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“Da quando veniamo al mondo non conosciamo altro che massacri, fame e pestilenze”

Riassume così la sua esistenza la Nizarita, poco prima di aprirsi come mai prima all’amore giunto troppo tardi nella sua sanguinosa esistenza. In Jihād, capitolo conclusivo del primo arco narrativo di Nero, cala la maschera dell’assassina infallibile che abbiamo visto seminare morte in Terra Santa, struggente rivelazione di una profondità emotiva percepita sotto la superficie, ma che solo in quel frangente drammatico sembra manifestarsi. Anche qui, un accenno delicato, quasi fosse un delitto per lei mostrare la sua interiorità, lasciandoci però la sensazione che dietro quel volto di triste bellezza ci fosse una poesia fatta di cicatrici e sofferenza che chiedeva solo di esser scoperta.

Rosa del deserto – Un tempo, la ragazza è quel canto perduto, una voce che si perde nella polvere della Terra Santa. I fratelli Mamuccari, autori di Nero, hanno concepito una terra devastata dalle Crociate lontana dall’immaginario classico, scevra di prese di posizione ideologiche, ma animata da uomini e donne che dietro il respiro epico della storia mostrano un’umanità drammatica. In questo mosaico umano, l’elemento magico acuisce ulteriormente il racconto emotivo di queste anime travagliate, e in mezzo a questi guerrieri ossessionati, non poteva che risaltare un elemento di rottura come la Nizarita.

La donna dietro il mito

Rosa del deserto
Rosa del deserto -©Sergio Bonelli Editore

Letale, affascinante, capace di tenere testa a uomini di potere in una congiuntura sociale in cui essere donna era tutt’altro che semplice. Chissà se i lettori hanno compreso come la sua forza non fosse la silenziosa abilità nell’assassinio bensì il suo sapersi muovere con sicurezza in un contesto maschilista, resistendo alle provocazioni e quasi facendosi forza delle dicerie e maldicenze che seguivano il suo passaggio.

Imperturbabile, inarrestabile e fedele al suo credo, in un momento in cui credere era sinonimo di sacrificio, di morte per un giusto ideale. Mai un’incertezza, una fama nata nel sangue e accresciuta nei massacri, così temuta da venire sminuita dagli uomini riducendola a strumento, di morte per alcuni, di derisione per coloro che ne temono e invidiano il valore.

Solo il nemico, l’infedele cristiano Renaud riesce a far breccia nella sua armatura, facendo ciò che nessuno nel suo popolo aveva mai osato fare: vederla non come arma, ma come persona. Nella sua visione cavalleresca, per Renaud la Nizarita – pur essendo un’assassina spietata – è ancora un’anima da scoprire, da proteggere, andando contro la sua ostinata volontà non contrapponendosi con un imperativo maschilista, ma per sincero affetto. Arma mai usata contro la donna, che rimane sconcertata:

“È la prima volta che qualcuno cerca di proteggermi”

Un’apertura che non è solo momento catartico di un’esistenza, ma anche segno di una vita che la ha spersonalizzata, trasformando una bambina – come abbiamo visto – in strumento. Rosa del deserto non è più un semplice spin off di una saga articolata, ma diventa il ricordo sospeso in quel respiro mancato, rubato dall’emozione di sentirsi, per una volta, amata.

Rosa del deserto, come un tempo, la ragazza divenne un’assassina

Rosa del deserto
Rosa del deserto -©Sergio Bonelli Editore

Una rivoluzione per una bambina divenuta donna tra violenza e rigidi insegnamenti. Privata della sua innocenza dalla morte sanguinosa delle sua famiglia, venduta come schiava e infine giunta alla fortezza di Alamut, la futura Nizarita cresce in un ambiente ferreo, in cui esser donna è segno di predestinata sottomissione, una condanna che può prendere la forma di un’esistenza segnata dagli assassini come fiore del deserto o – forse peggiore – ad essere una pianta da frutto, destinata a figliare per vedere i propri figli poi partire al mondo come soldati di una guerra senza fine.

