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Mutanti con gli occhi a mandorla, mercenari chiacchieroni che si lanciano in impresse assurde tra sushi e onigiri e leggende giapponesi raccontate tramite la presenza di supereroi sotto differenti spoglie. Queste strane combinazioni sono solo alcuni dei punti di contatto tra l’universo marveliano e il manga, due mondi apparentemente lontani, eppure sempre più intrecciati, quasi fossero tirati assieme da una delle Incursioni di Hickman.

Non è un mistero che nella Casa delle Idee si sia guardato molto al mondo orientale, soprattutto nel nuovo millennio. Se in precedenza la cultura del Sol Levante era utilizzata come elemento di approfondimento di alcuni personaggi – come ben dimostrato da Miller con il suo Wolverine – la diffusione del manga e la sua popolarità ha ampliato questa visione, arrivando alla creazione di una produzione sempre più vicina al gusto orientale.

Attraversare il Pacifico

Snikt!
Snikt! – © Marvel Comics

Un gusto che, oramai, non è più una questione locale, ma ha assunto una portata globale. Non è un mistero che il manga si sia imposto come un elemento cardine della pop culture attuale, e la presenza di autori che sono appassionati voraci del fumetto giapponese ha contribuito a introdurre, in prima istanza, alcuni dei tratti tipici del manga all’interno di un linguaggio espressivo sempre più fusion.

Con il nuovo millennio, questa ricerca di una sintesi tra supereroismo a stelle e strisce e manga prese la forma di Marvel Mangaverse. Esperimento non dissimile ad altri laboratori narrativi avviati a partire da metà anni ’90 – come Ultimate Universe o Marvel 2099 – in cui si riscriveva la storia dei principali eroi Marvel in chiave manga. Non solo stilisticamente, con tutti i dogmi visive del genere, ma andando a cogliere anche narrativamente nuove idee per avvicinare questi eroi a un pubblico più avvezzo alla letteratura manga. Rivendendo oggi quella scommesso rivolta a oriente, Marvel Mangaverse sembra più un tentativo di entrare in un segmento senza troppo impegno, limitandosi a scalfirne la superficie.

La lungimiranza di Marvel di aver cercato di aprirsi alle influenze culturali esterne al duopolio supereroico americano non si volge solo a oriente. I personaggi della Casa delle Idee venivano affidati ad autori stranieri, che ne offrivano una versione diversa e più internazionale. Basterebbe citare due storie del mutante più amato, Wolverine, che prima arriva in Brasile con Saudade – accompagnato dai francesi Philippe Buchet e Jean-David Morvan – e poi viene affidato alle cure sci-fi di Tsutomu Niehi, autore di Blame! e Knights of Sidonia, che con il suo Snikt! catapulta Logan in un oscuro futuro.

Due visioni autoriali differenti, frutto di diverse scuole artistiche, che tuttavia consentono di valorizzare aspetti differenti dei personaggi, avvicinandoli anche a pubblici differenti. D’altronde, in Marvel non si è mai fatto mistero di cercare di intercettare diversi gusti, basti pensare al Silver Surfer di Moebius o alle sperimentazioni italiane, come il team up di Cap e Daredevil realizzato da Faraci e Villa o Spider-Man: il segreto del vetro, sempre con i testi di Faraci e i disegni del maestro Cavazzano.

Anni di sperimentazione e sguardo oltre il mercato interno, che hanno sempre più avvicinato Marvel a nuovi orizzonti. E il manga nel frattempo attesta sempre più la propria potenza, al punto che nuovi avvicinamenti da parte della Casa delle Idee non possono essere più solo tentativi, ma devo prendere la forma di autentiche opere manga.

Big from Japan

Demon Days- © Marvel Comics
Demon Days – © Marvel Comics

Arrivando ai tempi recenti, a fare da guida in questo senso è Peach Momoko. Arrivata in Marvel durante l’era Cebulski, editor in chief con una grande affinità al mondo manga. Da illustrazioni a opere più complesse, come Demon Day e Demon Wars, in cui la tradizione nipponica viene amalgamata a quella marveliana. Se sul piano narrativo si può ritrovare una visione chiara e intrigante viziata da alcune ingenuità, Momoko interpreta con grande maestria il racconto visivo, creando una perfetta sintesi tra i personaggi Marvel e l’arte tradizionale giapponese.

Non stupisce che al momento di lanciare l’universo Ultimate, a Momoko siano stati affidati i mutanti. Ultimate X-Men mostra nuovamente come per sua natura la X-Family sia perfetta per adattarsi a diversi stili, narrativi e grafici. In casa Marvel, probabilmente è il prodotto più affine al lettore tipo manga, che ritrova le dinamiche di uno shonen calate all’interno della società giapponese.

Per il lettore tradizionale Marvel, questo scambio culturale viene reso inclusivo tramite la presenza di un glossario visivo che fornisce i necessari riferimenti, senza essere invasivo all’interno delle tavole. Esperimento riuscito, tanto che i mutanti sono nuovamente soggetti di un manga loro dedicato.

X-Men – Il Manga è una riscrittura in chiave manga non tanto dei comics dei Figli dell’Atomo, quanto della serie animata cult degli anni ’90. Tanto che ad accoglierci in questa riscrittura è la trasposizione de La notte delle sentinelle. Con questo manga, che mantiene anche il senso di lettura tipico dei fumetti giapponesi, si percepisce una maggior dominanza dello spirito manga, complice un team artistico interamente giapponese. Più che evidente l’intento di rivolgersi espressamente ai lettori di manga, che sono guidati alla scoperta dei mutanti con appositi approfondimenti.

Ricerca di un linguaggio comune

Ultimate X-Men
Ultimate X-Men – © Marvel Comics

La ricerca di un ponte che unisca il pubblico manga e le avventure marveliane è sempre più strutturato, ma non per questo privo di operazioni non pienamente riuscite. Se da un lato Ultimate X-Men e X-Men – Il Manga si configurano come ottimi esempi di integrazione, grazie alla loro natura specifica e calibrata sul fine ultimo, meno convincenti sono operazioni come la collana Marvel Manga.

Pur ospitando sotto questa etichetta opere come la riedizione a colori di Snikt! di Niehi e  Demon Wars di Momoko, Marvel Manga inserisce al suo interno estratti da serie che del manga hanno suggestioni minime, più degli omaggi che non dei veri e propri punti di contatto tra il fumetto supereroico americano e il manga. Pur apprezzando l’intento di offrire a un prezzo contenuto archi narrativi completi, non si può negare come il formato non premi opere dalle tavole ricche come quelle di Momoko.

Al netto dei formati o dei singoli progetti, è oramai evidente che ci sia una forte connessione tra il mondo marveliano e la grammatica manga. Una sintonia che trova sempre più forme, alcune riuscite e altre meno, ma che testimonia la volontà della Casa delle Idee di non chiudersi nel proprio universo supereroico, ma di cercare nuove possibilità narrative per i suoi eroi.

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Classe '81, da sempre appassionato di pop culture, con particolare passione per il mondo dei comics e la fantascienza. Dal 2015 condivide queste sue passioni collaborando con diverse testate, online e cartacee. Entra nella squadra di ScreenWorld come responsabile dell'area editoria con una precisa idea: raccontare il mondo del fumetto da una nuova prospettiva