Sean Baker lavora in una fessura quasi invisibile ai più, una fenditura che sembra aver trovato solo lui, dove l’energia pop convive con la postura di un filosofo esistenzialista. Il suo è un cinema che increspa le immagini e le riempie di riflessi e riflessioni. I colori vanno al ritmo della cultura di massa, ma sotto trattengono la domanda degli ultimi: come si resta vivi quando il mondo ti chiede di sparire?
La sua disciplina è tutta nel presente, come una Legge di Grossweiner da golfista applicata al punto di contatto fra finzione e realtà, dimenticare il colpo precedente e giocare solo quello che hai davanti. Sopravvivere come si può, non come sarebbe dovuto andare, né come sarebbe “giusto” sperare. Ed è qui il fulcro del suo cinema, nell’esperienza vissuta e nella libertà dei personaggi di definirsi anche quando le circostanze sono avverse.
Partendo dalla fine

Il regista che alla 97ª notte degli Oscar, il 2 marzo 2025, ha visto Anora portare a casa cinque statuette, quattro delle quali a suo nome, è nato il 26 febbraio 1971 a Summit, nel New Jersey, sotto il segno dei Pesci. E c’è qualcosa di giustamente pisciforme nel suo cinema, che nuota controcorrente e rifiuta la superficie, attirato dall’immaginario e da uno slancio quasi protettivo verso la sensibilità. Baker non si limita a raccontare storie, si tuffa dove il sogno americano finisce e il desiderio va a braccetto con l’inerzia di un incubo. Da lì, dal fondo, per Baker arriva l’autenticità, merce rara bramata da ogni artista, e il sesso non è un tabù da maneggiare con i guanti, ma il punto in cui la società smette di recitare e comincia a mostrarsi. Per questo i suoi film sembrano commedie sporche e, sotto, sono elegie lucidissime, sempre consapevoli dei propri chiaroscuri.
Baker filma e racconta l’America dove resistere è più normale che esistere, non il sogno ma il suo retro, il suo scarto, la sua promessa non mantenuta. E dentro quel miraggio infranto, il sesso, soprattutto il lavoro sessuale, non diventa scandalo né morale, diventa termometro, lingua franca, forma di verità sociale nel XXI secolo.
Le origini

Cresciuto nel New Jersey, formato alla NYU Tisch e segnato dall’etica del fare, spesso con poco, Baker costruisce una filmografia che non “riscatta” i personaggi, li accompagna. Attorno a lui, un nucleo di collaborazioni costanti, a partire da Shih-Ching Tsou e dalla sorella Stephonik Youth, rende riconoscibile un metodo fatto di realismo nervoso, umorismo sporco, colori seducenti e una fiducia quasi ostinata nei volti nuovi. Nel 2026 taglia il traguardo dei 55 anni, ma la traiettoria è quella di chi ha cominciato tardi solo in apparenza. Esordisce nel 2000 con Four Letter Words, che scrive, dirige e monta, poi affila il proprio sguardo con Take Out (2004) e Prince of Broadway (2008), film poveri e mobili in cui si prende addosso un controllo quasi totale, dalla scrittura al montaggio, fino alla fotografia. Nel frattempo arriva anche la sua “gallina dalle uova d’oro” televisiva, Greg the Bunny, co-creata da Baker e capace, come ha raccontato lui stesso, di tenerlo a galla per anni mentre continuava a fare cinema ai margini.
Da Starlet ad Anora

