A ottantasei anni dal debutto di Batman sulle pagine di Detective Comics #27 (data di copertina maggio 1939), l’industria del fumetto statunitense si trova periodicamente a dover rispondere alla medesima, complessa esigenza: come rendere il personaggio ancora rilevante e interessante per le nuove generazioni? Se il cinema, l’animazione e i videogiochi hanno agevolato questo processo, nel mondo del fumetto la questione è sempre stata più complessa.
La risposta data dallo sceneggiatore Scott Snyder e dal disegnatore Nick Dragotta è una delle operazioni di decostruzione e ricostruzione filologica più radicali del nuovo millennio. Si tratta di Absolute Batman di cui Panini DC Italia propone il primo volume Absolute Batman 1 – Lo Zoo (che raccoglie i primi sei albi della serie regolare).
A una prima e superficiale lettura, l’Absolute Batman di Snyder e Dragotta potrebbe apparire come l’ennesimo tentativo iper-muscolare e ultra-dark di aggiornare il personaggio ai gusti di un pubblico assuefatto a estetiche videoludiche e mangofile, eppure la rilettura in volume di questo primo ciclo di storie rivela un affascinante paradosso: per spingere l’Uomo Pipistrello nel futuro, gli autori sembrano aver scavato fino alle origini più pure, violente e pulp della Golden Age (1939-1940), quando il personaggio portava la firma diretta del suo creatore Bob Kane e, soprattutto, del troppo spesso dimenticato Bill Finger.
Sotto l’idea di un giovane Bruce Wayne operaio, privo di magione, privo di maggiordomo e soprattutto privo della sua infinita ricchezza, pulsa il medesimo cuore di quel Bat-Man delle origini che si muoveva in una grande metropoli cupa, dalla moralità grigia e in cui si allungava l’ombra della guerra.
Un Batman “fai-da-te”

La cifra narrativa di Absolute Batman risiede in uno specifico rovesciamento di paradigma: la perdita dello status socio-economico. Se nel canone classico la crociata di Bruce Wayne è finanziata dal suo patrimonio multimiliardario, nell’Universo Absolute il giovane Bruce è un ingegnere civile di ventiquattro anni di estrazione “proletaria” (il padre è un insegnante e non un affermato chirurgo) che possiede come uniche risorse il fisico imponente, una mente raffinata e una spiccata manualità.
Questa scelta così radicale di Scott Snyder ci riconduce direttamente al nucleo narrativo del 1939.
Sebbene il Bruce Wayne di Bob Kane fosse formalmente presentato come un socialite annoiato e facoltoso, la sua attività di vigilante nei primi numeri di Detective Comics era caratterizzata da una marcata “artigianalità” tecnologica.
Il Batman della Golden Age non disponeva di tute potenziate in kevlar multistrato o supercomputer installati nella Bat-caverna né tanto meno di una futuristica automobile; i suoi strumenti erano ridotti all’essenziale: una berlina rossa in cui cambiarsi, una cintura con attrezzature molto rudimentali e una straordinaria propensione per l’ingegneria chimica applicata (come l’uso di acidi o gas soporiferi auto-prodotti).
Snyder recupera esattamente questo approccio “fai-da-te” e lo nobilita attraverso la professione civile di Bruce. In Lo Zoo, Absolute Batman riutilizza materiali edili di scarto e utensili pesanti da cantiere.
La sua iconica e massiccia ascia pettorale – che ha destato non poche perplessità nella critica – non è altro che una spettacolarizzazione dell’approccio pragmatico e non ortodosso del primo Batman cartaceo. Nel 1939, Batman applicava una giustizia punitiva, sbrigativa e spesso letale: non esitava a far cadere un criminale in una vasca piena di acido (Detective Comics #27) oppure farli cadere nel vuoto (Detective Comics #38).
Questa ferocia metodologica si ritrova nell’estrema brutalità e fisicità dell’Absolute Batman che è anche priva di quella patina di moralismo istituzionalizzato sotto il cui giogo verrà costretto Batman a partire dagli anni ’50 con l’introduzione coatta del Comics Code Authority.
L’espressionismo grafico di Nick Dragotta: tra Bob Kane e il Costruttivismo

Se la sceneggiatura di Snyder scava nelle origini pulp del personaggio, è Nick Dragotta (coadiuvato dai colori lividi e materici di Frank Martin) a compiere, graficamente, l’operazione di decostruzione più audace ricollegandosi visivamente all’estetica della Golden Age.
