Dopo ben dieci anni di assenza, il regista danese Nicolas Winding Refn torna nelle sale cinematografiche con il suo nuovo film “Her Private Hell”. L’autore divenuto popolare grazie allo splendido “Drive” che vede come protagonista l’amatissimo Ryan Gosling decide di proseguire un cammino già accennato nelle ultime fasi della sua filmografia, rendendo sempre più esplicita la volontà di distaccarsi da un mercato piuttosto mainstream e di rimanere in una cerchia prettamente autoriale. Infatti, Her Private Hell si manifesta già dalle sue prime battute come un viaggio onirico, criptico, metaforico e sicuramente non accessibile alla maggior parte del pubblico.
Elettra

Come dichiarato dallo stesso regista, la trama di Her Private Hell non è il fulcro della pellicola, ma rimane comunque l’ancora presso cui ruota intorno tutta l’essenza del film. In parole molto semplici, Elle (Sophie Tatcher) cerca di risanare il rapporto con il padre. Contemporaneamente, un soldato è alla ricerca di sua figlia. Le due storie si svolgono in maniera pressoché indipendente per essere, poi, in fin dei conti adiacenti ai fini dell’esigenza narrativa. Se spesso e volentieri si menziona in varie narrazioni e in vari film il complesso di Edipo, in questo caso a essere centrale è proprio il complesso di Elettra. Non a caso la protagonista si chiama Elle e può essere di conseguenza facilmente interpretata come il cuore pulsante del complesso precedentemente menzionato. La figura del padre per tutta la durata del film si rivela ambigua, misteriosa, ma profondamente assente. Decisamente più presente, ma in modo altrettanto più problematico è la figura della matrigna, la quale segue il flusso della narrazione, ma soprattutto la psiche della protagonista. Perché Her Private Hell ha una trama, ma va percepita. Bisogna ruotare intorno a essa per scavare più a fondo; per psicoanalizzare Elle. Infatti, la narrazione non coccola lo spettatore, lo mette in gioco tra sogni, realtà, allucinazioni, dialoghi criptici, sguardi e silenzi; il tutto rendendo non lineare quella che potrebbe essere una semplice trama già vista.
Sognando

Il concetto onirico non emerge solo grazie alla narrazione, ma anche e soprattutto per il pacchetto stilistico adottato da Refn. Il regista non si limita a sfruttare giochi di inquadrature scegliendo primi piani per entrare in intimità con i personaggi, ma costruisce un mondo intorno. Luci e neon diventano essenziali, quasi come se fossero anche loro protagonisti della pellicola. Her Private Hell grazie ai giochi di luce in simbiosi con la costante musica inquietante che avvolge l’intero film permette a Refn di rivelarsi referenziale rispetto a registi come Lynch o Argento. Infatti, il modo in cui è costruito il film ricorda molto una fiaba inquietante che tra un’inquadratura e l’altra, ma soprattutto tra un neon e l’altro, può dare allo spettatore la sensazione di ritrovarsi dentro “Suspiria” di Dario Argento. Nella sua integrità, il pacchetto proposto dal regista di “Bleeder” se visto con occhi più lucidi può dare certamente la sensazione di star scrollando numerosi contenuti su app come TikTok o Instagram e non sarebbe strano pensare che sia una scelta consapevole e volontaria dato che ormai il confine tra contenuto social e cinema inizia a diventare sempre più sottile.
Un osservazione rimane facilmente constatabile: che tutto questo sia consapevole e volontario o meno, Refn sta creando una bolla. Emerge in modo evidente una necessità di staccarsi dal classicismo, dalle regole e dalla volontà stessa dello spettatore. Tanti film vogliono adagiarsi fornendo il pasto pronto a chi guarda. In questo caso, Nicolas Winding Refn decide di applicare la regola del “show and don’t tell” e di ricordare la differenza tra il guardare e il vedere. Her Private Hell è un film complesso, onirico e stratificato che crea sicuramente caos all’interno del mondo cinefilo. E forse è proprio di questo che il cinema ha bisogno per non morire.
