Zach Cregger è un regista in stato di grazia, inutile negarlo: dopo lo straordinario e sorprendente Barbarian, ha trovato la già piena maturazione, assieme al plauso mondiale, con il solidissimo Weapons, uno dei film più kinghiani degli ultimi anni, per gestione narrativa e stilemi. Non è dunque strano che Sony come PlayStation (con la loro neonata divisione cinematografica) lo abbiano cercato per un’impresa disperata: provare a rilanciare, per la terza volta, Resident Evil al cinema.
Cregger accetta, ma ad una condizione: carta bianca e progetto a senso unico, niente sequel o franchise in divenire. Il resto è storia, anzi, è un’esperienza che potete trovare e vivere al cinema da oggi con quello che è, almeno al momento, la cosa migliore che sia mai potuta capitare al franchise di Resident Evil.
Resident Evil: asciugare e modernizzare

Non è un caso che le trasposizioni da videogioco a film siano quelle più difficili e complesse. Questo sin dagli albori, durante gli adattamenti, quello che era il contesto e la lore del mondo del videogioco veniva spesso ignorata o stravolta. La motivazione è delle più semplici: quell’idea così proposta, non la puoi applicare alla cornice Cinema. Dunque si lavora per sottrazione, si prendono gli elementi migliori e ci si costruisce poi qualcosa di diverso.
Il tempo è stato testimone come anche clemente: negli ultimi anni, anche grazie alle declinazione in forma seriale, il divario tecnico e qualitativo tra audiovisivo e videogioco sta regalando molte più gioie e il Resident Evil di Cregger non è da meno, questo perché il regista ha capito qualcosa che in molti altri suoi colleghi non hanno mai capito: è bene sperimentare, anche con generi e registri diversi, ma è il ritmo che fa la differenza, di come tutti questi elementi si avviluppano attorno un cuore che riesce a battere con continuità.
Il Resident Evil di Zach Cregger è dunque un film che mescola sapientemente l’horror, scene sanguinolente e mostri terrificanti, ma ha anche un grande gusto per un ritmo pop e una vena da forte intrattenimento. Si ride, si ride tantissimo in questo film e proprio questa dimensione ilare è l’aspetto meglio riuscito del progetto, perché si presenta come cornice perfetta a dare contorno e contesto a questa serata terribilmente sfortunata che si appresta a vivere il corriere Bryan. Lui, che di lavoro consegna organi negli ospedali e che si impressiona alla vista del sangue o di una ferita. In tutto ciò è quasi assurdo e tragicomico che lui vada ad accettare un lavoro che lo porterà al centro di Raccoon City, proprio al momento dell’esplosione del virus. Bryan consegna organi, ma gli zombie e le creature che infestano la città sono più interessate agli organi del ragazzo. Proprio lui che è codardo, che non riesce a togliere la sicura da una pistola e non trova la chiave con lo stemma dei quadri per aprire un cancello. La persona meno capace del mondo, catapultata nell’inferno.
Equilibrio di genere

È proprio questa dimensione comica che salva tutto il progetto, perché al netto del pericolo di una deriva esagerata, è proprio Zach Cregger che è al servizio del film, per tutta la sua durata. Novanta minuti serratissimi, dove quasi se ne vorrebbero altri trenta perché quello che stiamo vedendo è sempre a fuoco, divertente, magnetico ed elettrizzante.
Un altro asso nella manica Cregger lo gioca nel modo in cui decostruisce l’universo del videogioco per mostrarcelo spezzettato: macchine da scrivere, piantine curative, spray medici. Ma la star è Bryan e dunque lo vediamo sempre goffo nel cercare le munizioni, nello sparare con le armi da fuoco con la sicura inserita, perché “nei videogiochi è facile prendere la mira” mentre nella vita reale no, è difficile, e se la vita è il Cinema, allora ecco che la conversione degli elementi trova tutta una sua dimensione inevitabilmente divertente, con tanto di patina di critica verso gli stessi che si aspettavano i muscoli e il carisma di un Leon Kennedy o Chris Redfield.
Bryan corre e impreca, impreca e corre. Mai una sceneggiatura è stata così farcita di parolacce perché pensateci: ma in una situazione del genere, nei suoi panni, voi avreste mantenuto la calma, o avreste urlato, imprecato e dato di matto? Sicuramente la seconda e con la goffaggine che lo contraddistingue, la dimensione migliore che prende il film è quella di mostrarci l’evolversi di una serata sfigata, dall’inizio alla fine del film.
Il falso problema della fedeltà

La domanda ora è lecita: come ci si pone davanti quello che è non solo il miglior film che porta il titolo di Resident Evil, ma proprio uno dei migliori horror di questa annata cinematografica? I fan hanno demonizzato il progetto sin dall’annuncio: questo non è un Resident Evil. Ma un franchise videoludico che è sempre cambiato e mutato nel tempo, come può rimanere fedele a se stesso o agli stilemi che lo contraddistinguono?
Il Resident Evil di Cregger è dunque un’esperienza di sensazioni e contesto. È una storia inserita in una mitologia conosciuta dove è lecito aspettarsi che si possano muovere anche persone comuni, sfigati, mentre sorridiamo alle loro disavventure, senza sentire troppo il peso della tensione, pur addentrandoci in un parco giochi horror e con litri di sangue e creature ripugnanti. Una dimensione quasi Fantozziana, da cui però è impossibile rimanere impassibili.
Ci si esalta e si prova paura e tensione. E poi si ride anche. Un perfetto mix ed equilibrio tra La Cosa di Carpenter e La Casa 2 di Raimi. Un miracolo cinematografico che nessuno si sarebbe aspetto. Nessuno, tranne Zach Cregger. Lui in quel sorriso sornione sapeva già tutto, che avrebbe fatto arrabbiare i fan, ma anche far godere chi voleva un’esperienza diversa, pop, elettrizzante ed appassionante.
