Quando Labyrinth arrivò nelle sale, nell’estate del 1986, lo fece quasi in punta di piedi, accolto da incassi deludenti e da una critica che faticò a collocarlo da qualche parte, e forse è proprio in quella freddezza iniziale che si annida la ragione per cui il film di Jim Henson è invecchiato meglio di tanti successi a lui contemporanei. Il fatto di non appartenere al suo presente gli ha permesso di diventare il feticcio di tutti i presenti che sarebbero venuti dopo, l’oggetto di culto che ogni nuova generazione di spettatori torna a riscoprire come se fosse stato girato apposta per loro.
Quarant’anni sono un tempo sufficiente perché un film smetta di essere quello che voleva essere all’origine e diventi quello che il pubblico ne ha fatto, e quello che il pubblico ha fatto di Labyrinth è un piccolo manuale clandestino sul diventare donna, tramandato per videocassetta e poi per file, all’insaputa quasi di chi lo aveva concepito come una favola per famiglie costruita attorno a un cantante e a una manciata di pupazzi.
La camera di Sarah

Conviene partire dalla camera di Sarah, perché è lì che Henson ci dice tutto prima ancora che la trama cominci: una stanza satura di oggetti, di peluche e di carillon, di ritagli, dove la ragazza recita ad alta voce le battute di un libretto intitolato proprio Labyrinth indossando il costume da principessa. Qui riconosciamo subito che la prima prigionia di Sarah non è quella del Re dei Goblin ma quella, assai più sottile, di una certa idea di sé che si è cucita addosso e da cui non sa ancora come uscire.
Tutto il film, allora, può essere letto come il lento smontaggio di quella stanza, come il viaggio che porta Sarah a riconoscere negli oggetti della sua infanzia, che riappaiono trasfigurati nel mondo del labirinto, i materiali con cui aveva costruito una fantasia rassicurante e narcisistica di se stessa, una fantasia in cui era sempre lei la vittima incompresa e il fratellino soltanto un peso da scaricare al primo desiderio formulato per gioco.
Il labirinto

La materia di cui è fatto il labirinto è dichiaratamente la fiaba, anzi è la fiaba intesa come deposito collettivo a cui attingere senza pudore filologico, e dentro quel mondo riconosciamo l’eco di Carroll e dello specchio che si attraversa, la geometria impossibile di Escher nella scala finale, la soglia iniziatica del mito di Teseo con il suo filo che qui non c’è (perché Sarah deve essere insieme Teseo che entra e Arianna che si orienta), e soprattutto riconosciamo l’ombra lunga di Maurice Sendak, di quel Outside Over There in cui una bambina lasciata a sorvegliare la sorellina se la vede rapire dai goblin e deve andare a riprendersela, scendendo dentro una paura che è anche desiderio inconfessato di liberarsene.
Henson lo sapeva, lo ringraziò nei titoli di coda. Questo debito è importante da nominare perché chiarisce che Labyrinth non inventa una nuova mitologia femminile, semmai raccoglie la più antica, quella della ragazza che per crescere deve attraversare un sottosuolo popolato di mostri e tornare alla superficie cambiata.
Il re dei goblin

Al centro di quella discesa c’è naturalmente Jareth, ed è qui che il film mostra il suo nervo più scoperto e più moderno, perché Bowie presta al Re dei Goblin un’androginia che destabilizza ogni geometria di genere e una seduzione che è apertamente quella dell’uomo adulto che corteggia la ragazzina promettendole di farla regina del suo sogno. La sequenza della pesca avvelenata e del ballo in maschera è il cuore segreto del film, il momento in cui Sarah viene fatta sprofondare in una fantasia romantica vischiosa e dorata che le offre esattamente ciò che la sua stanza le aveva insegnato a desiderare. Proprio rompendo quella bolla, infrangendo letteralmente lo specchio del sogno, la ragazza compie il primo gesto adulto del racconto.
Tutto converge poi nella battuta che è diventata, fuori dal film, una piccola formula di scongiuro femminista, quel You have no power over me con cui Sarah dissolve l’incantesimo riconoscendo che il potere di Jareth su di lei era reale soltanto finché lei aveva scelto di crederci, e che la sua libertà non consiste nel vincere il Re ma nel ritirargli l’autorità che gli aveva concesso.
Il viaggio dell’eroina

È a questo punto che il viaggio dell’eroina così come lo ha disegnato Maureen Murdock, pur essendo stato teorizzato qualche anno più tardi rispetto al film, diventa una chiave di lettura perfetta, perché Sarah comincia esattamente da quella separazione dal femminile e dal materno che Murdock pone all’inizio del cammino, rifiutando la matrigna e il fratellino e ogni richiamo alla cura, identificandosi con un mondo di prove e di sfide che la portano alla discesa, fino a quel ricongiungimento che il finale orchestra con una delicatezza sorprendente, quando Sarah accetta di crescere ma si concede di tenere accanto a sé le creature del labirinto, should you need us, integrando dentro la propria età adulta la magia dell’infanzia invece di rinnegarla.
Non è la liquidazione del femminile in nome di una maturità maschile e disincantata, ma la sua ricomposizione – ed è qui che il film fu davvero rivoluzionario per il 1986, perché mise al centro di un’avventura fantastica una ragazza che non aspettava di essere salvata e che anzi era l’unica salvatrice possibile, in un’epoca di cinema fantastico ancora largamente popolato da eroi maschili e da principesse da risvegliare.
Il labirinto che continua a parlarci

Resta da dire perché questo film continui a parlarci adesso: probabilmente la risposta è in quella stanza piena di oggetti che oggi assomiglia in modo perturbante alle nostre interiorità arredate di fantasie curate, alla tentazione perenne di rimandare la crescita restando dentro un sogno che ci lusinga. La figura di Jareth, l’uomo affascinante il cui potere coercitivo dipende interamente dalla fede che gli accordiamo, è diventata negli anni della grande resa dei conti sulle dinamiche di potere e desiderio una figura quasi didascalica, e la formula con cui Sarah lo congeda ha smesso di appartenere al film per diventare patrimonio di chiunque abbia avuto bisogno di pronunciare, davanti a un potere che si credeva inattaccabile, le stesse parole.
Labyrinth a quarant’anni non è soltanto un reperto di nostalgia recuperato dal feticismo per gli anni Ottanta, è il racconto ancora vivo di una ragazza che impara a riprendersi l’autorità su di sé, e di un sogno che si sceglie di abbandonare proprio perché lo si è finalmente capito.