Questa rinascita nel sangue è il fulcro di Rosa del deserto, ma ne è anche l’elemento di rottura. Lo sguardo spento con cui questa fanciulla inizia questa sua nuova vita, lascia sempre più spazio a una voglia indomita di violare questi dettami, spirito ribelle dove si richiede solo obbedienza e cieca fedeltà. Non esiste un’identità che non sia plasmata secondo questa setta, ogni vita viene condizionata e assume un nuovo nome, segno di una rinascita.

Tutti, tranne la futura Nizarita. In Rosa del Deserto, tutti i personaggi hanno un nome – presente o immaginato per un futuro – tranne la ribelle, di cui non sappiamo nemmeno come la avessero accolta al mondo i genitori. I nomi hanno un potere, abbiamo appreso in Nero, e forse questo segreto è il vero potere di questa anima adamantina, capace di subire punizioni e non cedere completamente a questa sua vita.

Una strada da percorrere che sembra non lasciare scampo, costringendo la ragazza anche a farsi custode di segreti che potrebbero ucciderla. E in una comunità in cui la fedeltà e l’obbedienza sono tutto, non ci possono essere rischi, e tutti sono sacrificabili. Questa è la lezione finale per una donna che ha imparato ad adattarsi, diventando infine un fiore del deserto, non uno fragile ma una rosa perché

“Sono tenaci. Hanno delle bellissime spine”

Il ricordo come legame

Rosa del deserto
Rosa del deserto -©Sergio Bonelli Editore

Un tempo, la ragazza è di per sé una storia appassionante e a tratti struggente, dotato di una personalità narrativa così bene definita da esser letto come fumetto stand alone. Eppure, la storia firmata dai fratelli Mammucari e Francesca Frigo è una lezione di sceneggiatura su come gestire un’ambientazione che non sia schiava dei personaggi, ma che possa anzi evolversi, anche tramite i ricordi, alimentandosi sempre di nuove storie.

Il passato della Nizarita non è semplicemente uno spin-off, ma è un’importante memoria della donna conosciuta da adulta, il momento in cui si è indossato quell’armatura emotiva vista a lungo, mostrandoci anche l’origine della stupenda crepa che ne ha segnato la fine. E grazie a questo volume, la figura stessa nella bellissima assassina assume una completezza prima solo percepita, le sue azioni, i momenti di rara tenerezza che si è concessa con Renaud e il suo gesto finale sono ancora più vividi e coerenti.

La bellezza dei disegni di Romina Moranelli ci ricordano le atmosfere della saga, ma eccellono nel tenere presente uno dei tratti distintivi della Nizarita: gli occhi. Lo sguardo dell’assassina era spesso la sua vera voce, specie nei silenzi e nei momenti più critici della storia, in Un tempo, la ragazza sono nuovamente più che le parole a mostrare il suo carattere, la sua evoluzione.

Anche nelle scene più crude, enfatizzate dall’accesa cromia di Simona Fabrizio. L’attenzione alla sinergia tra disegno, colore e tenore emotivo è uno dei fiori all’occhiello di Nero, e questo primo volume dei racconti dal Mondo di Nero ne conserva al meglio la tradizione.

I racconti perduti come chiavi del presente

Rosa del deserto
Rosa del deserto -©Sergio Bonelli Editore

E proprio quel Dal mondo di Nero è indizio di come questi capitoli slegati dal corso principale della saga siano più di storie dimenticate. L’abilità di un narratore è saper come tornare sui propri passi per dare ulteriore corpo alla sua creazione, cercando i punti di contatto più umorali e spontanei, evitando le forzature.

Per la Nizarita, questo volume la sensazione è che la sua fine sia stata celebrata più che da due padri creativi, da due fratelli. Che hanno scelto di non rendere eroico il suo sacrificio per l’amato Renaud, bensì un gesto estremamente umano, facendole un ultimo regalo: non essere più strumento, sii libera di amare, di fare la tua scelta.

E fino all’ultimo, proteggendo il suo nome, segreto potere che le apparterà sempre.

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Classe '81, da sempre appassionato di pop culture, con particolare passione per il mondo dei comics e la fantascienza. Dal 2015 condivide queste sue passioni collaborando con diverse testate, online e cartacee. Entra nella squadra di ScreenWorld come responsabile dell'area editoria con una precisa idea: raccontare il mondo del fumetto da una nuova prospettiva