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Un conto è vincere un Oscar (detta così sembra una sciocchezza…), un altro è essere il primo o la prima a vincere quello specifico riconoscimento. Questo è quello che accadrà domenica sera, quando per la prima volta dopo 24 anni una nuova categoria sarà premiata a Los Angeles: il casting. Non accadeva dal 2002, quando esordì il premio per il miglior film d’animazione, vinto in quell’occasione da Shrek. Bene, ma di che si parla? Cosa vuol dire? E poi, che differenza c’è tra casting e cast? Cosa si intende per “buon casting”? Un lavoro che per sua natura sembra nascosto. E forse proprio mantenere questa invisibilità lo rende ostico da decifrare ma al contempo riuscito nel suo intento.

Se è dunque facile che gli spettatori, non addetti ai lavori, possano farsi queste domande, non è scontato che gli stessi votanti sappiano cosa scegliere ma soprattutto come, a patto che esista realmente un metodo di giudizio per una o l’altra categoria. Del resto, basandosi per esempio sulla recitazione, cosa rende un’interpretazione migliore di un’altra? Il livello di mimesis o la personalità fuori dagli schemi precostruiti? L’immersione nel personaggio realmente esistito o la creazione di un carattere nuovo? In pochi sanno davvero come valutarla e, forse, persino come promuovere i candidati. Anche perché, senza un passato da poter consultare, diventa più complesso comprendere quale possibile linea di pensiero verrà seguita dai membri dell’Academy.

La differenza la fa ciò che non si vede

Sean Penn e Chase Infiniti in Una battaglia dopo l'altra
Una battaglia dopo l’altra – © Warner Bros. Pictures

Quello del casting è un lavoro nell’ombra, oscuro per molti. Una delle poche gilde hollywoodiane a prevalenza, quasi totalità, femminile, che agisce a monte, prima della produzione. Non è un caso se solo oggi ne si può riconoscere il valore. Perché a lungo non è stato semplice quantificare la portata di qualcosa che non si poteva constatare chiaramente. Che per sua natura non può che vivere a porte chiuse. Pensare, però, che il direttore o la direttrice di casting sia solo chi, seduto, presiede alla sterminata serie di provini (che poi è quello che il cinema stesso ci lascia credere) significa limitarne e sminuirne il lavoro. Che è avvalorato dalla ricerca, lo sguardo di prima mano in giro per festival e rassegne indipendenti. Esplorazione tra le maglie dell’industria alla ricerca del volto, della voce, del soggetto. Del nuovo, mai visto. Dell’inaspettato.

Così la riuscita di un casting sarà data da una parte dalla selezione di una rising star in grado di mescolarsi a dovere con i veterani. Caso esemplare Chase Infiniti in Una battaglia dopo l’altra o Miles Caton ne I peccatori. Dall’altra, invece, dal capovolgimento delle aspettative sugli interpreti, azzardando associazioni che risulteranno naturali da quel momento in poi. Basti pensare ad Amy Madigan in Weapons o Ethan Hawke in Blue Moon. Ma persino Jack O’Connell nel già citato I peccatori o Abel Ferrara (!) in Marty Supreme. O ancora scovare una somiglianza stupefacente – vedasi il Jean-Luc Godard di Guillaume Marbeck in Nouvelle Vague.

Una parte del merito, certo, è da dare all’interprete. L’altra, appunto, andrebbe data a chi ha diretto il casting, a chi ha riconosciuto a priori un legame tra attore/attrice e ruolo. Un riconoscimento di competenze non solo artisticamente visionarie ma anche estremamente radicate nel settore, nella conoscenza dell’industria.

Cast-ing, una spigolosa (possibile) confusione

Michael B. Jordan e Miles Caton nel film I peccatori
I peccatori – © Warner Bros. Pictures

Le cinque candidature riflettono ciò che è stato appena scritto, ossia integrare nuove voci (o finanche non professionisti) e ribaltare prospettive precostruite sul volto noto. Ma non solo: Marty Supreme e L’agente segreto, per esempio, godono di una miriade di personaggi secondari, comparse, personalità che guidano il film anche in virtù degli interpreti scelti. Si pensi alle insospettabili e sorprendenti performance di Kevin O’Leary nel film di Safdie e Tania Maria in quello brasiliano. Ma non sembra da meno il guizzo emotivo nella scelta dei due fratelli Jupe in Hamnet. Così per chi dirige il casting è necessaria la coerenza interna delle scelte. Non solo in relazione al personaggio (ancora una volta Infiniti, attrice ideale nell’apparire ora indifesa ora vendicativa) ma anche al contesto culturale dell’opera (tutti i volti de L’agente segreto sembrano usciti dagli anni Settanta).

Certo, specie se si tiene conto della probabile vincitrice (ampie probabilità che sia Francine Maisler per I peccatori), il rischio di un pericoloso precedente è dietro l’angolo. Poiché è naturale pensare che molti dei riconoscimenti siano indirizzati dal sentiment attuale su una determinata produzione, è altrettanto semplice ipotizzare che questa categoria possa esser vista come una sorta di premio al cast, seguendo la linea della statuetta consegnata agli Actor Awards. Evidente dalla cinquina, che riflette parte dei candidati al miglior film.

Si premia il casting e non il cast. Urge premere su questa fondamentale differenza. Altrimenti, un premio nato per dar valore a una categoria di professioniste e professionisti nell’ombra rischia già in partenza di oscurare ulteriormente il loro lavoro. Ma va anche detto – ed è bello pensare che le nomination siano state veicolate da ciò – che è vero che chi fa un buon lavoro di casting ha sulle spalle una parte considerevole della riuscita del film.

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Siciliano, nato lo stesso anno dell'uscita di Evangelion e qualcosa dovrà pur dire. Critico e giornalista cinematografico e televisivo, con una smodata passione per il cinema fatalista di Hong Kong e le polpette al sugo. Laureato magistrale in Storia dell'arte - con una tesi su Robert Rauschenberg e Tom Phillips che gli ha tolto il sonno e la ragione - così da poter orgogliosamente dire a tutti "prendi l'arte e mettila da parte". Nello staff del Catania Film Fest. Ritiene che un film al giorno non possa togliere il medico di torno, ne servono almeno due. Parla in terza persona solo in alcune occasioni.