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Realizzato come adattamento cinematografico del musical teatrale di Richard O’Brien (1973), The Rocky Horror Picture Show esce in un’America ancora segnata dalle tensioni della rivoluzione sessuale, del femminismo della seconda ondata e dell’emergere visibile delle comunità LGBTIQ+. Nel contesto post-Stonewall e dell’onda culturale che scardina modelli sessuali e di genere tradizionali, il film si presenta come un dispositivo estetico e narrativo che mette in scena la dissidenza sessuale e la trasgressione morale attraverso la forma del pastiche: miscela horror b-movie, musical da varietà, commedia nera e science fiction pop.

Più che un semplice prodotto di intrattenimento, Rocky Horror opera come una macchina rituale: il suo primo impatto in sala non fu immediatamente trionfale, ma le proiezioni notturne (midnight screenings) e la risposta comunitaria reimpostarono il film come spazio di performance collettiva. Questo passaggio da flop commerciale a fenomeno culturale è cruciale per comprendere cosa il film significasse “allora” – e cosa continui a significare “oggi”.

Forma e messa in scena

Una scena di The Rocky Horror Picture Show
Una scena di The Rocky Horror Picture Show – © 20th Century Fox

Il film articola la sua forza sui piani formali: regia volutamente sfrontata, scenografia teatrale, luci al neon, costumi che rimandano al glam rock e all’iconografia del B-movie. La colonna sonora – un concentrato di brani che vanno dal rock al cabaret – struttura l’esperienza come un continuum di numeri performativi che spezzano la continuità diegetica e invitano il pubblico al coinvolgimento.

Il concetto di camp (inteso come estetica dell’eccesso, della parodia e della celebrazione dell’artificiale) è imperante: ogni sequenza musicale esagera i registri, mescola serio e farsesco, trasformando la violazione delle norme in spettacolo. Il musical, in questo senso, è la forma che rende possibile la ritualizzazione della trasgressione, la cui ripetizione nelle proiezioni pubbliche diventerà rito collettivo.

Sguardo e trasgressione

Una scena di The Rocky Horror Picture Show
Una scena di The Rocky Horror Picture Show – © 20th Century Fox

La trama segue Janet e Brad, una coppia tradizionale e tradizionalista che, smarritasi durante una tempesta, arriva nel castello di un eccentrico scienziato, il Dr. Frank-N-Furter. L’apparente semplicità della cornice narrativa è funzionale: il loro sradicamento funge da paradigma per l’incontro-scontro con identità sessuali e desideri non normativi. La sceneggiatura scambia progressivamente i ruoli di vittima e carnefice, invertendo le aspettative del pubblico eterosessuale medio e mostrando il desiderio come forza liberatoria ma anche destabilizzante.

Fra i temi ricorrenti vediamo alternarsi la costruzione performativa dell’identità, la sessualità come laboratorio di potere e trasgressione, la critica ai codici morali borghesi. Il film capovolge la gerarchia tra chi osserva e chi viene osservato: gli spettatori e le spettatrici di Brad e Janet (e alla fine il pubblico in sala in sala) vengono invitati/e a partecipare alla trasgressione, non semplicemente a guardarla.

La magia dei personaggi

Una scena di The Rocky Horror Picture Show
Una scena di The Rocky Horror Picture Show – © 20th Century Fox

Dr. Frank-N-Furter: figura centrale e simbolo della riappropriazione erotica del potere. Frank è scienziato, regista della sua mise en scène sessuale, e artista del sé. La sua costruzione ibrida sfida le categorie binarie di genere e sessualità. Non è tanto una figura “malvagia” quanto un agente di cambiamento che sovverte l’ordine morale. La sua teatralità, il trucco e il costume lo rendono emblema di una soggettività performativa che anticipa discorsi contemporanei su gender e identità.

Janet Weiss: inizialmente stereotipo della ragazza innocente, compie un percorso di rottura: dalla ritrosia sessuale alla scoperta del piacere. Janet è la lente attraverso cui il pubblico “normativo” dovrebbe riconoscere l’attrazione e la possibilità di cambiamento. La sua trasformazione è narrativa e simbolica: il suo “risveglio” funge da apologo della liberazione sessuale.

Brad Majors: rappresenta il conservatorismo maschile e la difficoltà di accettare la trasgressione. Il suo percorso è spesso ironico e tragicomico: la sua impotenza non è solo fisiologica, ma epistemica – Brad non sa come “leggere” l’esperienza che vive.

Riff Raff e Magenta: servitrici/creature che incarnano il fuori luogo, intermediarie tra il mondo terrestre e l’inferno-spaziale di Frank. Riff Raff, in particolare, è segno di tradizione aristocratica decadente e di un’altra forma di sessualità, fredda e calcolatrice.

Columbia e Rocky: Columbia è esuberanza performativa e frammento della cultura pop; Rocky è l’oggetto del desiderio e della sperimentazione, simbolo del desiderio incarnato e della mercificazione del corpo.

Questi personaggi non sono figure psicologiche realistiche, ma archetipi drammatici costruiti per mettere a nudo modalità di desiderio e norme sociali. La loro teatralità permette al film di aggirare la biopic realism e di lavorare per archetipi simbolici.

