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Il caso delle Pappardelle si arricchisce di un nuovo, inquietante capitolo. Carolina, Maria Giulia e Francesca, le tre amiche diventate celebri per la loro lunga partecipazione come campionesse a Reazione a catena, sono state vittime di un atto che Pino Insegno non esita a definire violenza. Qualcuno ha diffuso online immagini in cui, attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale, le ragazze appaiono senza vestiti. Deepfake a scopo sessuale, un fenomeno in preoccupante crescita che colpisce soprattutto le donne esposte mediaticamente.

Il conduttore del preserale di Rai 1 ha commentato l’accaduto durante la trasmissione La volta buona, ospite di Caterina Balivo nella puntata del 9 ottobre. Le parole di Insegno non lasciano spazio a interpretazioni: è una violenza come tutte le altre. Una presa di posizione netta che sottolinea come la violenza digitale non sia meno grave di quella fisica, un concetto che fatica ancora a farsi strada nella percezione collettiva.

Ma c’è di più. Insegno rivela di aver messo in guardia le tre ragazze sui possibili rischi della notorietà improvvisa. Non siete abituate, siete giovani, attenzione, avrebbe detto loro. Un monito che purtroppo si è rivelato profetico, considerando l’escalation di attacchi ricevuti dalle Pappardelle durante e dopo la loro partecipazione al programma.

Il conduttore ha anche condiviso una riflessione più ampia sul ruolo dei social network nella società contemporanea. Io ho tolto i social, perché dai solo forza a persone invidiose o che possono giudicare gratuitamente un’altra persona, ha affermato, aggiungendo una dichiarazione ancora più forte: spero li proibiscano fino a una certa età. Parole che assumono un peso particolare pronunciate da un personaggio pubblico, che rivelano quanto il tema della tossicità online stia diventando insostenibile anche per chi lavora nel mondo dello spettacolo.

Le tre amiche hanno vissuto un’esperienza controversa fin dall’inizio della loro avventura televisiva. Durante la permanenza a Reazione a catena, sono state oggetto di continui attacchi sui social, che hanno superato abbondantemente il confine della critica costruttiva per sconfinare nell’offesa personale e nella diffamazione. Al termine della loro partecipazione al programma, Carolina, Maria Giulia e Francesca hanno pubblicato un lungo messaggio nel gruppo Facebook ufficiale di Reazione a catena.

Ricevere il vostro affetto è stato veramente prezioso, grazie di cuore, hanno scritto, riconoscendo il sostegno ricevuto da una parte del pubblico e sottolineando quanto fosse importante per loro essere riuscite a trasmettere attraverso lo schermo il legame che le unisce da tempo. Ma accanto ai messaggi di affetto, hanno dovuto fare i conti con commenti di tutt’altra natura. Le Pappardelle hanno tenuto a distinguere le critiche legittime dagli attacchi personali: non abbiamo mai risposto alle tante critiche, perché la libertà di opinione è sacrosanta e non abbiamo mai avuto la pretesa di piacere a tutto il pubblico.

Il problema non erano le opinioni negative espresse con educazione, ma gli attacchi personali e le insinuazioni ritenute lesive della loro dignità. Nel messaggio hanno elencato alcune delle accuse ricevute: presunte raccomandazioni, ipotetici rapporti sessuali con membri della redazione, oltre a insulti sessisti e volgari di ogni tipo. Riferendosi a questi attacchi, hanno scritto che sono a tutti gli effetti passibili di denuncia, segnalando l’intenzione di non lasciare impuniti comportamenti che configurano reati.

Le tre amiche hanno annunciato di aver già raccolto alcuni dei commenti più gravi e hanno invitato chi fosse in possesso di ulteriori screenshot a inviarli, per consentire loro di valutare i provvedimenti legali da intraprendere. Un passo importante che testimonia la volontà di non subire passivamente, ma di reagire attraverso gli strumenti che la legge mette a disposizione.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.