Si sa, saremmo disposti a tutto pur di coltivare le nostre passioni. Ma lo saremmo anche se significasse rinunciare a una vita confortevole e stabile? Valérie Donzelli ci offre una sua risposta con il suo À pied d’œuvre (at work). Il film in concorso al festival di Venezia 2025 narra la storia vera di un fotografo di successo che rinuncia al suo prestigioso lavoro per intraprendere la carriera di scrittore. Una scelta che agli occhi di tutti può sembrare folle, soprattutto in una società che vede l’inseguire le proprie passioni una perdita di tempo.
Per mantenersi e contemporaneamente avere il tempo di scrivere, il protagonista Paul Marquet (Bastien Buoillon) accetta lavori precari come tuttofare, andando di casa in casa e facendo conoscenza con nuove persone ogni giorno. Tra Paterson di Jim Jarmusch e Perfect Days di Wim Wenders, la pellicola di Donzelli offre uno sguardo malinconico sul mondo di oggi, in cui contano solamente lo status e il prestigio sociale. Dove l’artista non viene (ancora) riconosciuto come un lavoratore, ma un fallito che sta sprecando la propria vita.
La Bellezza dietro le piccole cose

In una realtà in cui tutti corrono continuamente e ignorano ciò che li circonda, Paul si ferma – e, con i piccoli lavori che svolge, osserva e riflette. Ogni cosa che nota, anche la più piccola, l’appunta sul suo diario cercando di esaltare una bellezza che rimarrebbe nascosta nel caos del quotidiano. Il fascino delle piccole cose della vita diventa per il protagonista fonte di ispirazione, ma soprattutto un monito per continuare il suo percorso. Dai sandali di una vecchia signora a un cane di un alto borghese, Paul osserva la vita che scorre con lo stesso sguardo di un bambino che scopre il mondo per la prima volta.
Paul, in un certo senso, compie un’odissea giornaliera in cui conosce, impara e fa tesoro delle proprie esperienze. Possiamo dire che la sua scelta di abbracciare un lavoro molto umile sia quasi un atto di ribellione nei confronti di una società che ha perso il contatto con ciò che ci sta dentro. Una società ormai omologata, che guarda ogni cosa o persona dall’alto al basso, giudicando superficialmente. Una società che ha perso l’empatia e la comprensione verso il prossimo. La Donzelli, attraverso lo sguardo di Paul, ci mostra ciò che abbiamo smesso di vedere e, in un certo qual modo, anche di ascoltare.
Lo sfruttamento del lavoro

Ovviamente la Donzelli non vuole far passare il messaggio che sia giusto lavorare precariamente per poter seguire la propria passione – o meglio, che sia giusto il lavoro precario di per sé. Anzi, la regista francese critica ferocemente questo sistema capitalistico in cui non si può vivere di ciò che si ama fare. Infatti Paul, anche se da questi lavoretti impara molto, li svolge soltanto perché con la sola scrittura non guadagna abbastanza per sopravvivere. Il protagonista stesso ce lo dice, con fare disilluso e un certo velo di tristezza, riassumendo l’intero cuore dell’opera:
” Finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non offre alcuna promessa di fortuna” – Paul Marquet
La critica fatta dal film, inoltre, si estende sull’intero mondo lavorativo di quest’ultimi anni, un labirinto di opportunità allettanti in cui non esiste meritocrazia e ci si approfitta della disperazione delle persone. Questo sistema ad alta concorrenza porta i lavoratori a combattersi a vicenda per poco. À pied d’œuvre (at work) è un opera meravigliosa e coinvolgente, una delle più belle presentate in concorso finora. I suoi punti di forza risiedono nella potentissima performance di Bastien Buoillon, che da solo regge l’intera pellicola, ma in particolare sulla scrittura della Donzelli, che insieme alla sua co-sceneggiatrice Gilles Marchand esalta la figura dell’artista e denuncia il fenomeno dello sfruttamento del lavoro. Così facendo, la regista francese ci porta un’opera a cui è difficile rimanere indifferenti.