La vera svolta arriva con Starlet (2012). Qui si sente già un Baker maturo e si apre la collaborazione alla sceneggiatura con Chris Bergoch. Per la prima volta, inoltre, il centro emotivo è affidato a un’attrice professionista come Dree Hemingway. Da quel momento il suo cinema sembra inventarsi un passo tutto suo, una commedia sexy indipendente, quasi un genere a sé, e nel 2015 la platea si allarga con Tangerine, girato interamente con un iPhone 5S. Negli anni successivi arrivano i titoli che lo fissano nell’immaginario contemporaneo, Un sogno chiamato Florida (2017), Red Rocket (2021), Anora (2024), mentre il lavoro con Tsou prosegue anche fuori dalla sua regia. La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl, 2025) porta ancora una volta la loro sensibilità dalla parte degli ultimi, con Baker coinvolto nella scrittura, nel montaggio e nella produzione.
E nei cinque film della maturità, da Starlet ad Anora, il sesso non è mai un tema “scandaloso”. È un termostato sociale che regola la temperatura del mondo che Baker racconta e, quando sale, non scalda, brucia. Brucia anime e bisogni, desiderio e sopravvivenza, perversioni di classe e fame d’amore, nei non-luoghi del sogno americano.
Se altri suoi film hanno un ritmo narrativo che corre, urla e scalpita di esuberanza e frenesia, Starlet abbassa la voce. La grande sterzata comincia dal silenzio, quasi in controtendenza rispetto a un’epoca che, per farsi notare, pretende sempre un eccesso di tono. È qui che il termostato sociale di Baker inizia davvero a lavorare, non con colpi di scena, ma con minime oscillazioni, con una temperatura che cambia piano e ti accorgi di avere freddo solo quando è troppo tardi. Il motore è un oggetto ridicolo e potentissimo, un thermos comprato a un yard sale, un contenitore che diventa tentazione, prova, bivio morale. Baker lo usa come un minuscolo deus ex machina per far collidere due solitudini, quella di Jane, ventunenne sospesa tra precarietà e desiderio, e quella di Sadie, anziana ai margini del proprio stesso mondo. Intorno, la San Fernando Valley sembra un paesaggio neutro e invece è una mappa di gerarchie invisibili, divisa tra chi può permettersi di sbagliare e chi ogni errore lo paga due volte. Anche il titolo lavora in doppio.
Starlet è il nome del cane, che con il suo istinto animale muove la narrazione e ci trascina da una parte all’altra del film, ma starlet è anche l’etichetta appiccicata addosso a una ragazza nel porno, promessa di luce e gabbia di ruolo. In questo mondo la speranza non esplode mai, si trascina. Va avanti a colpi di piccole scommesse e di transazioni, e il sesso, più che provocazione, diventa locomotiva e sintomo della crisi, energia disperata che prova a tenere in piedi i sobborghi mentre tutto minaccia di cedere. E l’intimità, quando arriva, arriva di sbieco, passando per menzogne e vergogna, la moneta con cui ci si compra un altro giorno. Starlet finisce così, senza alzare la voce, come se la realtà avesse bisogno di essere detta piano per fare più male.
La città: Tangerine e Un sogno chiamato Florida

In Tangerine, invece, ci ritroviamo dentro la “bellissima bugia impacchettata bene” che è Los Angeles. Girato con iPhone 5S, il film sostituisce i volti di Hollywood con corpi che la città di solito usa e poi dimentica, e a volte dimentica perfino mentre li ha ancora davanti. Ci sono trans, tassisti, spacciatori, protettori, clienti, gente mossa dal bisogno di soldi e da un desiderio urgente, quasi fisico, di sentire qualcosa, qualunque cosa, pur di evadere da una prigione quotidiana. Qui Baker prova una narrazione frenetica e chiassosa e, proprio dentro quel rumore, trova inquadrature capaci di regalare allo spettatore la stessa illusione dei personaggi. Che forse non è poi così brutto vivere così, se sopra di te c’è un cielo rosso, con nuvole che sembrano ombre, e se anche toccando il fondo c’è ancora una spalla, una complice, su cui poggiarti.
Con Un sogno chiamato Florida arriva la notorietà. È il film che sbeffeggia il vecchio adagio hollywoodiano del “mai lavorare con bambini e animali”, perché qui i protagonisti sono ragazzini di otto anni e la loro esuberanza, la loro sfacciataggine, perfino la loro maleducazione non sono un ostacolo, sono la materia stessa del racconto. Vivono ai margini di Disneyland, in quel paradosso americano dove i motel diventano case, i parcheggi diventano cortili e l’estate, più che una vacanza, è una lunga noia luminosa che ha il sapore di un cono gelato diviso in tre.
I piccoli protagonisti guardano il mondo con lo stesso disincanto oppresso e stanco di chi ce li ha messi al mondo, come se l’infanzia non fosse un riparo ma un modo più facile di stare nello stesso guaio. Eppure Baker riesce a far filtrare un conforto minimo, quasi clandestino, persino cinico e bastardo. Non una salvezza, non una favola, piuttosto l’idea che, anche quando il viaggio sembra già deciso, esiste ancora un gesto, una corsa, un’immagine capace di tenere insieme per un attimo ciò che sta per crollare.
E l’epilogo, proprio per questo, non ti concede catarsi. Ti lascia addosso una domanda che somiglia all’albero che cade e continua a crescere, l’immagine che la piccola Moonee ama perché dice una verità da cui non si scappa. Anche quando il mondo sembra crollare, si diventa grandi lo stesso. Non c’è altra scelta.
Un’altra prospettiva

