A Cannes 2026 mancava ancora quel film che colpisse davvero dritto al cuore. Ci hanno provato in tanti, in modi diversi. Alcuni ci sono persino riusciti (basti guardare ad Hamaguchi o a Pawlikowski), ma nessuno lo aveva fatto con una tale potenza. Rodrigo Sorogoyen raggiunge la piena consacrazione come nuovo maestro del cinema spagnolo ed europeo, e lo fa con un film a dir poco travolgente. El ser querido – The Beloved è tutto ciò che potremmo chiedere da quello che definiamo spesso cinema dei legami: un’arte sottile, fatta di ardore e dolore, che trova la sua dimensione attraverso i rapporti tra i personaggi. Un cinema che si esalta alla chiusura, dove l’incomunicabilità offre sospiri e tentazioni di un livello superiore. Il regista spagnolo racconta un rapporto padre-figlia con una sensibilità e una potenza semplicemente disarmanti, lasciando che siano le atmosfere e i non detti a gridare più forte delle parole.
Una semplice conversazione al tavolo di un ristorante. Comincia così El ser querido, dando ancora una volta prova del talento di Sorogoyen per le aperture dei suoi film. Un rischio, visti i venti minuti di durata, ma preso con una convinzione ferrea e radicale. Le idee chiare fanno sempre la differenza, soprattutto quando restano accessibili nonostante il loro peso. Non ci sono eccessi di creatività o manierismi di sorta: lui è un regista affermato, lei la figlia che non vede da tredici anni e che sceglie appositamente come protagonista del suo nuovo film. Il preambolo perfetto per un dramma familiare da consumarsi dentro e fuori la scena, ma con qualcosa di ben più importante da raccontare.
Cinema degli sguardi

Se c’è un particolare che cattura sin da subito e che conquista anche dopo la visione, è il fatto che l’intera pellicola potrebbe racchiudersi tutta negli sguardi tra i due personaggi. Perché forse nel cinema di Sorogoyen non ci si spezza mai davvero, o peggio, si è spezzati già in partenza. Per questo le parole sembrano sempre utili, ma mai davvero rilevanti. Gli occhi di Javier Bardem riverberano in quelli di Victoria Luengo, in un costante alternarsi tra amore e dolore che riverbera in silenzi via via più assordanti. Il regista madrileno dà fondo a tutte le sue possibilità per raccontare una storia nel cinema, sfruttando l’atto filmico come strumento di liberazione emotiva.
All’inizio sembra quasi che l’alternanza tra scena e realtà, tra colore e bianco e nero voglia indicare la cesura emotiva, il distacco tra i due protagonisti. Più avanti, invece, diventa sempre più chiaro che quelle sequenze rappresentano un mondo interiore in tumulto.
Sorogyen traccia i contorni e le sfumature di un sentire che parla e si prende la scena, prosciugando i colori e lasciando spazio alle emozioni più pure. Bardem incarna un regista esigente, ossessionato e caratterialmente complesso: nulla di nuovo dal punto di vista creativo, ma mai così travolgente dal punto di vista dell’interpretazione. Con una performance titanica, l’attore domina ogni sequenza con forza e polso, gestendo alla perfezione ritmi e pesi di una marea emotiva perpetua. Eppure, nonostante possa fare affidamento su un gigante della recitazione, El ser querido resta soprattutto un film di regia, di cinema che respira e ha voglia di stupire. Un’apoteosi di ciò che significa scegliere per la scena, con Sorogoyen che cattura dalla prima all’ultima inquadratura.
Un’altra dimensione

Dopo esperienze come Sentimental Value si fa troppo presto a parlare di meta-cinema, di arte che imita la vita. El ser querido va molto più a fondo: l’arte è il contesto, lo strumento, la chiave di volta per rivelare il vero sentire. Opere del genere non si vedono mai abbastanza spesso, non a questo livello di qualità. Sorogoyen si conferma un maestro nell’arte di porsi nel mezzo: tra ragione e sentimento, tra reale e immaginario, tra sangue e cenere. In quegli spazi liminali il regista trova spunti continui per ragionare su ciò che resta degli uomini quando il filo che li lega si danneggia o si distrugge completamente, lasciando spazio al nulla. Non è un caso che la location del film nel film sia proprio il deserto, terra arida e silente che si fa metafora sempre più tangibile di rapporti senza ossigeno.
Forse c’è ancora chi crede che trovare un’oasi sia possibile, ma bisogna avere il coraggio di attraversare le dune per scoprire cosa si cela dall’altra parte. El ser querido non vuole mai perdere la speranza, neppure quando mostra tutta la rabbia e il narcisismo del suo protagonista. Forse è la condanna dell’ossessione artistica, forse è solo l’altra faccia della nostra umanità. Qualcosa che tutti possiamo sentire davvero, sin dentro le ossa, quando l’assenza del sentire sovrasta la presenza dei corpi. Sorogoyen gioca con questi contrasti e queste distanze, dando modo ai suoi attori di emergere e alle atmosfere della sua magistrale regia di guidare lo spettatore verso un preciso sentire.
Per alcuni non sarà centrato come As Bestas, ma El ser querido è tutt’altro che un’opera incompiuta: è un atto di rivalsa che dimostra come il cinema possa ancora farsi tramite della vita vera – quella che nasce nel contatto, nei legami.
