X

Per un cinefilo, poche cose sono più divertenti di andare a un festival di cinema di genere, perché l’amore per la settima arte si unisce allo spirito di comunità intorno a una precisa proposta e linea editoriale, portando a forme di partecipazione anche goliardica che non si trovano in altri festival, diciamo in quelli generalisti. Chi è stato almeno una volta al Far East Film Festival di Udine, specializzato nel cinema popolare dell’Estremo Oriente, sa di cosa parlo.

In Italia, uno dei più longevi e fortunati è il Trieste Science Fiction Festival, che si è svolto a cavallo tra ottobre e novembre, e, come il nome fa intuire, si occupa prevalentemente di fantascienza, ma non solo, sondando anche i lati oscuri dell’horror. Ha raggiunto il 25° anno di età e prima di ogni proiezione, sollecitato dal presentatore o spontaneamente, il pubblico grida un “Raggi fotonici” (che è un po’ il mantra del festival) seguito da un’eco: “Alabarda spaziale”, che per chi non lo sapesse sono alcune delle armi di Goldrake e sentirle gridate con entusiasmo dentro un posto magico e signorile come il Politeama Rossetti, la cui volta affrescata è una delle più belle d’Italia, fa un certo effetto.

Quest’anno eravamo partner del festival e qui di seguito, trovate un rapido reportage delle cose più interessanti, non per forza belle, della manifestazione. Per la cronaca, i premi principali li hanno vinti, The Incredible Shrinking Man diretto da Jan Kounen – di cui vi parlo a breve – e Redux Redux, che non ho visto, purtroppo. A breve arriveranno anche le interviste con alcuni dei registi e con Gabriele Mainetti, presidente della giuria per le opere prime e seconde.

The Incredible Shrinking Man

Partiamo da uno dei vincitori: Jan Kounen, regista franco-olandese, ha preso un classico della fantascienza con lo stesso titolo (in italiano è Radiazioni BX: Distruzione Uomo: sappiamo sempre come farci riconoscere), a sua volta tratto da un magnifico romanzo di Richard Matheson (Tre Millimetri al Secondo). Lo ha cucito addosso a Jean Dujardin per raccontare la storia di un uomo che, dopo essere venuto a contatto con una misteriosa sostanza, comincia a rimpicciolire, un po’ per volta, fino a raggiungere dimensioni così piccole che un ragno comune diventa una creatura epica.

Kounen, rispetto al Jack Arnold del film del 1957, ha un budget molto superiore, ma ha deciso di rispettare per quanto possibile lo spirito B-movie dell’originale dal punto di vista della produzione: fine lavoro di scenografie, trucchi ottici e prova fisica dell’attore. Al contempo però, Kounen calca più sull’avventura e l’azione, specie nella seconda parte, mentre nella prima può ampliare la relazione familiare del protagonista, il rapporto con moglie e figlia più problematico rispetto all’originale.

Dove il regista cambia passo rispetto al materiale di partenza, è forse nello spirito con cui racconta la vicenda: se Arnold calcava la mano sull’angoscia desolata della dispersione nel mondo, raccontando con lungimiranza le paure del maschio degli anni ’50, Kounen e lo sceneggiatore Christophe Deslandes invece danno quell’inferiorità temuta come punto di partenza e permettono al protagonista di riscattarsi dalle sue mancanze, anche se solo per i nostri occhi, trovando nella fusione coi livelli infinitesimali del mondo una sorta di pacificazione interiore. È una decisione che sa di conciliazione, di escamotage per tramutare la paura dell’ignoto in un lieto fine, partendo dal libro e cambiando il tono, ma non inficia un’opera riuscita, più muscolare che emotiva, ma abbastanza onesta.

Osiris

Ogni tanto, a volte anche qualcosina in più, il festival si lascia andare alla tentazione del B-movie, quelli che un tempo andavano in sale di circuiti minori o in double bill, poi sono diventati gli straight-to-video e oggi riempiono le piattaforme streaming, magari a noleggio a pochi dollari. Niente di male, ci mancherebbe, specie se hanno la fattura di Osiris, il film di William Kaufman – specialista del settore – in cui un gruppo di soldati USA viene trasportato su un’astronave aliena per essere analizzato e trasformato in cibo.

