Vincenzo Schettini, il professore di fisica diventato un fenomeno social con il progetto La Fisica che ci Piace, si è trovato al centro di una tempesta mediatica che ha agitato il mondo della scuola e dei social network. Le sue dichiarazioni durante un’intervista al podcast BSMT di Gianluca Gazzoli hanno innescato un dibattito acceso, alimentato da fraintendimenti e da una testimonianza anonima che ha messo in discussione i suoi metodi didattici.
Durante l’intervista, Schettini ha affrontato il tema della valorizzazione del lavoro degli insegnanti nell’era digitale: “Gli insegnanti che sono a scuola adesso, come me, cominceranno a proporre i loro contenuti online, magari anche a pagamento. Perché un buon prodotto deve essere in vendita in un supermercato, e perché la buona cultura non deve essere in vendita? Dobbiamo uscire dal cliché che la conoscenza debba essere sempre gratuita“. La reazione sui social non si è fatta attendere. In molti hanno interpretato queste affermazioni come un attacco al principio costituzionale dell’istruzione pubblica e gratuita, temendo che il docente stesse proponendo un modello di scuola a pagamento. Un’interpretazione che ha costretto Schettini a intervenire nuovamente per chiarire il suo pensiero.
#VincenzoSchettini fa un reel in cui spiega l’estratto più controverso della sua intervista al #BSMT: peccato che sia stato montato/scorciato ad hoc (presumo da lui) x farlo sembrare meno peggio. Qui x confrontarli facile – a volte basta dire “m’è uscita male”, non è reato 🫠⤵️ https://t.co/z591V5vFAu pic.twitter.com/9pmUR72wyo
— GraceSomehow (@LaSambruna) February 19, 2026
Nella replica, pubblicata attraverso un video sui suoi canali social, il professore ha tracciato una distinzione netta tra scuola e cultura. “Se credete veramente che la cultura debba essere gratuita e accessibile a tutti allora, vi prego, adesso andate dentro un museo e pretendete di entrare gratis“, ha spiegato, sottolineando come il suo discorso riguardasse esclusivamente la possibilità per gli insegnanti di offrire contenuti culturali al di fuori dell’orario scolastico e di essere retribuiti per questo lavoro extra.
La posizione di Schettini solleva questioni interessanti sul valore economico della divulgazione culturale nell’epoca digitale. Libri, documentari, mostre e conferenze hanno sempre avuto un costo. Perché i contenuti educativi online dovrebbero costituire un’eccezione? Il professore non mette in discussione la gratuità dell’istruzione scolastica, ma rivendica il diritto dei docenti di monetizzare competenze e tempo investiti nella creazione di materiali che vanno oltre l’obbligo didattico.
Mentre il dibattito si sviluppava sui social, è emersa una seconda linea di attacco. Un ex studente, rimasto anonimo, ha diffuso una testimonianza critica sui metodi didattici di Schettini, accusandolo di realizzare video per YouTube durante le ore di lezione, a scapito della didattica tradizionale. Secondo questa versione, le sue lezioni sarebbero state poco ortodosse e più orientate alla creazione di contenuti per i social che all’insegnamento vero e proprio.
La risposta a queste accuse non si è fatta attendere, ma è arrivata da una fonte inaspettata, quale i rappresentanti d’Istituto dell’IISS Luigi dell’Erba di Castellana Grotte, la scuola dove Schettini insegna. In una nota ufficiale, pubblicata sul profilo Instagram La Fisica che ci Piace e firmata con nomi e cognomi, gli studenti hanno preso le distanze dalle dichiarazioni anonime esprimendo piena solidarietà al loro professore. “Dobbiamo sottolineare, dato che sembra essere necessario, che il professore è stato sempre benvoluto dai suoi studenti e dai genitori: non è mai giunta una lamentela alla Dirigenza Scolastica, anzi, solo ringraziamenti per avere nell’Istituto un insegnante così innamorato del suo lavoro“, hanno scritto i rappresentanti. Le loro parole dipingono un quadro molto diverso da quello tracciato dall’accusatore anonimo.
Gli studenti hanno riconosciuto che i metodi didattici di Schettini, incluse le lezioni online, sono stati percepiti come un’innovazione positiva, capace di avvicinare gli alunni a una materia ostica come la fisica. Hanno ammesso che, come in qualsiasi classe, ci possa essere stato qualche studente che non ha apprezzato né la materia né la metodologia adottata, ma hanno sottolineato un punto importante: “Su una cosa che lo studente anonimo racconta siamo d’accordo e possiamo testimoniarlo: il prof. Schettini è sempre stato umano ed empatico con tutti i suoi studenti“. Schettini rappresenta una nuova generazione di docenti che hanno saputo sfruttare le piattaforme social per raggiungere milioni di persone, trasformando la divulgazione scientifica in un fenomeno di massa. Il suo progetto ha dimostrato che la fisica può essere raccontata in modo coinvolgente, uscendo dalle aule per conquistare uno spazio nell’immaginario collettivo.
Questa popolarità, tuttavia, porta con sé anche rischi e responsabilità. Ogni parola viene scrutinata, ogni scelta didattica può diventare oggetto di dibattito pubblico. La tensione tra innovazione pedagogica e tradizione, tra creazione di contenuti digitali e lezione frontale, tra valorizzazione economica del sapere e gratuità dell’istruzione rimane un terreno scivoloso. Il caso Schettini dimostra quanto sia facile, nell’ecosistema social, che dichiarazioni vengano estrapolate dal contesto e interpretate in chiave polemica. La velocità con cui le informazioni circolano amplifica i fraintendimenti, mentre l’anonimato può trasformarsi in uno strumento per lanciare accuse senza doverle sostenere pubblicamente. La difesa dei rappresentanti d’Istituto, firmata e verificabile, ha un peso specifico diverso rispetto a una testimonianza anonima. Rappresenta la voce ufficiale della comunità studentesca, quella che vive quotidianamente l’esperienza didattica con il professore e che può testimoniare con cognizione di causa l’efficacia dei suoi metodi.