Per comprendere l’Absolute Batman di Dragotta è necessario spogliare l’occhio dalle convenzioni anatomiche del classicismo supereroistico – ovvero quello imposto dal canone di Neal Adams prima e Jim Lee poi – e riabbracciare il minimalismo grafico di Bob Kane.
Il tratto di Kane, oggi liquidato in maniera frettolosa come “ingenuo” o tecnicamente impreciso, era in realtà fortemente debitore dell’espressionismo tedesco e delle geometrie rigide dei primi decenni del Novecento. Bob Kane delineava il suo Batman con una silhouette spigolosa, rigida e demoniaca; Nick Dragotta modernizza questo concetto lavorando su masse geometriche ipertrofiche, quasi cubiste, che comunicano un senso di ineluttabile pesantezza fisica.
Quella di Dragotta è una sintesi visiva che ingloba diverse influenze dal manga, al fumetto indipendente anni 90 passando per la scuola inglese degli anni 80. Se il Batman di Neal Adams era stato definito un “incrocio fra Bruce Lee e Brock Lesnar” dove il canone della kalosagathia era perfettamente espresso, Absolute Batman è un blocco di muscoli, un pilone di cemento armato che si muove minaccioso e in maniera innaturale per la sua stazza.
Un Paul Bunyan (il tagliaboschi del folklore americano – non a caso Absolute Batman trova in un ascia la sua arma preferita) urbano che con la sua destrutturazione anatomica esasperata rievoca la bidimensionalità minacciosa delle prime tavole di Kane, dove il Bat-Man appariva enorme e innaturale rispetto ai gangster che terrorizzava.
Dragotta imposta le tavole su una griglia geometrica rigida e fittissima che riflette tutta l’urgenza e il carattere dirompente del protagonista e delle sue azioni. Le inquadrature dal basso enfatizzano la verticalità di una Gotham opprimente. I neri pieni e i forti contrasti chiaroscurali dominano l’opera, riducendo Absolute Batman a un’ombra gigantesca che si staglia contro spazi urbani svuotati della loro famigliarità.
Il colorista Frank Martin poi assimila la logica espressiva del fumetto Golden Age con tinte piatte e sature. In Lo Zoo, la tavolozza dei colori è ridotta all’essenziale: dominano i grigi del cemento, i verdi e i marroni marci delle zone industriali abbandonate e un rosso violento che esplode nei momenti di massima tensione drammatica.
I contrasti non sono sfumati con gradienti digitali morbidi, ma sono netti, quasi taglienti, lavorando per sottrazione proprio come i vecchi rulli di stampa degli anni 40.
Questo rigore cromatico esalta il tratteggio spigoloso di Dragotta. Le sue chine, sporche e pesanti, fuggono la pulizia del disegno vettoriale moderno per restituire la sensazione di una pagina incisa, quasi xilografica. La fisicità di questo Batman non è solo tematica, è materica: si avverte il peso del metallo, la durezza dell’asfalto e la fragilità delle ossa che si spezzano sotto i colpi del vigilante.
Proprio il corpo, anzi la brutalità nel combattimento è un altro fattore che evidenzia il “ritorno” alla Golden Age. Il ninja iper-addestrato del canone classico – capace di padroneggiare corpo e mente in maniera quasi soprannaturale – cede il passo ad un Absolute Batman devastante, un rullo compressore che sfrutta la propria massa per eliminare quanti più nemici possibili, più velocemente possibile e soprattutto in maniera più definitiva possibile. Niente studi anatomici per rendere i nemici inermi in maniera non letale ma colpi pensati e chirurgici, proiezioni e leve per eliminarne quanti più possibile in un solo colpo.
Viene ripensato anche il mantello come arma. Per il Batman della Golden Age, quel mantello così ampio ma anche così “tagliente” era uno strumento intimidatorio, Absolute Batman lo trasforma in un elemento organico e quasi “vivo”. Un’arma d’attacco ma anche di difesa, uno strumento tattico ma anche pratico per muoversi con più agilità “alleggerendo” la propria massa.
