Cos’è una fantasia? Un’immagine, una costruzione che tendenzialmente releghiamo all’epoca dell’innocenza, comparendo nella nostra mente ex novo o sulla quale, attingendo dalla realtà, edifichiamo castelli più o meno complessi, più o meno addobbati o spogli. Ma la fantasia non è solo un affare per bambini, un mondo in cui narrare favole e fiabe per allenare la mente. È anche un luogo, un labirinto per certi versi che può tutelare, tracciare linee familiari, metaforiche, oniriche. Può essere un canale per entrare in contatto con l’Altro, può essere un modo per sentirsi diversi, può essere un mezzo per prevedere. Può essere tutto, ed è proprio questa la sua preziosa caratteristica. La fantasia non conosce confini, abita chiunque di noi, a qualsiasi livello o forma, richiama il desiderio, richiama il bisogno, richiama l’accudimento. Una fantasia ripara molto più della realtà, talvolta, allucinando qualcosa che è intangibile nel mondo fatto di cose.
È un’esperienza che, in questo senso, diviene molto simile al cinema – lo abbiamo lungamente raccontato in tanti dei nostri articoli di questa rubrica – in cui l’immagine, il sogno, ci investe e ci trasforma. Lo schermo è pieno di offerte di immagini che non sono, di storie che sembrano essere qualcosa, ma che (fortunatamente) non incontrano la realtà, con colpi di scena inaspettati o intuibili fin dalle prime battute. Ecco, Il labirinto del fauno, capolavoro di Guillermo del Toro del 2006, si pone su un piano completamente distante da questo. La sua missione è legata al cercare di congiungere un tempo e spazio circoscritti, composti da creature mostruose e misteriose, fate, principesse dannate e porte magiche, con un tempo e spazio circoscritti pregni di orrori umani, sangue, torture, morte e distruzione. E quale migliore ingrediente della fantasia?
Fantasia e fantasma

Le parole che racchiudono il senso di tante trame narrate e dipanate ne Il labirinto del fauno, si possono rintracciare in un capitolo dell’Enciclopedia della Psicoanalisi di Laplanche e Pontalis. Alla voce “Fantasia e fantasma”, infatti, compare la parola Wunschphantasie o fantasia del desiderio, termine freudiano che indica il rapporto di connessione tra desiderio e fantasia. Il punto di attracco troverebbe ragion d’esserci poiché è possibile che “il primo atto di desiderio sia stato un investimento allucinatorio del ricordo di soddisfacimento”. Pertanto qualcosa che ha a che fare con un’immaginazione di qualcosa che diede al soggetto, al bambino, una forma di soddisfacimento e che fa nascere, appunto, un desiderio.
Ora, il senso di un’immaginazione fortemente connessa al desiderio è qualcosa che dobbiamo tenere nella mente per addentrarci nel labirinto di Ofelia. Il gioco di Del Toro, infatti, si muove molto su un piano in cui si amalgamano due poli apparentemente – badando bene al termine apparentemente – opposti, impastando desiderio e frustrazione, spinta biofila e necrofila, fantasia e realtà, chiudendo l’operazione macchinosa di piacere insoddisfatto solo alla fine della pellicola. Ma nell’Enciclopedia, Laplanche e Pontalis proseguono aggiungendo che solitamente, nella fantasia, il bambino è presente come soggetto partecipante attivo, può invertirne i ruoli e soprattutto dà vita a un luogo colmo di operazioni difensive, legate anche al fatto che spesso il desiderio vada a braccetto con il concetto di divieto – altro connubio fortemente presente nell’opera.
Beati coloro che sapranno sognare