In Red Rocket per la prima volta la rappresentazione bakeriana si incarna con decisione in un uomo. È Simon Rex, attore enorme e a lungo sottovalutato, rimasto per anni ai margini tra ruoli comici e parodistici, qui finalmente usato come corpo di un linguaggio narrativo, non come spalla da gag. Il film conserva l’estetica ormai consolidata di Baker e le sue ossessioni di fondo, il porno e il disincanto, con un’eco lontana di Boogie Nights che risuona sotto traccia. Se in Un sogno chiamato Florida l’American Dream restava nei territori limitrofi, qui ci viene sbattuto in faccia per oltre due ore. Il sogno americano ha il volto di un ex pornoattore e dei suoi tentativi manipolatori di “redenzione”.
Mikey fantastica un futuro ancora davanti alla macchina da presa, convinto di poter continuare a guadagnare col sesso, ma quel futuro non fa che spogliarlo, uno strato alla volta, di ogni illusione. Baker torna così a raccontare i reietti, quell’America laterale che l’America ufficiale fatica perfino a nominare, le fasce sociali che hanno pagato sulla pelle le promesse deliranti del sogno americano. E il finale, per quanto si possa dire senza tradirlo, è persino più drammatico di quello del film precedente. Non c’è più nemmeno una fuga fisica possibile, resta soltanto quella dell’immaginazione.
Anora arriva come ottavo lungometraggio di Sean Baker e come consacrazione piena, quella che porta il suo cinema fuori dalla cinefilia “di culto” e lo piazza, senza addomesticarlo, al centro della conversazione pop. Palma d’Oro a Cannes 2024 e – appunto – trionfo agli Oscar 2025 con cinque statuette, quattro delle quali attribuite direttamente a lui (regia, sceneggiatura originale, montaggio, e come produttore per il miglior film). Al centro c’è Anora (Ani), interpretata da Mikey Madison, spogliarellista a Brighton Beach, fiera del proprio lavoro e lucidissima sul fatto che, in quel mondo, l’intimità è spesso una contrattazione prima che un sentimento. Quando nel locale arriva Vanya, ragazzo russo pieno di soldi, la storia prende la forma di una fiaba contemporanea, veloce e abbagliante, destinata però a incrinarsi non appena la realtà, e il potere, bussano alla porta. Baker lavora anche qui di needle drop come strumento narrativo, non come decorazione.
L’apertura ha un’ironia luminosa, quasi da videoclip musicale, mentre più avanti piazza brani pop che trascinano dentro il club tutta la memoria di un’epoca. Tra questi c’è anche All the Things She Said delle t.A.T.u., un fantasma dei gloriosi anni MTV che, immerso in un ambiente dove la musica dentro e fuori le casse è sempre un’altra cosa, suona come una confessione di massa travestita da hit. È lì che Anora mostra il suo flusso fatale. Prima l’euforia, il caos, la corsa, poi la calma e subito dopo il vuoto. Baker non giudica, non “redime” nessuno, piuttosto fotografa una giovinezza che spesso scambia la propria fragilità per un alibi e la propria fame d’amore per un diritto acquisito, finendo in balia di se stessa. E in mezzo, ogni tanto, riaffiora una possibilità minima, un gesto semplice che smentisce la paranoia del dolore permanente, una mano che si tende non per possedere e non per ferire, ma per un istante di magnanimità disinteressata, quella grandezza quieta che abbiamo disimparato a riconoscere.
Progetti per il futuro?

Nelle ultime settimane Sean Baker ha lasciato intravedere con chiarezza la direzione del suo prossimo progetto. In un’intervista a Variety ha raccontato che il nuovo film, ancora senza titolo, sarà “una lettera d’amore” alle commedie sexy italiane degli anni ’60 e ’70, e che vorrebbe girarlo nel corso del 2026. Intorno al casting circola con insistenza il nome di Vera Gemma, nota anche per Vera, ma Baker non ha confermato nulla. Il legame, però, non nasce dal nulla. Nel luglio 2024 ha presentato e moderato a Los Angeles un Q&A di Vera, docudramma costruito proprio attorno a lei, e più di recente ha firmato la prefazione dell’autobiografia di Ornella Muti, altra figura-simbolo di quell’immaginario popolare e sensuale che oggi sembra voler riattraversare.
Del resto Baker non ha mai nascosto il suo amore per il cinema italiano, e in particolare per quel realismo che sa essere gesto politico senza bisogno di proclami. In più interviste ha raccontato che la sua idea di cinema ha cambiato traiettoria quando ha scoperto il realismo sociale britannico e il neorealismo italiano. Il suo sguardo, da pittore vedutista dell’America degli ultimi, attinge a quella lezione e oggi finisce per fotografare un Paese che, negli ultimi anni, è diventato quasi l’America di tutti. E anche mentre tutto sprofonda senza più distinzioni, Baker sembra trovare sempre l’ultimo barlume di empatia tra schermo e spettatore.