C’è Alien, Predator, Doom, 13 Soldiers e un sacco di altra roba in questo frullato, ci sono un paio di sequenze davvero niente male, specie la prima con un bel camera work, buoni effetti visivi, un macro cameo di Linda Hamilton per far abboccare lo spettatore meno accorto e un accurato uso del budget. Certo, se come un B Movie tradizionale fosse durato 80 minuti anziché metterci a forza 30 minuti di dialoghi molto poco interessanti ci troveremmo di fronte a un piccolo gioiello.

Mag Mag

Nei festival specializzati nei generi, il Giappone e l’estremo Oriente hanno spesso un ruolo preminente. Anche a Trieste riescono a non farsi schiacciare dalla presenza corazzata degli Stati Uniti: per esempio, con questo horror sbilenco diretto da Yuriyan Retriever, comica e attrice brillante che si inventa regista per raccontare di un fantasma che uccide innamorandosi delle persone che perseguita.

Retriever, meraviglioso nome d’arte, mescola goliardia, surrealismo e voglia di decostruire gli spaventi, operazione ambiziosa per cui forse è un po’ acerba; ma vale la follia, che spesso è padrona del genere in lingua nipponica, e ce la godiamo, come l’opera d’arte a forma di bocca di lattice dentro cui la protagonista entra per vendicarsi del demone.

Arco

Uno dei film animati europei più apprezzati della stagione (presentato a Cannes, vincitore del primo premio ad Annecy, il più importante festival d’animazione al mondo) è la storia di una bambina e di un suo coetaneo venuto dall’altro lato dell’arcobaleno che sta cercando la sua famiglia volando.

Un film che omaggia lo studio Ghibli nel passo, negli sfondi, nel rapporto con la natura, ma che al tempo stesso ha un tratto visivo tipico della scuola francese, tenero nella storia di un’amicizia tra mondi e culture e tempi lontanissimi, con un finale di struggente delicatezza.

Speciale Cinema Circus: Bureau 749

Ok la tentazione della serie B, ma dove lo mettiamo il Blockbuster cinese? Al centro della scena, come accade per Bureau 749, fantascienza iper-spettacolare e iper-cinetica diretta da Lu Chuan per raccontare la storia di un ragazzo “speciale” (sotto i vestiti e la carne nasconde un paio d’ali) che reclutano per farlo diventare supereroe e così combattere dei mostroni sbucati dal sottosuolo.

Anche qui frullato, ma niente risparmi, il regime della bandiera rossa ci tiene a mostrare ogni singolo Yuan speso e quindi via a tripudi di effetti visivi, scenografie digitali, e soprattutto un lavoro con la macchina da presa (immagini di David Tattersall, non sono specificati su IMDb i nomi del regista della seconda unità o degli operatori) a tratti vertiginoso che si sposa a perfezione con i volteggi degli stuntmen, soprattutto in sequenze come quella dell’inseguimento parkour e dell’addestramento a suon di gigantesche sfere rotanti, dove il vero spettacolo performativo è quello dell’uomo dietro la macchina da presa.

Condividi.

La rivista del Cinematografo e Il sussidiario, collabora con vari siti internet, quotidiani e riviste, cura programmi radiofonici, rassegne e festival cinematografici. Ha pubblicato saggi, in opere come Il cinema di Henri-Georges Clouzot (a cura di Stefano Giorgi, Il foglio) e Il cinema francese negli anni di Vichy (a cura di Simone Venturini, Mimesis), e monografie come Beautiful Freak. Le fiabe nere di Guillermo Del Toro, Blue Moon. Viaggio nella notte di Jim Jarmusch e Bigger Boat e Blinded by the Light dedicato a Steven Spielberg per Bakemono Lab. Dal 2016 è membro della Commissione di selezione della Mostra del Cinema di Venezia, dal 2019 è socio della Rete degli Spettatori con cui organizza rassegne cinematografiche e progetti culturali volti alla diffusione del cinema di qualità e indipendente, nelle sale, in streaming, nelle scuole.