Difficilmente troveremo un personaggio capace di presentarsi come il simbolo di un intero franchise come ha fatto Wonder Man, la nuova serie del Marvel Cinematic Universe. Proprio come il titanico universo degli eroi marveliani sul grande schermo, il duo di protagonisti cerca di trovare una propria identità nel complesso meccanismo hollywoodiano, tra delusioni e speranze, ostinatamente legato a un sogno: diventare un attore.
La stessa ostinazione con cui i Marvel Studios stanno cercando di trovare una nuova identità che li riporti ai fasti dell’era degli Avengers capitanati da Steve Rogers e Iron Man, una luminosità che sembra esser sempre più lontana. O più onestamente assente dai titoli più blasonati – come Fantastici Quattro – L’Inizio – e presente a sorpresa in produzioni meno valorizzate, come Thunderbolts*. E sembra miopia da parte degli studios far uscire una serie dedicata a un personaggio apparentemente minore – a meno che non siate Veri Credenti – e sacrificare il suo esordio sull’altare dell’hype focalizzando l’attenzione di tutti sul teaser di Avengers: Doomsday.
Personaggi in cerca d’autore

Si continua a tenere alte le aspettative verso un qualcosa di lontano, senza fermarsi al momento. Wonder Man non è la classica produzione marveliana, cerca – seppure con notevole ritardo – di andare in direzioni diverse. Il ‘super’ è presente, ma è un tratto marginale rispetto alla valorizzazione dei personaggi, della loro quotidianità fatta di provini e delusioni, di sogni divenuti ossessioni e ultime occasioni sprecate.
Seguendo la parabola di Simon Williams (Yahya Abdul-Mateen II) non sembra nemmeno di essere nel Marvel Cinematic Universe. La sua carriera di attore non decolla, frenata dalle sue maniacali ossessioni, sino a quando fortuitamente – o così crede – non incappa in Trevor Slattery (Ben Kingsley). Noto al mondo per essere stato il Mandarino, Slattery sta cercando di rientrare nel giro di Hollywood, mirando al casting di Wonder Man, reboot di un film sui supereroi degli anni ’80.
Per Simon, cresciuto con questo cult nel cuore grazie alla passione condivisa con il padre, è un segno del destino. Non esiste ostacolo, per lui gli anni di sofferenza e delusioni sono un percorso obbligato che lo ha condotto sin qui. E non ha idea di quanto tutto questo sia vero, anche se non come lui spera.
Meno super, più individui

Abbandonare le facili atmosfere supereroiche per offrire agli spettatori qualcosa di diverso è una boccata di ossigeno per un brand sempre più in difficoltà. Una vena sperimentale che aveva intrigato con WandaVision e deluso con il finale di She-Hulk: Attorney at Law, nuovamente considerato dagli studios come una scappatoia alla superhero fatigue degli ultimi anni.
Più umanità e meno super, mettendo al centro della storia il senso dell’essere attore e come questo possa condizionare un’esistenza. Un discorso umano, in cui si scontrano le speranze dell’emergente e la visione nostalgica dell’attore consumato, in un turbinio di situazioni a tratti paradossali in cui la nobile arte della recitazione è sempre protagonista.
La critica al sistema produttivo è marginale, lo si percepisce in determinate scene come una catena che imprigiona la libertà artistica individuale. Contrariamente ad altre produzioni – come The Studio -, Wonder Man si concentra non sul complesso meccanismo dell’industria dei sogni, ma sul suo motore, sulle figure che danno vita ai personaggi.
Intento lodevole, sia per offrire varietà a un pubblico stanco, sia per sperimentare nuove strade per il franchise. Sostenuta dalla recitazione di Kingsley, impeccabile con il suo istrionico Trevor, che porta gran parte del peso di questo viaggio dietro le quinte, pilastro di una storia che, per quanto ispirata, sembra mancare di una personalità definita. Struggente e appassionante nei momenti dedicati alle fatiche dell’essere attore, ridicola e ironica in altri frangenti, creando una dissonanza che stride in più occasioni con la tenuta emotiva della serie, altrimenti.
Wonder Man, la nuova frontiera del MCU?

Quindi, esattamente, cosa vuole essere Wonder Man? Probabilmente, non era chiaro nemmeno ai Marvel Studios. Sicuramente più convincente delle più recenti proposte, con uno stacco con la tradizione del franchise, pur mantenendo alcune sue meccaniche, eppure viziato dalla oramai apparentemente cronica mancanza di visione. Otto episodi che scorrono senza lasciare mai davvero la sensazione di completezza, portandoci a vedere non tanto Simon quanto Trevor come l’emblema del MCU: un mito sul viale del tramonto, incapace di arrendersi al passare del tempo e ancora alle glorie passate, in un eterno ricordo.
Wonder Man è un capitolo agrodolce del Marvel Cinematic Universe. Un racconto emozionante che ritrova nell’umanità dei suoi personaggi, nel loro essere meno super e più concreti la sua ragione d’essere. Il rimpianto è che questa lungimiranza, questo slancio verso nuovi orizzonti, arrivi forse tardi, senza trovare una giusta valorizzazione. Spotlight – il format con cui è stato presentato Wonder Man – rimanda ai riflettori, quel cono di luce che ti mette in risalto, ma la scelta di proporre le otto puntate di questa miniserie in un’unica soluzione, mentre il fandom era più interessato all’arrivo dei mutanti in Avengers: Doomsday, ha messo in ombra una delle produzioni post-Endgame più interessanti del franchise.



