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Se hai mai comprato un biglietto per un concerto online, probabilmente hai maledetto almeno una volta quelle commissioni di servizio che trasformano un ticket da 50 euro in una spesa da 80. E se ti sei chiesto come sia possibile che una piattaforma di vendita possa permettersi di gonfiare i prezzi così tanto senza conseguenze, beh, non sei il solo. Negli Stati Uniti, milioni di appassionati di musica hanno deciso che era ora di dire basta. E adesso Ticketmaster e la sua società madre Live Nation si trovano nel mezzo di una tempesta legale che potrebbe costare loro miliardi di dollari e ridisegnare completamente il mercato dei concerti dal vivo.

La vicenda ha radici profonde, ma è esplosa in tutta la sua drammaticità nel novembre 2022, quando il sistema di vendita dei biglietti per l’Eras Tour di Taylor Swift è letteralmente collassato. Milioni di fan hanno passato fino a otto ore in coda virtuale, solo per vedersi negare l’accesso ai ticket. Il caos è stato tale da attirare l’attenzione non solo dei media, ma anche delle autorità federali americane. Quello che è seguito è diventato uno dei casi antitrust più importanti degli ultimi anni nel settore dell’intrattenimento.

Anziano soggetto a truffa online
Anziano soggetto a truffa online, fonte: DepositPhotos

Al centro delle accuse c’è un’affermazione pesante come un macigno: Ticketmaster e Live Nation avrebbero costruito e mantenuto un monopolio illegale che controlla praticamente ogni aspetto dell’industria dei concerti dal vivo. Non si tratta solo di vendere biglietti. Live Nation è il promoter più grande del mondo, gestisce centinaia di venue e attraverso Ticketmaster controlla la piattaforma di ticketing dominante negli Stati Uniti. Questo intreccio di potere, secondo i querelanti, permette all’azienda di strozzare la concorrenza e imporre condizioni capestro sia ai consumatori che agli artisti. Nel gennaio 2022, Skot Heckman, un cliente Ticketmaster, ha deciso di fare causa all’azienda per comportamento anticoncorrenziale. La sua denuncia, supportata da prove documentali e analisi economiche, dipinge un quadro inquietante. Ticketmaster avrebbe applicato commissioni che fanno lievitare i prezzi dei biglietti dal 20 all’80 per cento rispetto al valore nominale. Non solo: l’azienda avrebbe segretamente fornito lotti di biglietti primari a bagarini professionisti attraverso i cosiddetti ticket banks, mentre pubblicamente dichiarava guerra al secondary ticketing.

Ma c’è di più. Secondo le accuse, Live Nation avrebbe costretto i rivenditori secondari a utilizzare esclusivamente la piattaforma di resale di Ticketmaster, minacciando di tagliarli fuori dall’accesso ai biglietti futuri se avessero osato vendere altrove. Strumenti tecnologici avanzati impedivano il trasferimento dei biglietti al di fuori dell’ecosistema Ticketmaster. Nel frattempo, i venue venivano legati a contratti di esclusiva milionari che di fatto eliminavano ogni possibilità di scegliere piattaforme alternative. Il 4 dicembre 2025, durante un’udienza cruciale presso la Corte Federale della California, il giudice George Wu ha dato un segnale che potrebbe cambiare tutto. Il magistrato ha indicato la propria disponibilità a certificare la causa come class action, permettendo così a centinaia di migliaia, forse milioni di clienti americani che hanno acquistato biglietti su Ticketmaster dal 2010 in poi, di unirsi alla battaglia legale. Se la certificazione verrà confermata, Live Nation si troverà di fronte a una potenziale esposizione finanziaria da capogiro, con danni che potrebbero facilmente raggiungere i miliardi di dollari.

Gli avvocati di Live Nation hanno cercato di contrastare la richiesta di class action sostenendo che non tutti i clienti hanno subito lo stesso danno. Tim O’Mara, legale dell’azienda, ha argomentato che le analisi economiche presentate dai querelanti ignorerebbero variabili fondamentali come le dimensioni dei venue, la localizzazione geografica e gli accordi specifici sulle commissioni. “Dovete isolare il comportamento anticoncorrenziale“, ha affermato O’Mara. “Se questo caso può essere certificato come class action, allora qualsiasi caso può esserlo“. Ma il giudice Wu non è sembrato particolarmente convinto da questa linea difensiva, lasciando intendere che l’approccio della difesa non fosse appropriato in questa fase procedurale. Intanto, ogni volta che un fan si trova a pagare 30 euro di commissioni su un biglietto da 50, la domanda rimane sempre la stessa: è davvero necessario? O è semplicemente il prezzo del monopolio. Le corti americane stanno per dare una risposta che potrebbe cambiare le regole del gioco per sempre.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ha iniziato a scrivere per DigitalDreams sui siti Cinemaserietv.it e brevemente su Cultweb.it e ha svolto il ruolo di responsabile news per ScreenWorld.it. Ora si occupa principalmente di stesura, gestione e organizzazione di news e articoli short form per BadTaste.it ed è il Community Manager di ScreenWorld.it.