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Un video di un minuto, oltre due milioni di visualizzazioni, e l’Italia divisa a metà. Alan Sampietro, titolare dell’Hostaria 2.0 di Lesmo, in provincia di Monza, ha trasformato una recensione negativa in una dichiarazione di intenti che ha infiammato i social network: il suo locale, annuncia con una certa dose di orgoglio, vuole diventare il primo ristorante child free della Brianza. Via i seggioloni, cancellato il menù baby, e un messaggio chiaro a chi prenota: se avete bambini piccoli, forse questo non è il posto giusto per voi.

La scelta, rivendicata apertamente su Instagram, ha generato una discussione torrenziale. Da una parte chi si complimenta per il coraggio di prendere una posizione netta in un mercato della ristorazione sempre più standardizzato. Dall’altra chi accusa il ristoratore di fomentare l’odio verso i bambini, di contribuire alla denatalità, di mandare un messaggio “violento ed esclusivo” verso le famiglie.

Ma come si arriva a una decisione così radicale? La miccia è stata una recensione da una sola stella lasciata da una madre scontenta. La donna aveva pranzato al ristorante con il marito e il figlio di 18 mesi. Essendo inizialmente gli unici clienti, aveva permesso al bambino di girare liberamente per la sala. All’arrivo degli altri commensali, però, la situazione era cambiata: Sampietro si era rivolto ai genitori chiedendo di tenere sotto controllo il piccolo, per non disturbare gli altri ospiti. Una richiesta che la madre aveva definito “un’uscita infelice“, seguita dalla recensione punitiva.

Il ristoratore racconta che dopo quell’episodio molti clienti abituali gli hanno espresso solidarietà, incoraggiandolo a prendere una posizione chiara. E così ha fatto, spiegando le ragioni della sua scelta in un post successivo che ha cercato di placare le acque ma che, inevitabilmente, ha continuato ad alimentare il dibattito.

L’Hostaria 2.0 è un locale raccolto: 70 metri quadri, 26 coperti distribuiti su tavoli prevalentemente da due persone, solo due tavoli da quattro e uno da sei. L’atmosfera che Sampietro vuole offrire è quella di un’esperienza intima, con luci soffuse, una proposta gastronomica ricercata e un servizio pensato per un pubblico adulto. “Che offerta potrei dare a un bambino? Zero“, spiega il ristoratore raggiunto dal Corriere della Sera.

Sampietro tiene a precisare che non odia i bambini, anzi: è padre di due figli di 11 e 7 anni e ha cinque nipoti. La sua non è una crociata ideologica contro l’infanzia, ma una scelta di posizionamento commerciale. “Il nostro è un ristorante con una proposta gastronomica e un tipo di servizio pensati per un’esperienza adulta e tranquilla”, spiega. “Per questo abbiamo scelto di rivolgerci a una clientela adulta e di comunicarlo chiaramente prima della prenotazione, anziché creare situazioni spiacevoli una volta che una famiglia è già arrivata”.

Se qualcuno chiamasse per prenotare specificando la presenza di un bambino di quattro anni, Sampietro non rifiuterebbe formalmente (sarebbe illegale), ma si domanderebbe quale senso abbia per quella famiglia cenare in un ambiente dove, evidentemente, i piccoli non sono i benvenuti. “Mi domando che senso abbia andare dove non si è ben accetti, non da me, dai commensali”, sottolinea.

Il dibattito sui social è esploso con una virulenza rara. “Questo video genera odio”, scrive una donna senza mezzi termini. “Ottimo, ho iniziato a seguirti perché sarei voluta venire, ma adesso non posso più”, rincara un’altra utente. Ma i commenti favorevoli sono altrettanto numerosi e convinti: “Perfettamente d’accordo. Ci sono moltissimi locali in zona adatti ad accogliere le famiglie con bambini piccoli, non vedo dove sia il problema”. Molti genitori si schierano a favore della scelta: “Da mamma di tre bambini, condivido assolutamente“.

A prendere posizione è anche la sindaca di Lesmo, Sara Dossola, psicologa con una cattedra alla Facoltà di Scienze Pedagogiche della Bicocca e già assessora al Sociale e alle Pari opportunità. Le sue parole sono nette: definisce la scelta “estrema” e il modo di comunicarla “plateale“, con un messaggio che giudica “un po’ violento ed esclusivo”. La sindaca solleva anche interrogativi più ampi: “Cosa diremo a un disabile che ha delle difficoltà a esprimere le emozioni e a controllare gli impulsi? Che non può stare nei luoghi pubblici perché dà fastidio? Dobbiamo restare umani“.

Ma dalla polemica può nascere anche qualcosa di costruttivo. L’eurodeputato Pierfrancesco Maran, già assessore alla Casa di Milano, insieme alla stessa sindaca Dossola ha lanciato una proposta: trasformare il dibattito in uno strumento utile per le famiglie. L’idea è creare una mappa territoriale dei locali a misura di famiglia, in collaborazione con Confcommercio e i Comuni della Brianza.

Non si tratterebbe di un bollino di qualità né di una classifica tra locali “buoni” e “cattivi“, ma di una guida semplice e consultabile che indichi, per ciascun bar o ristorante, quali servizi sono effettivamente disponibili: seggioloni, fasciatoi, bagni adeguati, spazi gioco, personale formato per accogliere bambini. Una mappa che permetta alle famiglie di sapere in anticipo dove trovare un’accoglienza pensata per loro, e che dia visibilità agli esercenti che scelgono di investire in questa direzione.

Non imponendo modelli, ma offrendo più informazioni, più possibilità di scelta e maggiore attenzione alle diverse esigenze delle persone”, spiegano Maran e Dossola nella nota congiunta. “Da una vicenda che ha fatto molto discutere può quindi nascere qualcosa di positivo: una proposta che parte da una vicenda accaduta a Lesmo, ma che può diventare un progetto per la Brianza”.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.