Torna in una mastodontica versione Omnibus da oltre millepagine targata Planet Manga, Bestiarius di Masasumi Kakizaki. Il mangaka, già noto per la crudezza espressiva e il rigore grafico dimostrati in lavori quali Rainbow, Hideout e Green Blood, si cimenta qui con una complessa operazione di sincretismo narrativo. L’opera unisce l’immaginario storico dell’Impero Romano del I secolo d.C. agli stilemi del dark fantasy di matrice mitologica. Il risultato è un’epopea fanta-storica che rifugge la mera celebrazione della Roma classica per concentrarsi sulle dinamiche di oppressione, assimilazione culturale e resistenza dei popoli sottomessi, mediata attraverso la figura metaforica del “mostro”.
Di cosa parla Bestiarius

Nel 70 d.C., l’Impero Romano guidato dalla dinastia Flavia prosegue la sua inarrestabile espansione transcontinentale, ma le legioni non si scontrano unicamente con eserciti umani. Nelle terre d’Albione e nelle isole del Mediterraneo, l’Urbe affronta e assoggetta creature leggendarie ereditate dal folklore europeo e dalla mitologia classica. Viverne dotate di intelletto, minotauri, orchi e altre specie antropomorfe o semi-umane vengono trattate alla stregua di popolazioni barbare, sconfitte dalla superiore organizzazione bellica romana e ridotte in schiavitù.
Nell’anfiteatro Flavio e nelle arene delle Province, le creature superstiti e gli umani ribelli vengono privati della loro identità e riclassificati come bestiarii, i gladiatori storicamente destinati a combattere contro le fiere. Tra questi spiccano l’orfano Finn, cresciuto e addestrato dall’ultima viverna rimasta in vita, Durandal, e il minotauro Taros, costretto a misurare la propria immensa forza bruta contro la spietatezza dei patrizi romani.
Le storie e i destini di questi e altri personaggi si intrecciano in una saga che diventa generazionale e in cui l’arena diventa, come nella miglior tradizione del peplum, uno spazio microscopico di scontro sociale, dove il discrimine tra “umanità” e “bestialità” viene continuamente sovvertito e ridefinito dall’arbitrio del potere centrale.
Reinterpretare il passato per indagare le contraddizioni del presente

Bestiarius si focalizza sulla decostruzione del concetto di alterità. L’Impero Romano non viene rappresentato come il faro della civiltà occidentale, bensì come una macchina burocratica e militare imperialista, mossa da una logica etnocentrica che deumanizza ciò che non comprende o non può assimilare.
Le creature mitologiche, lungi dal rappresentare minacce irrazionali alla stabilità del mondo, incarnano le minoranze oppresse, le culture autoctone eradicate dall’espansionismo coloniale. Il legame che si instaura tra gladiatori umani e “mostri” non è dettato da un ingenuo sentimentalismo, ma da una profonda solidarietà di classe e di condizione: entrambi condividono lo status di proprietà dello Stato, entrambi sono carne da macello destinata al compiacimento di una plebe anestetizzata dai giochi e di un’aristocrazia corrotta.
La scrittura di Kakizaki è cruda e asciutta caratterizzata da un costante senso di tensione e incertezza. Lo sviluppo dei personaggi segue l’archetipo della crescita attraverso il trauma. Figure come Finn o il gladiatore Zenone non compiono un percorso di maturazione lineare; la loro evoluzione è determinata dalle violenze psicologiche e fisiche imposte dal sistema dell’arena. C’è però da sottolineare come il manga sia pervaso da una tendenza alla schematizzazione manichea: i romani rivestono quasi uniformemente il ruolo di aguzzini sadici e i mostri quello di vittime stoiche limitando talvolta la tridimensionalità psicologica del cast, preferendo quindi l’efficacia dell’impatto emotivo immediato alla complessità delle sfumature caratteriali.
Storie a confronto
Rimane apprezzabile l’effetto ucronico della narrazione anche se rileggendo Bestiarius, nel contesto del dark fantasy contemporaneo, emerge un inevitabile confronto con il Berserk di Kentaro Miura. Sebbene il lavoro di Kakizaki condivida con quest’ultimo il nichilismo di fondo, la violenza esplicita e l’esplorazione del dolore, si distanzia per la sua radice storicistica.
Laddove Miura edifica un microcosmo interamente fittizio influenzato dal medioevo europeo, Kakizaki vincola la sua fantasia alla rigidità delle coordinate storiche reali. Questo approccio lo avvicina maggiormente ad opere come Vinland Saga di Makoto Yukimura o Kingdom di Yasuhisa Hara, manga in cui la fedeltà filologica (pur con le dovute licenze poetiche) funge da pilastro per la credibilità del racconto.
Rispetto a Vinland Saga, che evolve da uno shonen di vendetta a una complessa riflessione filosofica sul pacifismo e sull’utopia, Bestiarius mantiene una focalizzazione più stringente sull’azione e sulla ribellione fisica, assimilabile alla parabola storica dell’insurrezione di Spartaco, qui rivisitata in chiave mitologica. Il sincretismo di Kakizaki risuona anche con le atmosfere di certe opere occidentali, come il filone cinematografico del peplum revisionista (Il Gladiatore) o la serie televisiva Spartacus, ma con l’aggiunta di quel fatalismo tragico tipico della narrativa giapponese d’azione.
Il chiaroscuro come strumento drammatico

In Bestiarius, il tratto del mangaka si distanzia radicalmente dalle tendenze minimaliste o digitali della contemporaneità, prediligendo un approccio materico, denso, caratterizzato da un uso ossessivo del tratteggio manuale e del chiaroscuro. L’uso densissimo dei neri riflette il molto bene il mood della narrazione rappresentando l’oppressione psicologica dei protagonisti.
Il character design evidenzia una dicotomia funzionale: i personaggi umani presentano lineamenti marcati, espressivi, spesso solcati da cicatrici e rughe che testimoniano la durezza della loro esistenza, mentre le creature mitologiche sono realizzate con un rigore anatomico eccezionale. Il minotauro Taros o le diverse specie di rettili e chimere non sono mai stilizzati; l’autore ne cura la texture della pelle, la pesantezza della muscolatura, la lucentezza delle scaglie, conferendo loro una fisicità imponente e credibile.
Le tavole si distinguono per una scomposizione del layout dinamica ma rigorosa, che esalta la cinetica dei combattimenti senza mai sacrificare la leggibilità della pagina. Le scene d’azione sono caratterizzate da un realismo viscerale: gli impatti delle lame, le amputazioni e gli schizzi di sangue sono resi con una precisione chirurgica che accentua la brutalità del contesto gladiatorio.
Notevole è inoltre la ricostruzione delle architetture romane e degli equipaggiamenti militari; i dettagli delle armature delle legioni, dei gladii e delle strutture urbane dimostrano una fase di studio e di documentazione approfondita che funge da perfetto contrappeso realistico alla natura fantastica delle creature descritte.
Bestiarius è un lettura consigliata ad un pubblico maturo sia per i temi trattati che le modalità in cui vengono trattati. Al classico immaginario dark fantasy si unisce anche il contesto”esotico” e la sua riscrittura ucronica.
L’Omnibus permette di fruire della continuità di un racconto che, pur soffrendo talvolta di una certa ripetitività strutturale nelle fasi centrali e di una caratterizzazione dei villain forse un po’ troppo bidimensionale, mantiene una coerenza stilistica e tematica e offrendo una prospettiva laterale e critica sulle dinamiche dell’imperialismo antico attraverso la lente deformante del mito.
