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Seicentomila preordini. Sessanta milioni di dollari di depositi. Un successo clamoroso per il Trump Phone che sta facendo il giro del web, rimbalzando tra social network, testate giornalistiche e commentatori politici. C’è solo un piccolo problema: non esiste nemmeno uno straccio di prova che questi numeri siano reali. Anzi, tutte le evidenze puntano nella direzione opposta, quella di una fake news perfettamente orchestrata che ci racconta molto su come funziona la disinformazione nell’era dell’intelligenza artificiale. La storia dei presunti 600.000 preordini del Trump Phone ha iniziato a circolare in questi giorni con una velocità impressionante. I conti sembravano anche tornare: ogni preordine richiede un deposito di 100 dollari, quindi la Trump Mobile, l’azienda gestita principalmente dai figli dell’attuale presidente degli Stati Uniti, avrebbe già incassato una montagna di soldi prima ancora di consegnare un singolo dispositivo. Un business model discutibile, certo, ma apparentemente redditizio.

Il problema è emerso quando i giornalisti di The Verge hanno iniziato a scavare. Nessuna dichiarazione ufficiale da parte di Trump Mobile. Nessuna analisi di mercato da fonti attendibili. Nessun comunicato stampa. Le uniche fonti di questa informazione erano account anonimi su Twitter e, cosa ancora più preoccupante, chatbot di intelligenza artificiale che citavano testate prestigiose come Associated Press, Fortune e NPR. Testate che, interpellate direttamente, hanno confermato di non aver mai pubblicato quei numeri. Associated Press ha rilasciato una dichiarazione ufficiale smentendo categoricamente di aver mai riportato dati sui preordini del Trump Phone. Eppure i bot continuavano a citarli come fonte autorevole, creando un circolo vizioso di disinformazione che si auto-alimentava. È qui che la storia diventa davvero interessante, perché ci mostra in tempo reale come la tecnologia possa amplificare e legittimare informazioni completamente inventate.

Secondo la ricostruzione di The Verge, tutto sarebbe partito da un account satirico apparentemente britannico. Un post ironico, probabilmente. Da lì, il numero è stato ripreso, arrotondato, rilanciato e infine certificato indirettamente dai motori di sintesi AI. Questi sistemi, che dovrebbero aiutarci a navigare il mare di informazioni online, hanno invece fatto da cassa di risonanza per una bufala, attribuendole una patina di credibilità attraverso citazioni fasulle di fonti prestigiose. La vicenda assume contorni ancora più grotteschi se si considera il contesto temporale. La fake news sui 600.000 preordini si è diffusa praticamente in contemporanea con un’iniziativa politica molto concreta: una lettera aperta alla Federal Trade Commission firmata da 11 democratici americani, guidati dalla senatrice Elizabeth Warren e dal deputato Robert Garcia. La richiesta è chiara: avviare un’indagine su Trump Mobile per presunte pubblicità e pratiche ingannevoli.

I democratici non si limitano a chiedere verifiche generiche. Nella loro lettera del 15 gennaio 2026 elencano una serie di elementi specifici che richiederebbero un approfondimento. Primo fra tutti, il fatto che migliaia di persone hanno versato depositi da 100 dollari per un prodotto che, a più di sei mesi dall’annuncio ufficiale, non è ancora stato consegnato a nessuno. Sul sito di Trump Mobile resta la generica indicazione che lo smartphone “arriverà più avanti quest’anno“, una scritta che era identica anche nel 2025. Ma c’è di più. I firmatari della lettera sottolineano la misteriosa scomparsa della dicitura Made in America dal sito web, sostituita con formule più vaghe come American-Proud Design, traducibile come design fieramente americano. Una differenza sostanziale, visto che il progetto Trump Phone era stato presentato proprio come un rilancio del made in USA nel settore mobile.

Altra questione sollevata riguarda la pubblicità sui social media. Alcune campagne promozionali hanno utilizzato render che a più di qualcuno hanno ricordato un Samsung Galaxy S25 Ultra. In un caso particolarmente eclatante, erano addirittura visibili i marchi di produttori di custodie terzi, spacciati come se fossero il Trump Phone. Una superficialità che rasenta la presa in giro. Warren e gli altri legislatori chiedono alla FTC se siano già state avviate verifiche e, in caso contrario, perché questo non sia ancora avvenuto. La richiesta è netta: impegnarsi a trattare Trump Mobile secondo gli stessi standard e le stesse priorità applicate ad altre aziende. I firmatari definiscono questa vicenda come un test critico dell’indipendenza della FTC.

Va detto che non è la prima volta che Warren e colleghi sollecitano l’agenzia governativa su questo tema. Già nell’estate del 2025 avevano inviato una lettera ai vertici della FTC chiedendo lumi su come si sarebbero evitate potenziali indebite influenze politiche nella regolamentazione di Trump Mobile. Per ora, fanno sapere, non hanno ricevuto alcuna risposta. Un silenzio che assume sfumature particolari considerando che l’attuale presidente della FTC è il repubblicano Andrew N. Ferguson, fedele a Trump. La storia del Trump Phone, a prescindere dai numeri di vendita reali o presunti, sta assumendo sempre più i connotati di un caso di studio. Non tanto sulla tecnologia in sé, quanto sui meccanismi della disinformazione moderna. Abbiamo assistito alla nascita, crescita e diffusione virale di una notizia completamente inventata, amplificata da sistemi di intelligenza artificiale che avrebbero dovuto fare esattamente l’opposto: aiutarci a distinguere il vero dal falso.

Il fatto che chatbot e motori di sintesi AI abbiano citato fonti autorevoli che non avevano mai pubblicato quei dati rivela una falla sistemica preoccupante. Questi strumenti non verificano realmente le informazioni, si limitano a riassemblare pattern linguistici che sembrano credibili. Il risultato è che una bufala nata su un account satirico può trasformarsi in poche ore in una notizia confermata da Associated Press, anche se Associated Press non ha mai scritto nulla del genere. Per gli acquirenti che hanno versato i loro 100 dollari di deposito, la situazione resta sospesa in un limbo. Nessun telefono consegnato, nessuna data certa, nessuna comunicazione chiara dall’azienda. Solo promesse generiche e render sempre diversi che cambiano aspetto con la stessa frequenza con cui cambiano le scuse per i ritardi.

La vicenda del Trump Phone ci lascia con alcune domande inquietanti sul futuro dell’informazione. Se un numero completamente inventato può diventare virale e venire certificato da sistemi AI che citano fonti inesistenti, come possiamo ancora fidarci di ciò che leggiamo online. E se le istituzioni preposte alla tutela dei consumatori restano in silenzio di fronte a segnalazioni circostanziate, quali garanzie rimangono. Intanto, la macchina della disinformazione continua a macinare click, condivisioni e indignazione. I 600.000 preordini fasulli sono solo l’ultimo capitolo di una saga che parte da render grossolani, passa per promesse non mantenute e approda ora a numeri completamente inventati. Il telefono che doveva rilanciare il made in USA nel settore mobile rischia di diventare invece un simbolo di come la tecnologia possa essere usata per confondere piuttosto che per chiarire.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.