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Ogni volta che Saddam Hussein compiva un giro intorno al sole, lo stato iracheno si trasformava in un palcoscenico di celebrazioni surreali imposte alla popolazione. Da quando aveva preso il potere nel 1979, il presidente veniva festeggiato in ogni angolo del paese – non per un giorno, ma per un intero mese. Un quadro desolante in cui la vita pubblica ruotava attorno a un solo uomo, trattato come se fosse la cosa più importante a cui dedicare tempo e risorse.

Uno dei rituali più bizzarri imposti come parte dei festeggiamenti era il “giorno del sorteggio”, una liturgia simbolica in cui le scuole sceglievano a caso uno studente e gli conferivano l’obbligo di realizzare una torta per il compleanno del tiranno. Un’estorsione sistematica autorizzata dallo Stato. Una tradizione tanto stravagante quanto stringente: chi non la eseguiva era severamente punito.

L’Iraq degli anni ’90 attraverso lo sguardo di una bambina

La torta del presidente: recensione
Una scena di La torta del presidente – ©Lucky Red

Nel suo primo lungometraggio – premiato al Festival di Cannes con la “Camera d’Or, presentato ad “Alice nella Città” durante la scorsa edizione del Roma Film Fest e candidato agli Oscar nella sezione come migliore film internazionale – il regista Hasan Hadi pone la responsabilità di preparare la torta per il presidente sulle spalle di Lamia (Banin Ahmad Nayyef), una bambina di appena nove anni che vive un’esistenza umile nella parte rurale del paese, precisamente in una comunità mesopotamica immersa nelle paludi, insieme alla nonna, l’anziana Bibì (Waheed Thabet Khreibat), e al suo gallo simpatico domestico. Dopo l’incarico ricevuto a scuola, Lamia intraprende con il suo amico Saeed (scelto per procurare la frutta) una vera e propria odissea alla ricerca degli ingredienti necessari per il dolce tra le strade affollate e pericolose di Baghdad.

La Torta del Presidente è ambientato nell’Iraq degli anni ‘90, un paese stremato dal punto di vista economico per via delle severe sanzioni economiche imposte dagli USA in seguito all’invasione del Kuwait e per una devastante carestia. Un contesto non facile in cui vivere, dove Lamia si trova di fronte a una realtà impossibile, dato che farina e zucchero sono illegali, ma la determinazione nel portare a termine il compito non vacilla nonostante le tante difficoltà. Il viaggio offre uno sguardo realistico sulle condizioni dell’Iraq: istruzione, trasporti pubblici, ospedali, mercati, stazioni di polizia e moschee sono tutti sull’orlo di un tracollo.

L’approccio neorealista di Hadi

La torta del presidente: recensione
Una scena di La torta del presidente ©Lucky Red

La torta del presidente segue un percorso neorealista con sequenze girate in pellicola, conferendo un’estetica morbida, quasi documentaristica, tra scene realistiche e non artefatte, ed è proprio questa la chiave del successo nell’idea del regista. La narrazione della continua e progressiva corsa contro il tempo di Lamia per trovare gli ingredienti per la torta non è mai eccessiva. La sceneggiatura non si focalizza sulla dittatura in sé o sulla guerra, ma mostra piuttosto come queste circostanze riducano la vita delle persone ai compiti più piccoli ed estenuanti.

Una torta non è solo una semplice torta, ma una prova di lealtà. È un’imposizione all’allegria in un posto dove la gioia non trova spazio. Quello di Hadi è un lavoro acuto nel mostrare come i regimi impongano gesti simbolici ai cittadini comuni, soprattutto ai bambini, e come questi gesti finiscano per definire la sfera emotiva ed esistenziale delle loro vite. Lamia non comprende appieno le implicazioni politiche, non ha ancora le basi per farlo, capisce solo che il fallimento significa pericolo. E questo le basta per andare avanti nella sua missione.

È un film sottile, elegante e perspicace, in cui l’autenticità dell’approccio di Hadi è enfatizzata da sequenze di grande bellezza estetica. Il dolore e la tragedia sono ammortizzati da un umorismo nero – anche quando Lamia diventa un facile bersaglio per adulti disposti ad approfittarsi della sua ingenuità, ma per nulla consci del fatto che verranno sfruttati a loro volta dalla sua astuzia e resilienza. Nei suoi virtuosismi stilistici, Hadi evidenzia i ritratti goffi di un presente già antiquato ed enfatizza i simboli obsoleti di devozione forzata.

Una fiaba pittoresca senza retorica

La torta del presidente: recensione
Una scena di La torta del presidente – ©Lucky Red

La Torta del Presidente ha tutti gli elementi di una fiaba pittoresca apparentemente ottimista sulla crescita di una bambina in una realtà fatta di adulti insensibili. Guerra e pace, povertà e opulenza, la vita rurale e la modernità tecnologica, infanzia ed età adulta: gli estremi-opposti di una verità di spettri si incontrano e si scontrano continuamente durante i cento minuti dell’ottimo esordio alla regia di Hadi, che ha saputo sapientemente filtrare la storia in maniera originale raccontando uno dei periodi più bui dell’Iraq attraverso la fantasia di una bambina, permettendo alla fotografia colorata e raffinata di esprimersi al meglio. L’uso del materiale d’archivio nella parte finale del film amplia la cornice narrativa e ideologica, evidenziando l’egemonia occidentale che ha imposto condizioni stringenti.

Il modo in cui l’innocenza dei bambini si erode in luoghi dove la sopravvivenza diventa l’unica lingua è più potente di qualsiasi discorso politico ben pensato e orchestrato. Hadi non usa la retorica, ma fa una critica feroce, a tratti devastante, sull’Iraq del passato e su un leader autoritario che pretendeva festeggiamenti mentre i suoi sudditi soffrivano la fame. Un debutto alla regia che unisce sensibilità, risonanza politica e ampiezza cinematografica. Non stupisce che abbia ricevuto il plauso di pubblico e critica.

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