Se il Batman degli esordi utilizzava pochi colpi intimidiva con il suo aspetto – come un pugile – per Absolute Batman invece il nemico è materiale di risulta da smaltire velocemente senza troppe cerimonie.
Una Gotham primitiva e decadente

Il titolo del primo arco narrativo, Lo Zoo, non è soltanto una metafora legata alla ferocia urbana di Gotham City ma sottintende un preciso commento sociale e una dichiarazione d’intenti sul tipo di avversari che Bruce Wayne deve affrontare.
Se la Gotham classica è una metropoli dominata da una criminalità organizzata di stampo mafioso classico (la famiglia Falcone, i Maroni) progressivamente scalzata da “freaks” sempre più grotteschi e teatrali, la Gotham di Absolute Batman è una giungla urbana sin dalle sequenze in analessi che vedono Thomas Wayne essere ucciso davanti agli occhi del piccolo Bruce durante una gita proprio allo Zoo.
Tornando al presente, la nemesi principale di questo primo ciclo è rappresentata da Black Mask e dai suoi Party Animals. Sulla falsariga di una distopia sociale come quella vista nella serie cinematografica The Purge (Il Giorno del Giudizio), questa orda nichilista e mascherata semina violenza e caos, e come si scoprirà in seguito anche per un profitto, instaurando una regime di terrore a Gotham.
Una Gotham distopica quindi ma anche vicina a quella metropoli del 1939 in cui si muoveva Bat-man. Le atmosfere sono del tutto simili con scienziati pazzi, sette occulte e bande di criminali privi di una psicologia complessa ma mossi da istinti distruttivi primordiali e voglia di arricchirsi – si pensi al Doctor Death in Detective Comics #29 (data di copertina luglio 1939) o allo Hugo Strange in Detective Comics #36 (data di copertina febbraio 1940).
Snyder sveste i super-criminali di velleità pop o patine gotiche per restituire loro una carica urbana, violenta, fisica e spiccatamente sociopatica. Il confronto tra Absolute Batman e questa fauna urbana assume i connotati di uno scontro biologico per il controllo del territorio, un concetto che Bill Finger aveva ampiamente esplorato prima che l’introduzione di Robin in Detective Comics #38 (data di copertina aprile 1940) stemperasse i toni cupi della testata per allinearli a un target più giovanile.
Per quanto riguarda la motivazione, nel canone classico, Bruce Wayne spinto da un giuramento solenne sulla tomba dei genitori, trasforma il trauma privato in una crociata istituzionale. In Absolute Batman, il trauma si fa collettivo e sociale: Bruce perde il padre in una sparatoria di massa come detto poco sopra, mentre la madre è ancora in vita ma distante. Questo ritorno alla casualità della violenza di strada si riallaccia direttamente al 1939 e al clima di grande incertezza socio-politica in cui Bat-man si muoveva.
Infine, sempre nel canone classico, siamo stati abituati a vedere Batman confrontarsi con la figura di Alfred, vera e propria ancora morale e non solo. In Absolute Batman invece Alfred non solo è una figura completamente diversa – un agente dell’MI6, inviato a Gotham per osservare e valutare dall’esterno le azioni del vigilante – ma funge da punto di vista esterno alla vicenda, un narratore eterodiegetico e impersonale che per “assonanza” ci riporta alle didascalie delle avventure della Golden Age dove proprio Alfred apparirà solo in Batman #16 (data di copertina aprile 1943).
L’Absolute è l’origine
Absolute Batman Vol. 1: Lo Zoo non è un’operazione nostalgica, né un mero esercizio di stile fine a se stesso in cui il name dropping è la componente più rilevante. Scott Snyder e Nick Dragotta invece hanno compreso che l’unico modo per rendere nuovamente rilevante il personaggio – e con lui più in generale i comics supereroistici – era spogliarlo delle rassicuranti sovrastrutture del suo stesso canone, stratificatosi in oltre 80 anni di storie, e restituirlo alla sua dimensione originale urbana, pericolosa, solitaria.
Nel fare ciò, Dragotta e Snyder non hanno inventato nulla di nuovo; hanno semplicemente rimosso la “vernice” della Silver e della Bronze Age per far riemergere la visione grezza, pulp e noir di Bob Kane e Bill Finger. Ed è proprio in questa riscoperta dell’archetipo che risiede la straordinaria, eversiva modernità di questa opera.
