Steven Spielberg è il regista più famoso di Hollywood e, probabilmente, il più famoso della storia. Nato cinematograficamente nella generazione della New Hollywood, il regista americano ha cambiato per sempre il mondo del cinema con la produzione di film colossali che hanno preso il nome di “blockbuster”. Il cinema commerciale non ha mai conosciuto un’impennata così grande come nel momento in cui quest’uomo ha fatto la sua entrata tra i set hollywoodiani. Spielberg si è presto affermato come cantastorie e i suoi film sono diventati grandi successi internazionali.
Questo ha fatto nascere molte false credenze o incomprensioni riguardo al lavoro del regista statunitense. Spielberg non è mai stato un regista “commerciale” per come lo si intende comunemente. Semplicemente, la sua visione del mondo e il suo stile si sono prestati benissimo a quelle pratiche commerciali tanto care all’industria americana. In realtà, fin da subito, Spielberg non ha mai smesso di parlare di sé. L’incomprensione più grande nasce proprio dalla falsa credenza che l’artista “vero” debba essere “impegnato”, quando non è affatto così. L’artista non fa altro che portare in scena il suo mondo interiore, e Steven Spielberg questo l’ha fatto alla grande.
Il trauma e il lutto

L’artista elabora un mondo interiore, fatto dei suoi ricordi, delle sue vicissitudini e delle sue emozioni. Questo mondo prende forma attraverso lo stile e i mezzi che guidano lo stile stesso. Otteniamo quindi dei “tableaux vivants” della vita delle persone, espressioni del proprio animo che riecheggiano tra il mondo digitale e quello materiale. Spielberg, dal canto suo, ha scelto il cinema: un mezzo di comunicazione che, guarda caso, è il più semplice e diretto in assoluto. Molto prima delle tecnologie odierne, il cinema è stato in grado di realizzare una realtà “altra” in movimento.
Prendiamo in prestito alcune teorie di Donald Winnicott, psichiatra e pediatra di successo. Winnicott introduce il concetto di oggetto transizionale. Parliamo di oggetti reali, come giocattoli, coperte o elementi di altro genere, che il bambino utilizza per superare la separazione dalla madre. Una separazione pratica e simbolica che serve all’individuo a riconoscersi come tale e a separarsi dall’altro. Potremmo dire che qualsiasi elemento di divisione è un elemento traumatico.
Il bambino, così come l’adulto, opera allora delle strategie per superare il lutto e, finalmente, crescere. Questi oggetti sono elementi a metà tra l’immaginato e il reale, che vanno a creare uno spazio analogo. Winnicott lo chiama spazio transizionale e serve all’individuo per elaborare la perdita. L’oggetto transizionale di Steven Spielberg è la macchina da presa e il suo spazio è quello del cinema. La sua filmografia è la prova vivente di questo spazio psichico e di come l’essere umano, attraverso l’immaginazione, possa affrontare se stesso.
Il primo blockbuster della storia è stato Lo Squalo (1975), Steven Spielberg era solo al suo terzo film.
Ricordi ed elaborazioni

Ma qual è stato allora il trauma su cui si è fondata la filmografia, e il successo, di Spielberg? È la mattina di un freddo giorno del 1966: Leah Adler e Arnold Spielberg hanno concluso la loro separazione. Steven Spielberg ha 19 anni e ha passato la sua adolescenza tra bullismo e solitudine. Il padre ha già preparato le valigie, la macchina è pronta. Il giovane ragazzo non può fare nulla per fermarlo, ma dentro di lui avanza un sentimento di infinita tristezza. Spielberg non parlerà più con suo padre per i successivi 15 anni.
Questo lutto è la chiave di volta della sua fantasia. La separazione paterna, la famiglia in crisi, la solitudine e l’alienazione diventano il carburante per i suoi film. Sugarland Express è il primo vero lungometraggio cinematografico di Steven Spielberg. Sebbene ancora immaturo rispetto ai lavori futuri, questa prima opera inizia a costruire quello spazio transizionale di cui sopra. La storia segue i due coniugi Poplin, due piccoli e giovani criminali il cui scopo è quello di riprendersi il proprio figlio, affidato a una nuova famiglia a causa dei precedenti dei due. Il trauma è stato internalizzato e lo spazio è pronto a esplodere.
Il nucleo fondamentale che muove tutto il film è infatti il ricongiungimento di una famiglia distrutta. Rapporti disfunzionali, immaturità, rabbia e questioni di responsabilità che hanno diviso per sempre i genitori dal figlio. I sensi di colpa, il ritrovarsi e lo scontro con “lo stato delle cose” muovono questi personaggi, così come tanti altri a venire, al solo scopo di smuovere Spielberg dal suo lutto. La lotta messa in scena dai suoi personaggi diventa la lotta interiore di Spielberg; i loro ricongiungimenti, il finale immaginato e salvifico del sé adolescente.
Una carriera lungo un sogno

