo di connessione a ritmi ed esigenze della natura, tramite i quali portare avanti una riflessione su sé stessi.
L’autoanalisi in un ingrediente

Ogni persona porta con sé del vissuto formato da traumi e scelte sbagliate, piccole o grandi che siano. Nel caos di una quotidianità soffocante, non esiste un vero e proprio spazio per l’introspezione, un tempo e un modo per arrivare ad una nuova consapevolezza. Ichiko non rappresenta solo un alter ego di Igarashi, ma sintetizza proprio quella necessità di calma e autoanalisi di cui qualunque individuo ha bisogno. Lasciarsi andare ai dettami della natura, ad una routine lenta eppure del non tutto prevedibile, tornare alle radici – in senso umano quanto letterale – è uno strumento universale di guarigione passiva.
L’autoanalisi non arriva in Little Forest, quindi, come bisogno primario della protagonista, ma come conseguenza del tipo di vita che ha scelto. Coltivare, sperimentare, cucinare, mangiare, imparare a conoscere la terra come fosse un enorme essere vivente portano Ichiko a connettersi con i suoi ricordi d’infanzia e di riflesso a pensare al suo presente e futuro. Ogni singolo piatto e ingrediente (e quindi ogni singolo capitolo) si traduce in un pensiero in base al modo in cui si connette alla natura e all’essere umano.
La propria “Little Forest”

La maestria di Igarashi risiede nell’indurre questi pensieri in Ichiko e di riflesso nei lettori senza mai perdere il focus primario di Little Forest. Esseri umani, ambienti e sfondi passano molto spesso in secondo piano, venendo sintetizzati talvolta al limite del minimalismo, proprio per mantenere l’attenzione su una preparazione, una verdura, un ortaggio e i loro gusti. In questo modo, si segue lo stesso percorso mentale della protagonista.
In un lettore italiano, assistere alla tradizione culinaria giapponese raccontata con tanta cura e amore rievoca immediatamente un senso di casa e familiarità, facendo volare la mente alle proprie tradizioni, alla propria “Little Forest”, magari alle ricette delle nonne, a qualche conserva lunga e laboriosa dal sapore inimitabile, a feste ed usanze uniche della propria realtà. Ecco che arrivano i pensieri sul proprio passato, sulle scelte di vita, su chi si è e si diventerà. Eppure si stavano solo leggendo una ventina di pagine sulla soia o i mochi.
