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Parlare di aspettative riguardo The Witcher è un’impresa titanica già da qualche anno. Le speranze nella serie Netflix sono andate perdute quando Henry Cavill ha abbandonato un progetto già in bilico – e da allora le cose sono addirittura peggiorate. Colpa di una produzione che ha spinto per raccontare qualcosa di troppo diverso dai romanzi sporchi e crudi di Andrzej Sapkowski, ma soprattutto di una writing room che ha peccato di presunzione, trasformando il mondo dello Strigo in un contesto fantasy dall’identità riconoscibile, ma troppo poco coerente per convincere davvero.

Inutili i tentativi di correggere parzialmente il tiro durante la terza stagione: con un fandom scontento e la dipartita dell’unica star in grado di reggere il peso dello show sulle proprie spalle, neppure degli interessanti progetti animati sono bastati a ritirare su il morale di un pubblico che si è sentito tradito e abbandonato da Netflix. Dopo l’annuncio che la serie si sarebbe conclusa con la quinta stagione (girata in contemporanea con la quarta), il povero Liam Hemsworth si è ritrovato catapultato in un mondo oscuro pieno di mostri e responsabilità. Non sarebbe esagerato pensare al set di The Witcher come a un territorio più pericoloso del Continente al momento, ma la sensazione è che le parti in causa abbiano davvero cercato di salvare il salvabile (seppur a modo loro).

La nuova stagione della serie riesce a rimettersi in piedi raccontando. The Witcher 4 diventa una storia in tutto e per tutto: filtrata, a tratti incerta, ma capace di mostrare anche sprazzi di genuina passione per un materiale che avrebbe meritato decisamente un trattamento migliore.

Il (vero) battesimo del fuoco

Liam Hemsworth nei panni di Geralt di Rivia
Liam Hemsworth nei panni di Geralt di Rivia – ©Netflix

Mostri, intrighi e amore. Netflix ha sempre puntato su questi tre fattori e sui tre personaggi principali. Dopo alcuni spunti già intravisti nella scorsa stagione, gli autori sono tornati con maggior decisione sul materiale originale, ma con delle differenze sostanziali. La quarta stagione di The Witcher abbraccia la sua natura cangiante con una trovata semplice, ma azzeccata. Geralt è diverso: lo sanno tutti, non lo nota nessuno. Anche se la voce e i toni non sono sempre all’altezza, ci vuole davvero poco per percepire tutto l’impegno profuso da Hemsworth nel far suo il personaggio. Lo strigo di questa stagione è più maturo e chiacchierone, a tratti troppo grigio, a tratti meno carismatico, ma si inserisce sorprendentemente bene nel contesto della serie – e già questo risolve un grosso problema.

Le performance del cast restano un punto di forza anche nelle puntate in cui il ritmo non procede come dovrebbe: Anya Chalotra si ritrova ancora una volta catapultata in un arco narrativo ben più grande (e problematico) del dovuto per poter sfoggiare la sua bravura, mentre Freya Allan non è mai stata così vicina a ricordare la Ciri tanto amata dai fan dei romanzi. Persino i comprimari più discussi (Vesemir e Regis su tutti) offrono ottime performance al netto delle bizzarre scelte di casting. A pesare è, come sempre, il palese squilibrio tra le storyline adattate e quelle originali – anche quando si cerca di tenere a freno strane idee.

La quarta stagione di The Witcher porta ancor più battaglie e scontri dove necessario, dando troppo pathos a elementi già forti e poco spazio ad altri potenzialmente più intriganti. Sembra quasi di vedere i primi passi di una nuova serie, come se fosse un nuovo inizio. Il battesimo del fuoco diventa letterale non solo per l’opera che adatta questa stagione, ma per il suo stesso protagonista. Forse persino per tutti. Geralt, Ciri e Yennefer abbracciano nuove identità, nuovi ruoli da ricoprire nel proprio percorso o per chi gli sta accanto. Andare avanti, del resto, significa lottare con se stessi finché è il nuovo a emergere.

Il potere delle storie

Freya Allan è Ciri in The Witcher
Freya Allan è Ciri in una scena di The Witcher 4 – ©Netflix

Probabilmente nessuno avrebbe creduto che The Witcher sarebbe riuscito a risollevarsi. Peggio: probabilmente non interessava quasi più a nessuno. Eppure, spostando il focus su un gioco di prospettiva, lo show si è mosso verso la direzione giusta. A salvare la serie è l’atto stesso di raccontare: un gioco di narrazioni convergenti che gioca con le aspettative dei fan e la curiosità dei profani, senza farsi troppo beffa dei puristi. Non di certo la trovata del secolo, ma una presa di coscienza e una dichiarazione di intenti che cambiano decisamente le carte in tavola. Quantomeno per rendere meno amara la strada verso il finale.

In fondo parliamo sempre di un fantasy, un genere che non esisterebbe senza racconto. Il potere delle storie diventa il motore silenzioso dell’intera stagione, edulcorando ciò che non si può spiegare. Sono le storie a ispirare e a emozionare: attraverso i racconti possiamo vedere le cose in modo diverso, cambiare idea, persino imparare a capirci. Perché raccontare è condividere – e quando si condivide si lascia andare qualcosa di sé, ma ci si fa volere un po’ più bene. Quello che avevamo amato della prima stagione della serie era quel senso di genuino amore per un mondo e dei personaggi dall’immenso potenziale. Il risultato non ha rispettato le attese, ma forse adesso che la fine è già una certezza Hissrich e soci hanno abbassato i toni, concentrandosi su ciò che conta.

The Witcher avrà sempre un solo carnefice, ma potrebbe ancora resistere con dignità prima che il canto del Lupo Bianco lasci spazio al canto del cigno. Dopo alcuni sprazzi di queste nuove puntate, la speranza è che ci si limiti davvero a raccontare. Come abbiamo sempre fatto. Come dovremmo sempre fare.

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Classe '94. Critico e copywriter di professione, creator per passione. Ha scritto e collaborato per diverse realtà di settore (FilmPost.it, Everyeye) con la speranza di raccontare il Cinema e la cultura pop per il resto della sua vita.