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Doveva essere il film più “impegnativo” di Cannes 2026: quasi 200 minuti per un’opera sulla carta enorme, un’epopea che poteva persino sfiorare i massimi sistemi. E invece, all’uscita dalla sala, All of a Sudden è forse il film più buono e gentile che potessimo sperare di vedere. Lungo, certo, ma mai pesante. Impegnativo, senz’altro, ma mai opprimente. Chi conosce Ryusuke Hamaguchi sa che il suo è un cinema di respiri profondi, di contemplazione e delicata estasi. In questa co-produzione francese, il regista giapponese trova i mezzi per portare in scena un adattamento che tutto poteva sembrare fuorché un film digeribile.

Con la collaborazione di Lea Le Dimna in sceneggiatura, Hamaguchi ha umanizzato una corrispondenza epistolare tratta dal libro “When Life Suddenly Takes a Turn: Twenty Letters Between a Philosopher with Terminal Cancer and a Medical Anthropologist” – una serie di lettere scambiate tra la filosofa Mikako Miyano, la cui vita cambia dopo la diagnosi di cancro, e l’antropologa medica Maho Osona.

Virginie Efira e Tao Okamoto sono i due universi al centro di un minestrone di dialoghi e profonde riflessioni che arrivano a sfiorare temi assai complessi, ma che per fortuna Hamaguchi riesce a trattare con una delicatezza e una chiarezza espressiva incredibilmente tangibili. Quello che poteva essere un film di conversazioni si mostra invece come un’opera di contatti: occhi, mani, piedi che cercano di sentirsi, di capirsi davvero. Esserci, per sé e per gli altri, diventa così essenziale per rivalutare un mondo alla deriva.

Magiche connessioni

Una scena di All of a sudden
Una scena di All of a sudden – @Neon

Marie-Lou e Mari sono il cuore di un film-fiume che osserva ciò che siamo diventati (e ciò che possiamo essere). Lo dicono persino, a un certo punto del film: se il nostro mondo è malato perché il capitalismo ha preso il sopravvento sulla nostra essenza, perseverare è l’atto di auto-distruzione più puro che possa esistere. Hamaguchi ne aveva già parlato in maniera più sottile nella sua opera precedente, Evil does not exist, ma qui tratta l’argomento con una chiarezza disarmante. Si potrebbe quasi vedere l’intero contesto del film come una grande allegoria del nostro mondo: un malato che dimentica, cerca contatto, cade e si rialza. All of a sudden prova davvero a spiegare allo spettatore quanto sia importante allontanare il nichilismo, anche di fronte ai mali peggiori. Lo fa attraverso il rapporto tra le due protagoniste, ma soprattutto attraverso l’atto stesso di rappresentare.

C’è una dimensione meta-narrativa all’interno del film che dimostra la necessità di comprendersi, di avvicinarsi. Forse al film di Hamaguchi manca solo un reale elemento di contrasto, ma non è mai davvero necessario. Cos’altro puoi sperare di trovare quando l’intera operazione gioca sull’atto stesso del donare, del darsi? Il processo del film diventa un lungo discorso (forse leggermente diluito) sull’importanza di stare al mondo – in quello che, alla fine, resta il migliore dei mondi possibili. Il regista mostra e racconta con una grazia eterea ciò che va oltre le semplici parole, in totale controtendenza con il sentiment turbolento dei nostri tempi. Ma è proprio per questo che quella natura quasi altruista si fa cruciale e magica al tempo stesso: il cinema di Hamaguchi permette sempre di scoprire (e poi accettare) qualcosa in più di se stessi.

Il mondo che abitiamo

Una scena di All of a sudden
Una scena di All of a sudden – @Neon

C’è qualcosa di estremamente nostalgico e affascinante nell’idea che un incontro possa ancora cambiarci la vita o cambiare la nostra percezione del mondo. In fondo è ciò che speriamo possano fare anche questi film, in contesti come quello di Cannes. Senz’altro, registi come Ryusuke Hamaguchi vedono in opere come All of a Sudden il mezzo ideale per poter avvicinarsi a una dimensione comunicativa diretta, quasi didattica persino, che possa smuovere le coscienze. Non c’è il timore di prendersi tutto il tempo necessario, anzi è un gesto tanto necessario quanto temerario nei confronti di un’industria e una distribuzione che potrebbe far fatica a distribuire un lavoro del genere. Hamaguchi non se ne cura, scegliendo invece di raccontare la propria visione esattamente per come dovrebbe essere: intima, ragionata, attenta.

Il tempo diventa fondamentale anche per lo spettatore, affinché possa arrivare faccia a faccia con certi concetti senza intimorirsi. Solo così il senso del film trascende la propria forma e diventa messaggio. Possiamo imparare molto da All of a sudden, se non altro a non guardare ogni aspetto della nostra esistenza con rabbia e tormento. Il pessimismo cosmico ha vita assai breve quando ci si rende conto di quanta gratitudine possiamo trovare nelle piccole fortune quotidiane. Ciò che abbiamo, in fondo, avrà sempre più valore di ciò che ci manca. L’idea di Mari è bellissima e allo stesso tempo rivoluzionaria: se non si può vivere nel mondo che amiamo, bisogna imparare ad amare il mondo in cui viviamo.

Dopo aver visto questo film, forse possiamo crederci. Di certo, con opere del genere, possiamo sperare in un mondo migliore (anche se non ce lo meritiamo).

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Classe '94. Critico e copywriter di professione, creator per passione. Ha scritto e collaborato per diverse realtà di settore (FilmPost.it, Everyeye) con la speranza di raccontare il Cinema e la cultura pop per il resto della sua vita.