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L’attacco verbale di Donald Trump contro la stampa ha colpito ancora. Questa volta nel mirino del presidente degli Stati Uniti è finita Rachel Scott, giornalista della rete televisiva Abc, rea di aver posto una domanda scomoda su un’operazione militare controversa al largo del Venezuela. “Sei la giornalista più odiosa di tutte. Lascia che te lo dica chiaramente: sei odiosa e una terribile giornalista, e con te è sempre la stessa storia“, ha tuonato Trump davanti alle telecamere. Lo scontro è avvenuto quando Scott ha chiesto spiegazioni sulla marcia indietro del presidente rispetto a una promessa fatta la scorsa settimana. Trump aveva infatti assicurato che avrebbe reso pubbliche le riprese di un’operazione militare condotta il 2 settembre nei Caraibi contro una barca di presunti narcotrafficanti. L’attacco, seguito da un raid successivo, aveva portato all’uccisione di tutti i superstiti: sei uomini che secondo l’amministrazione americana erano coinvolti nel traffico di droga.

I dettagli dell’operazione sollevano interrogativi inquietanti. Due degli uomini furono eliminati con un colpo successivo quando l’imbarcazione era già capovolta, un particolare che rende ancora più necessaria la trasparenza richiesta dalla giornalista. Ma invece di rispondere nel merito, Trump ha prima negato di aver mai acconsentito alla diffusione del video, contraddicendo le sue stesse dichiarazioni precedenti, per poi passare all’aggressione personale. Rachel Scott non è la prima reporter a finire sotto il fuoco incrociato del tycoon. La lista si allunga settimana dopo settimana, disegnando un pattern preoccupante. A fine novembre era toccato a Nancy Cordes di CBS News, aggredita verbalmente con le parole “Sei stupida? Sei una persona stupida?” dopo aver messo in dubbio le accuse del presidente contro l’amministrazione Biden riguardo all’ingresso negli Stati Uniti dell’uomo che aveva sparato a Washington.

Ma c’è di più. Il repertorio degli insulti trumpiani contro le donne giornaliste include anche attacchi sull’aspetto fisico. Katie Rogers del New York Times, autrice di un articolo sul decadimento fisico del presidente, è stata definita “una giornalista di terzo grado che è brutta, sia dentro sia fuori“. A una reporter di Bloomberg, il 18 novembre, Trump ha detto “quiet, quiet, piggy“, un termine che in inglese americano può significare sia “porcellina“, sia “cicciona“. Gli episodi si susseguono con una frequenza allarmante. Il primo dicembre, a bordo dell’Air Force One durante il viaggio di ritorno dalla Florida a Washington, Trump ha risposto a una giornalista che chiedeva informazioni su una sua risonanza magnetica di ottobre: “Non il cervello. Ho fatto un test cognitivo e l’ho superato a pieni voti: cosa che lei non sarebbe in grado di fare“.

Questo comportamento sistematico solleva questioni che vanno ben oltre il singolo episodio di maleducazione. Gli attacchi del presidente americano alla stampa, in particolare alle donne giornaliste, rappresentano un modello di intimidazione che mina il ruolo del giornalismo come quarto potere. Quando chi occupa la più alta carica degli Stati Uniti utilizza insulti personali per evitare di rispondere a domande legittime, il problema non è più solo di stile ma di sostanza democratica. La vicenda del video dell’operazione in Venezuela resta avvolta nel mistero. Perché Trump aveva promesso di renderlo pubblico e poi ha fatto marcia indietro? Cosa mostrano esattamente quelle riprese? Le modalità dell’attacco, con l’eliminazione dei superstiti quando la barca era già capovolta, sollevano interrogativi sulla legalità e la proporzionalità dell’uso della forza.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.