Sessualità e liberazione

Una scena di The Rocky Horror Picture Show
Una scena di The Rocky Horror Picture Show – © 20th Century Fox

Rocky Horror non è un manifesto politico nella forma tradizionale, ma è intrinsecamente politico nella rappresentazione della sessualità come fenomeno aperto, fluido e performativo. Nel 1975 il film offrì a molti spettatori e a molte spettatrici immagini di identità non conformi in un momento in cui la rappresentazione pubblica era limitata o stigmatizzata. Il film non propone una posizione normativa sulla sessualità: propone uno spazio di sperimentazione in cui il desiderio è fonte sia di piacere che di dissonanza sociale.

La scena della “creazione” di Rocky, la sequenza “Sweet Transvestite” e i numeri collettivi manifestano un’etica della trasgressione non coercitiva: la libertà sessuale è qui concepita come esplorazione consenziente e come contestazione dell’eteronormatività. Tuttavia, è importante un’osservazione critica: il film non cancella dinamiche di potere, e talvolta ottiene la liberazione attraverso pratiche che possono essere lette anche come sfruttamento. Questa ambiguità rende il film fertile per interpretazioni diverse e lo mantiene rilevante per i dibattiti contemporanei su consenso, agency e rappresentazione.

Dalla sala alla comunità

Una scena di The Rocky Horror Picture Show
Una scena di The Rocky Horror Picture Show – © 20th Century Fox

La forma musicale del film è centrale nel processo che ha trasformato Rocky Horror in fenomeno di culto. Il ritmo delle canzoni, i ritornelli facilmente memorizzabili e i momenti performativi (entrata di Frank, “Time Warp”, la creazione di Rocky) forniscono punti di partecipazione attiva. Le proiezioni notturne hanno evoluto questi momenti in pratiche rituali: travestimenti, quote and answer (risposte recitate), lanci di oggetti e interazioni coreografate. Questo livello di partecipazione fa sì che il film non sia consumato passivamente ma diventi evento performativo collettivo.

Il musical facilita l’immedesimazione e la ripetizione: le canzoni funzionano come mantra che il pubblico può ripetere, mentre le scene-hit diventano fondamentali per la partecipazione. Inoltre, l’ibridazione di generi permette a spettatori diversi (fan del rock, della fantascienza, del teatro) di convergere su un’esperienza comune.

All’uscita il film ricevette critiche contrastanti: alcuni ne condannarono la volgarità o la mancanza di “serietà”, altri ne riconobbero la nuova estetica. La censura e la retorica moralista contribuirono paradossalmente alla sua notorietà, perché accentuarono l’aura trasgressiva del film. Le successive ristampe e proiezioni dal vivo consolidarono la reputazione del film come esperienza rituale piuttosto che come prodotto culturale tradizionale.

L’eredità del Rocky Horror Picture Show

Una scena di The Rocky Horror Picture Show
Una scena di The Rocky Horror Picture Show – © 20th Century Fox

Oggi The Rocky Horror Picture Show è paradigmatico per diversi motivi. Innanzitutto, rimane un caso studio su come il cinema possa generare pratiche di fan-participation e comunità socio-culturali stabili. In secondo luogo, il film è ancora un riferimento per le rappresentazioni trash-glam e per l’uso del musical come strumento di destabilizzazione normativa. Infine, nella contemporaneità delle discussioni su identità di genere, fluidità sessuale e cultura performativa, Rocky Horror continua a essere interrogato criticamente: è celebrato come pionieristico, ma anche ri-esaminato rispetto a categorie come consenso, potere creativo e commercializzazione del corpo queer.

Il suo ruolo nella storia della liberazione sessuale è quindi duplice: da un lato ha incrementato la visibilità di forme non conformi e ha creato spazi di espressione; dall’altro, la sua estetica spettacolare e teatralizzata impone un’analisi critica su come la libertà venga rappresentata, fruita e a volte spettacolarizzata per consumo.

The Rocky Horror Picture Show supera i confini del film: è una pratica culturale che ha prodotto riti, comunità, che ha ridefinito i rapporti tra pubblico e opera. Il musical ha trasformato la dissidenza in festa e la festa in forma di conoscenza: conoscenza collettiva di sé, dei propri limiti e delle modalità tramite cui la società definisce il “normale”. Il suo effetto duraturo sta nella capacità di far convivere ribellione e gioco, critica e celebrazione, dissociazione e appartenenza – e in questo equilibrio instabile risiede la sua forza come oggetto di studio, come catalizzatore di liberazione e come persistente, controverso simbolo culturale.

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Ilaria Franciotti ha conseguito la laurea triennale in DAMS, la laurea magistrale in Cinema, televisione, produzione multimediale e il master in Studi e politiche di genere all’Università degli Studi Roma Tre. Si occupa di narratologia e drammaturgia del film, gender studies, horror studies, cinema e serie TV delle donne. Insegna analisi e storia del cinema e teoria e pratica della sceneggiatura. Ha collaborato con Segnocinema, è redattrice di Leggendaria e collaboratrice di The Post Internazionale, e ha scritto per diverse riviste di cinema (tra cui Marla e Nocturno). È autrice di Maleficent’s Journey (Il Glifo, Roma 2016), A Brave Journey. Il viaggio dell’Eroina nella narrazione cinematografica (Ledizioni, Milano 2021), ed è curatrice e coautrice di La voce liberata. Nove ritratti di femminilità negata (Chipiùneart, Roma 2021). Dal 2023 è curatrice del podcast Ilaria in Wonderland, interamente dedicato al cinema horror.