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Nella vertigine di sovraesposizione di cui è preda il tempo presente, catturare l’attenzione delle persone equivale a trasformarla in valore: orchestrarla come un evento, uno scandalo, un’eccezionalità significa riuscire a schizzare fuori dall’ordinario quel tanto che basta a suscitare un brivido – poco importa della qualità della sua natura o di qualsivoglia compromissione morale. Sostenere una causa non dista allora così tanto dal saper metterla in scena, posto che l’ostinazione sia tale da poterla avvalorare.

Steal – La rapina formalizza tale costrutto incalzando le urgenze ansiolitiche del contemporaneo finanziario per indiavolare un racconto dal (necessario) potenziale pirotecnico. Rapine, raggiri e manipolazioni impastano le mani nelle impurità etiche di una furente scintilla narrativa: il denaro – mai neutrale, ma perno stordente di un capogiro che seduce identità arenate fra boria o miserevole rassegnazione.

Sotiris Nikitas drena le paure economiche della gente manomettendo alcune aspettative di genere – rileggendo cioè l’heist movie a partire dallo stress psico-emotivo conseguente a un chirurgico colpo narrativo. Dalla rapina ai fondi pensionistici la serie prende slancio per contorcersi in quel che viene dopo. Così sferraglia a perdifiato dall’individuale al collettivo, dialogando di responsabilità mentre corre infuriata verso il colpo di scena successivo. L’accumulo entusiasma fino a quando non si stanca, ma d’altronde è quello il punto: se l’attenzione è questione di attimi…meglio farli detonare.

A zonzo nell’apatia del quotidiano

Sophie Turner in una scena di Steal - La rapina
Sophie Turner in una scena di Steal – La rapina – @ Prime Video

In questa estensiva corsa al potere, tutto inizia e finisce fra i corridoi della Lochmill: il luogo dove avviene la rapina è un ufficio grigio quanto l’integrità morale dentro cui si consumano i personaggi. È una giornata normale travolta da un crimine tutt’altro che scenografico – eseguito con qualche click e la precisione tecnologica di una minacciosa competenza procedurale. In gioco ci sono i risparmi dei lavoratori, la anomalie di un sistema finanziario facilmente piegabile a funzionamenti e interessi spesso opachi, non a tutti familiari. Quello tramato da Steal è un colpo sparato nel vivo di un sentimento instabile, diretto come un cecchino sulle apprensioni delle persone comuni.

Steal – La rapina si radica allora nella verità stentata di esistenze prive di prospettiva, sgualcite da un ecosistema frustrato e perciò manipolabile dalle più tiepide alternative. Zara e Luke sono due impiegati della Lochmill Corporation: una società finanziaria destinata alla gestione di fondi pensionistici pubblici per cui i due ragazzi lavorano al fondo della catena, elaborando transazioni. Non sorprende che siano loro a dover obbedire ai rapinatori per garantirsi la sopravvivenza: del resto, se l’ebrezza del weekend è l’antidoto all’arrendevolezza di una routine sedata, solo i soldi hanno il potere di cambiare le cose.

E non è un caso che sia proprio del denaro la responsabilità narrativa di spostare il racconto infarcendo le biografie – fluidificato com’è in energia in movimento nel riformattare di continuo le parti.

Se hai paura di perdere, giocherai male

Archie Madekwe in una scena di Steal - La rapina
Archie Madekwe in una scena di Steal – La rapina – @ Prime Video

Per evidenti aderenze tematiche, Steal – La rapina si rimette al rischio col fine di vampirizzare le derive narrative imboccate. Ciascuna personalità, fagocitata dalla matriosca di livelli coinvolti nel piano criminale, si assume rischi crescenti in nome di un’esplicita disparità o estraneità sociale. E a ben vedere è proprio lì che la serie si consolida: dove intervalla tensione ed enigmi morali, impedendo qualsiasi altra forma di partecipazione – fatta eccezione per quel ricorrente rompicapo identitario: a chi è davvero ascrivibile il potere?

A tutti, costantemente, o forse mai a nessuno: il tranello psicologico di Steal si sbarazza di buoni e cattivi per scorrazzare libero fra angoli bui e bassifondi umani, inscenando alleanze e relativi collassi e gonfiandosi fino a implodere nel valicare il suo limite. Ogni coalizione anticipa un tradimento, ogni intuizione degenera in intoppi, ogni segreto erode fiducia nel senso di sé. La Zara di Sophie Turner ruzzola fra le irregolarità di un’auto-percezione incompatibile con quella accreditatale dagli altri: lei è scostante ma strategica, sardonica anche quando stremata. La sua imperfezione ci viene raccontata disperata laddove continuiamo a vederla brillante, ancorata alla spirale incriminata ma ingenua di un’insicurezza piena zeppa di responsabilità, spesso spinta al limite della legittimità.

Attraente, credibile…dimenticabile?

Jacob Fortune Lloyd in una scena di Steal - La rapina
Jacob Fortune-Lloyd in una scena di Steal – La rapina – @ Prime Video

Eppure si era detto già prima: Steal – La rapina si adopera poco per la legittimità. Si subordina piuttosto a una diversa formalità, spettacolarizzando (fino a demonizzare) nobili urgenze poco scalfite da qualsiasi incresciosa ripercussione. E se il sensibilizzare s’appaia al raffigurare, chi tesse la tela non può che estetizzarne l’esecuzione smascherando, non senza sensazionalismo, le criticità deficitarie di un sistema finanziario ispezionato di illeciti in inquietanti prevaricazioni e ambiguità.

L’ansia collettiva e personale sono nervi a pezzi che scombinano la tensione del racconto, terrificante perché sottesa a un’energia gelida nella sua credibilità. Lo scandalo e i retroscena della rapina sono simboli di resistenza incaricati di inquinare e rimbeccare la routine di una Londra familiare, più che mai riconoscibile. E in tale clima di emergenza Steal – La rapina precipita a picco sugli attriti circospetti del quotidiano, che convince, padroneggia e stupisce per espressione e personalità, fintanto che non si accontenta del suo essere adrenalinico.

Se il pilot ricompensa la nostra attenzione, la girandola che lo succede ne allenta la presa in progressione. Mollandoci, in buona sostanza, lì dove in partenza ci aveva assoldati: stregati da uno spettacolo di cervellotica immersività ma non meno dirottati verso la prossima attrazione che lo sostituirà.

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Laureata in CAM (Cinema, Arti della scena, Musica e Media) e Comunicazione presso l’Università degli Studi di Torino. Attualmente collaboratrice di ScreenWorld.it e NPC Magazine. Della realtà mi piace conoscere la mente, il modo in cui osserva e racconta le sue relazioni umane. Del cinema mi piace l’ascolto della sua sincerità, riflesso enfatico di tutte le menti che lo creano. Di entrambi coltivo l’empatia, la lente con cui vivere e crescere nelle sensibilità e le esperienze degli altri. Nella vita scrivo, studio e mi circondo di cinema, perché penso non esista niente di più bello.