Trovata la chiave di volta della sua creatività, Steven Spielberg inizia a espandere il suo spazio transizionale all’interno dei film successivi. Il tema della famiglia si contrae ritmicamente in ogni suo film, creando dei veri e propri topos personali. Ecco allora che l’avventura fantascientifica per eccellenza, E.T. – L’extraterrestre, conserva e fa esplodere questo sottotesto. Come ha sempre specificato Spielberg, la storia sugli alieni più famosa di sempre è in realtà la storia di una famiglia sfasciata. E.T. è solo un modo fantasioso per permettere a Elliott di elaborare il suo trauma.
Oltre alla magia e allo spettacolo di effetti a cui Spielberg ci ha sempre abituato, si affianca qualcosa di più profondo e viscerale. L’avventura di Elliott e della sua famiglia diventa, in realtà, qualcosa di molto terreno. E.T. è un simbolo, un evento che scompiglia la vita di Elliott: un oggetto che smuove la sua mente, rapportandolo emotivamente e praticamente con la perdita, in un processo di salvificazione che culmina con il saluto, maturo e cosciente, all’amico alieno. Ma questo non basta a Spielberg per superare il suo lutto e la situazione deve ripresentarsi, in maniera quasi ossessiva.
Così lo squalo diventa la minaccia che mette in crisi Brody, la sua famiglia e un’intera cittadina, mentre il demone di Poltergeist (di cui Spielberg ha curato la sceneggiatura) mette in pericolo tutto il nucleo familiare dei protagonisti. In Incontri ravvicinati del terzo tipo la minaccia aliena spingerà il padre ad “abbandonare” la propria famiglia. In Jurassic Park, Sam Neill deve affrontare la sua più grande paura: avere dei figli. In Minority Report il protagonista viene manipolato attraverso il suo lutto familiare, e così via. Spielberg, con le dovute eccezioni, non ha mai smesso di parlare di sé, perfino nei suoi lavori più commerciali.
La voce di E.T. è un mix particolare di suoni. Pat Welsh, un’anziana fumatrice, fornì la sua voce, alla quale vennero aggiunti versi di animali e suoni prodotti da Spielberg in persona.
Realtà e finzione

Due sono allora i lavori essenziali per capire la vita e la carriera di Steven Spielberg: Spielberg (2019) di Susan Lacy e The Fabelmans (2022) di Steven Spielberg. Il primo è un documentario, probabilmente il migliore, sulla vita del regista. Spielberg questa volta si siede davanti alla macchina da presa e si lascia andare a un lungo e sofferto discorso sulla sua vita. Grazie all’abile mano di Susan Lacy veniamo infatti a conoscenza della profonda ferita che ha dato adito alla fantasia del regista. Durante il documentario Spielberg racconta di non aver parlato con suo padre per oltre 15 anni, ma che, dopo questo lasso di tempo, è successo qualcosa.
Proprio come in un film di Hollywood, il padre è tornato con un plot twist in grado di ribaltare tutto. Arnold Spielberg dichiarerà infatti davanti alla macchina da presa di non aver “abbandonato” il figlio. Dopo aver scoperto il tradimento della moglie con il suo migliore amico, ha preferito lasciare la casa per non creare problemi tra i figli e la loro madre, iniziando così un lungo periodo di solitudine. La notizia sconvolge Spielberg, ribaltando completamente il suo trauma. Per anni aveva inseguito una bugia.
Arnold Spielberg e Leah Adler faranno teneramente pace all’interno dello stesso documentario, rimarginando così la profonda ferita del regista. Ora bisognava solo sistemare il suo racconto cinematografico. The Fabelmans chiude per sempre lo spazio transizionale di Spielberg, permettendo al regista di fare finalmente pace con il suo vissuto. Il film è infatti ispirato alla vita del regista e segue le vicende narrate dallo stesso nel documentario di Susan Lacy e tutte le vicissitudini rintracciabili nella sua biografia.
Una vita post-moderna

Ma allora, come finisce questa storia? Finisce con Steven Spielberg che riscrive la storia della sua carriera e della sua vita attraverso una delle migliori biografie cinematografiche di tutti i tempi. The Fabelmans non solo permette a Spielberg di rielaborare una volta e per sempre ciò che è successo quella mattina del 1966, ma fa qualcosa in più: il film cambia la storia della sua vita. Sammy, alter ego del regista, non lascia andare via il padre, non permette che passino quei tremendi 15 anni per affrontare la questione. Il ragazzo parla con i suoi genitori, facendo finalmente luce sull’accaduto, perdonando la madre e abbracciando il padre.
Così si conclude il tormento e la fuga di uno dei registi più importanti della storia. Di Spielberg si è parlato in tutti i modi, dal suo lato più commerciale fino alla conquista degli Oscar, dalla sua partenza televisiva fino all’eredità kubrickiana, eppure difficilmente si è accostato questo nome all’etichetta di “artista”. Spielberg ha creato mondi magici, effetti spettacolari e cult che hanno cresciuto e continueranno a crescere intere generazioni ma, più di tutto, ha usato il cinema come uno specchio della sua vita, ricostruendo all’infinito il suo enigma fino a risolverlo del tutto.



