Un botta e risposta che dura da quasi un decennio ha appena aggiunto un nuovo, velenoso capitolo. Donald Trump e George Clooney non si sono mai risparmiati colpi, ma questa volta il presidente degli Stati Uniti ha alzato il tiro con insulti diretti e senza filtri. L’occasione è stata un’intervista dell’attore premio Oscar al programma della CBS 60 Minutes, dove Clooney ha affrontato un tema delicato e attuale: lo stato della libertà di stampa negli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump. George Clooney è salito sul palco virtuale di uno dei programmi di informazione più prestigiosi d’America per promuovere il suo debutto a Broadway con la versione teatrale di Good Night, and Good Luck, il film del 2005 da lui diretto e interpretato. Nel ruolo del leggendario giornalista Edward R. Murrow, Clooney porta in scena uno dei momenti più significativi della storia del giornalismo americano: lo scontro televisivo tra Murrow e il senatore Joseph McCarthy negli anni Cinquanta, durante la famigerata caccia alle streghe anticomunista.
Ma è stato impossibile per l’intervistatore non tracciare un parallelismo tra quella battaglia storica per la libertà d’espressione e l’attuale clima politico-mediatico negli Stati Uniti. E Clooney non si è tirato indietro. “La battaglia tra governo e stampa è una lotta secolare“, ha dichiarato l’attore, citando i casi recenti del Los Angeles Times e del Washington Post, dove i proprietari hanno impedito alle redazioni di prendere posizione politica durante le elezioni presidenziali del 2024. Una decisione che ha scatenato proteste interne e alimentato il dibattito sul ruolo indipendente del giornalismo. “Quando gli altri tre poteri falliscono, quando la magistratura, l’esecutivo e il legislativo ci deludono, il quarto potere deve avere la meglio“, ha affermato Clooney con quella serietà che gli deriva anche dal padre, Nick Clooney, giornalista e anchorman televisivo. L’attore ha poi fatto riferimento a episodi concreti che hanno coinvolto direttamente l’amministrazione Trump: l’accordo raggiunto a dicembre tra il presidente e ABC News, che ha accettato di pagare 15 milioni di dollari e di scusarsi dopo che il giornalista George Stephanopoulos aveva erroneamente dichiarato che Trump era stato ritenuto responsabile di stupro. E ancora, la causa da 20 milioni di dollari intentata da Trump contro CBS News per aver presumibilmente modificato in modo ingannevole l’intervista a Kamala Harris durante “”60 Minutes””, per presentarla sotto una luce migliore.
“ABC ha appena risolto una causa con l’amministrazione Trump e CBS News è in causa“, ha continuato Clooney. “Stiamo assistendo a questa modalità in cui il governo spaventa o multa le aziende, per rendere i giornalisti più piccoli“. Parole che suonano come un campanello d’allarme per chi crede nel ruolo di controllo della stampa sul potere. L’attore ha poi specificato un concetto universale: “Ai governi non piace la libertà di stampa. Non è mai piaciuta. E questo vale sia che tu sia un conservatore o un liberale o qualsiasi parte tu stia. Non amano la stampa“. Durante l’intervista, Clooney ha anche spiegato le ragioni che lo hanno portato a scrivere il famoso editoriale sul New York Times in cui chiedeva a Joe Biden di ritirarsi dalla corsa presidenziale. “Sono stato cresciuto per dire la verità. Avevo visto il presidente da vicino per questa raccolta fondi, e sono rimasto sorpreso. E quindi ho avuto la sensazione che ci fossero molti codardi nel partito e non ne ero fiero. E credevo di avere il dovere di dire la verità“, ha dichiarato con la schiettezza che lo contraddistingue.
La reazione di Donald Trump non si è fatta attendere. In un post su Truth Social, il presidente ha liquidato l’intervista come “un pezzo di propaganda totale” e ha attaccato frontalmente l’attore: “Perché l’ormai screditatissima trasmissione televisiva ’60 Minutes’ dovrebbe fare un pezzo gonfiato su George Clooney, una star cinematografica di serie B e un politologo fallito“. Un insulto diretto, senza giri di parole, che fa parte del repertorio comunicativo aggressivo che ha sempre caratterizzato Trump. Il presidente ha poi ricostruito a modo suo la parabola politica di Clooney: “Ha combattuto duramente per l’elezione di Sleepy Joe, e poi, subito dopo il dibattito, lo ha scaricato come un cane. In seguito, suppongo su ordine di Obama, ha spinto al massimo per Kamala, solo per rendersi presto conto che non sarebbe andata troppo bene“. Trump ha quindi rincarato la dose contro CBS: “’60 Minutes’ ha persino inserito fraudolentemente delle risposte false nella sua disastrosa intervista, trasmessa poco prima del giorno delle elezioni, in uno degli eventi più imbarazzanti e disonesti nella storia della trasmissione. E ora di nuovo George Clooney? Il suo addetto stampa dovrebbe fare una fortuna“.
Non è la prima volta che i due si scontrano pubblicamente. Nel 2017, alla cerimonia dei César, dove aveva ricevuto il premio alla carriera del cinema francese, Clooney aveva apertamente criticato Trump durante il suo primo mandato: “I cittadini del mondo devono lavorare sempre più duramente e con grandi sforzi per non lasciare che l’odio vinca. Le azioni di questo presidente hanno causato allarme e sgomento tra i nostri alleati e dato un notevole vantaggio ai nostri nemici“. La risposta del tycoon fu immediata e tranchant: “Finto attore cinematografico“, con l’aggiunta che Clooney “dovrebbe lasciare la politica e tornare alla televisione. I film non hanno mai funzionato per lui“. L’attore, ospite al Jimmy Kimmel Live, aveva replicato con ironia: “Lo farò se lo fa lui. È un compromesso che farei“. Più recentemente, da Stephen Colbert, Clooney aveva lanciato un messaggio più conciliante al neopresidente: “Bene per te. Spero che tu faccia bene perché il nostro paese ne ha bisogno e ci incontreremo tra tre anni e mezzo e vedremo dove andremo dopo“.
Ma nella battaglia Clooney-Trump non si è schierato solo l’attore. Anche sua moglie, Amal Clooney, nota avvocata internazionale specializzata in diritti umani, ha preso posizione. Nel 2018, alla cena annuale dell’associazione dei giornalisti corrispondenti dall’Onu a New York, Amal aveva ritirato un premio e colto l’occasione per criticare apertamente le politiche dell’allora presidente, difendendo il ruolo fondamentale del giornalismo libero e indipendente in una democrazia. Quello che emerge da questo ennesimo scontro è qualcosa di più profondo di una semplice faida personale tra una star di Hollywood e un presidente controverso. In gioco c’è la questione della libertà di stampa negli Stati Uniti, un principio fondante della democrazia americana che oggi appare sotto pressione. I casi citati da Clooney, dalle cause miliardarie alle pressioni sulle redazioni, disegnano un quadro in cui il rapporto tra potere politico e informazione si fa sempre più teso.