Allargando i confini di quello che stiamo definendo, anche nei concetti di delirio o allucinazione, pertanto sintomi di natura prevalentemente psicotica, troviamo funzioni che hanno a che vedere con una costruzione salvifica della mente per tenere compatte parti frammentate e che spesso nascono da un’enorme sofferenza insostenibile, debordante. Una sorta di operazione di sicurezza. Dietro alla convinzione assoluta di essere seguiti o controllati da qualcuno, ad esempio, si maschera un senso profondo di una parte di sé e un significato privato, più intimo di quel che si possa pensare. Le fantasie, quindi, hanno un valore segreto, simbolico, personale, che attinge a una zona interiore inesprimibile diversamente, inafferrabile. In questo senso, beati coloro che sapranno sognare.
Chiaro è che quando parliamo di fantasie è necessario distinguere la dimensione adulta da quella bambina, per dinamiche che afferiscono a meccanismi estremamente differenti tra loro. Ma anche calandoci nell’area meno fanciullesca, possiamo pensare all’immaginazione come qualcosa di estremamente salvifico. La personalità schizoide, per citarne una, è fortemente intrisa di un ritiro in fantasia come meccanismo di difesa, che vede l’immaginare a occhi aperti situazioni, scene, relazioni, che se vissute nella realtà sarebbero percepite come minacciose, soverchianti, invadenti o più in generale pericolose.
La costruzione di Sé

Ofelia immagina. Fuori ci sono bombe pronte a esplodere, ma lei immagina fate. Fuori ci sono uomini che sparano, ma lei immagina porte da aprire con il gessetto. Fuori c’è l’ombra della morte, ma lei immagina prove da superare per rendere la vita. Perché laddove divampa la pulsione della distruzione personificata da Vidal, l’uomo che non conosce affetto, non conosce femminilità, desiderio, chiudendosi nel kronos del ricordo idealizzato paterno, Ofelia deve sopravvivere da sola. Carmen, la madre, non riesce a svolgere la sua funzione protettiva, detenuta nella morsa al confine tra aspetti depressivi e quasi isterici (qui intesi nella dinamica di potere polarizzato sul versante maschile) degni del suo tempo. La donna non ha più spazio per la fantasia, per mondi magici, tanto da non avere le forze neanche per narrare una storia al bambino che porta in grembo, tanto da dire a Ofelia che la magia non esiste e portandola alla bruta realtà. Ma la bambina esprime un disperato bisogno di quel materno che non la può più accudire, ha bisogno di una sorta di effetto holding che la faccia sentire pensata, tutelata e amata. Chiede a Mercedes, la quale sembra invece assumere una posizione molto diversa, di cantarle una ninna nanna, come fosse in fasce, per sentirsi cullata. Ha bisogno di speranza, in un mondo persecutorio (l’occhio come simbolo per eccellenza della funzione di vedere, in senso positivo e negativo, ma anche come qualcosa che insegue) e malvagio.
Ofelia, per sopravvivere, tira fuori un frammento quasi orphico, nei termini di Ferenczi, quindi una dissociazione tesa a far emergere una forza perseverante che le permetta di stare in piedi. E lo fa attraverso la fantasia, la costruzione di una serie di prove che le consentano di crescere, attraversare le tappe della costruzione di un Sé. La prima, quella che apre “il gioco” e non a caso porta con sè il valore simbolico della chiave, si rintraccia in uno spazio umido, caldo, melmoso, ristretto in una sorta di cunicolo o comunque spazio interno custodito all’interno di un grande albero. Qui c’è la vita, la nascita, il parto dentro la natura, la grande madre. La seconda, la più terrificante, crea un agglutinamento di simboli mortiferi, non solo per la presenza dell’Uomo Pallido (terrificante e simbolo di morte) che divora bambini, non comunica e non crea relazione, ma anche per il mancato soddisfacimento del desiderio. Simbolicamente, il cibo è piacere, appagamento, affetto, nutrimento emotivo, riempimento. Ma a quella tavola, è proibito. Non è possibile accedere a un desiderio, appunto, ma neanche a quell’affetto, pena la morte, l’accensione dello sguardo persecutorio che rincorre e non lascia scampo. La terza, quella più importante, la vita si impasta con la morte.
Vita e morte

È proprio nella conclusione de Il labirinto del fauno che troviamo il degno impasto fra Eros, al servizio del legame, della fantasia, della costruzione del proprio Sé, e Thanatos, teso alla distruzione, all’odio, alla morte della vitalità. Ofelia riesce a riconnettersi alla sua fantasia più genuina e profonda, il desiderio di essere una principessa amata dai propri genitori, finalmente insieme, finalmente uniti. Ritrova una madre accudente e un padre protettivo, un regno, ossia un luogo sicuro, posto al di sotto dell’azione mortifera umana, in cui poter essere amata – non a caso, mentre Mercedes la “culla” mugolando una ninna nanna che la accompagna verso un profondo sonno. Sì, perché dormire allora diventa la possibilità di chiudersi per sempre in quel sogno tanto fantasticato, ma anche il ritiro estremo e potente dall’intollerabile. Non mettersi al servizio della distruzione – sottraendo il fratellino al sacrificio – pagando il prezzo della morte.
Ofelia è dentro una dinamica troppo intrisa di forme traumatiche soverchianti, impensabili soprattutto per una mente giovane e ancora incapace di integrare. La morte stessa della madre è qualcosa di inaccettabile e che ha bisogno di essere contenuta e trasformata mediante elementi magici – qui, un po’ come se la magia avesse la funzione di mente adulta capace di trasformare. Il tentativo che propone, allora, è quello di convertire il vissuto in qualcosa di simbolico in completa autonomia. Non ha menti attorno a sé capaci di contenere ciò che vive e restituirlo in forma più digerita – per usare un linguaggio vicino a Bion – e quindi costruire assieme a lei un significato a ciò che accade e a sé stessa. Non ha adulti con cui attribuire un senso e costruire una narrazione. Può contare solo su di sé e la fantasia diviene un ottimo bacino in cui deporre e proiettare angosce di vita e di morte, di crescita, di abbandono e solitudine. Il labirinto, simbolo anche dell’inconscio e di livelli più profondi, è uno spazio oscuro, in cui vivono creature misteriose, ambivalenti (lo stesso fauno è un oggetto interno di cui deve capire se fidarsi o meno, tipico del vissuto del bambino traumatizzato che non può affidarsi del tutto all’Altro che non dà segnali di sicurezza), pericoloso.
Cosa significa vedere

L’impasto tra la vita e la morte, allora, si ricongiunge a ciò che prima avevamo definito come apparentemente discordante. Il desiderio è sempre accompagnato da un divieto, che incrementa una libertà nascente dall’impossibilità. L’occhio che cela il bisogno di essere visti, dell’orrore che non guarda la sofferenza, del sole che rende ciechi, richiamando un bisogno di oscurità come possibilità di non assistere al dolore. Ofelia, nella sua fantasia, nel suo mondo, è l’unica che in realtà riesce veramente a vedere, a toccare il senso profondo dell’umanità, tanto da essere colei che alla fine assume in parte una funzione salvifica. La madre accudente e non responsiva, il padre despota e quello sognato.
Sono tutti tratti di un’ambivalenza vissuta dalla bambina, da un senso di oggetto – nei termini di figure primarie attorno a lei – che non possono integrarsi in parti buone e cattive, ma profondamente scisse. Sono tratti di un’insicurezza di base che vige nel mondo reale di Ofelia e che rendono tutto profondamente traumatico. Non è tanto e solo l’odio che pervade la comunità, l’aggressività manifesta, oggettiva, quanto quella percepita. E allora tutto vede la fine, la portata tragica del nome della ragazza come presagio, ci riporta alla cruda realtà. Ponendo il termine alla fantasia, tutto cade e si torna al mondo tangibile, dove l’uomo ormai ha già distrutto e continuerà a farlo. Ma una traccia di vita, intanto, è stata lasciata.
