Donald Trump torna a battere il pugno sul tavolo della regolamentazione dell’intelligenza artificiale. Questa volta lo fa con un post sui social che suona più come un ultimatum che come un invito al dialogo: gli Stati Uniti devono dotarsi di uno standard federale unico per governare l’AI, altrimenti la frammentazione normativa tra i cinquanta stati rischia di consegnare la leadership tecnologica globale nelle mani della Cina. Un messaggio chiaro, diretto, che mette in luce una delle fratture più profonde della politica americana contemporanea: il rapporto tra potere centrale e autonomia statale nell’era dell’intelligenza artificiale. “L’eccessiva regolamentazione da parte degli stati minaccia di indebolire questo motore di crescita“, ha dichiarato il presidente, spiegando che gli Stati Uniti “devono avere un unico standard federale invece di un mosaico di 50 regimi normativi statali“. La metafora del mosaico non è casuale: descrive perfettamente il caos normativo che si sta creando mentre ogni stato, dalla California al Texas, decide autonomamente come affrontare le sfide poste dall’AI, dalla privacy alla sicurezza, dai diritti dei lavoratori alla trasparenza algoritmica.

In assenza di un quadro comune, avverte Trump, la Cina raggiungerà “facilmente” Washington nella corsa tecnologica che definirà gli equilibri geopolitici del ventunesimo secolo. Non è retorica da comizio: da quando è rientrato alla Casa Bianca nel gennaio 2025, mantenere il dominio statunitense nel mercato globale dell’intelligenza artificiale è diventato uno degli assi portanti della sua strategia. Il piano Stargate, con i suoi investimenti miliardari in infrastrutture AI, rappresenta il pilastro economico di questa visione. Ma senza coerenza normativa, sostiene l’amministrazione, tutto rischia di andare in fumo. Il problema è reale e complesso. Con il diffondersi dell’AI in ogni settore della società americana, diversi stati hanno scelto di legiferare autonomamente, seguendo approcci spesso inconciliabili. La California, ad esempio, ha approvato leggi che obbligano le big tech a divulgare i piani di prevenzione dei rischi legati all’AI, imponendo vincoli stringenti per tutelare consumatori e principi democratici. Altri stati hanno invece adottato posizioni più permissive, in linea con gli interessi industriali della Silicon Valley, che chiede mani libere e meno lacci burocratici per far correre l’innovazione.

Questa frattura politica non è solo ideologica: riflette visioni radicalmente diverse del futuro. Da un lato ci sono coloro che vedono nell’AI una forza potenzialmente destabilizzante, capace di amplificare disuguaglianze, manipolare informazioni e minare diritti fondamentali. Dall’altro, i sostenitori di un approccio laissez-faire convinti che qualsiasi vincolo rischi di soffocare la competitività americana proprio mentre Pechino investe somme colossali per raggiungere e superare gli Stati Uniti. L’amministrazione Trump sposa senza mezzi termini la visione delle big tech. Nel suo post, il presidente ha esortato i legislatori a dare priorità assoluta allo standard federale, suggerendo due vie concrete: produrre un disegno di legge ad hoc oppure inserire la norma nel National Defense Authorization Act, il provvedimento sulla politica di difesa che viene approvato annualmente. “Inseritelo nel NDAA o approvate un disegno di legge separato e nessuno potrà mai competere con l’America“, ha scritto Trump con la consueta enfasi.

La scelta di invocare il NDAA non è casuale: collegare la regolamentazione dell’AI alla sicurezza nazionale significa elevare la questione a priorità strategica inderogabile, sottraendola al dibattito ordinario e accelerandone l’iter legislativo. È una mossa che rivela quanto l’amministrazione consideri urgente il tema, ma anche quanto sia disposta a forzare la mano al Congresso e agli stati per imporre una visione centralizzata. Ma questa strategia solleva interrogativi profondi sul federalismo americano. Gli stati hanno storicamente goduto di ampia autonomia nel regolamentare settori emergenti, dalla protezione ambientale alla privacy digitale. Imporre uno standard federale sull’AI significherebbe limitare drasticamente questa autonomia, uniformando regole che oggi riflettono le diverse sensibilità e priorità delle comunità locali. È una battaglia che va oltre la tecnologia: tocca il cuore dell’identità costituzionale americana.

Donald Trump e i Funko Pop
Donald Trump e i Funko Pop

E poi c’è la questione della Cina, l’ombra che si allunga su ogni discussione riguardante l’AI. Pechino ha fatto dell’intelligenza artificiale una priorità nazionale assoluta, investendo risorse massicce per sviluppare algoritmi, chip e infrastrutture all’avanguardia. Mentre gli Stati Uniti si dividono tra Washington e Sacramento, tra Big Tech e attivisti dei diritti civili, la Cina procede con una strategia unitaria e centralizzata. Questo, almeno, è il timore che alimenta l’urgenza di Trump. Resta da vedere se il Congresso accoglierà l’appello presidenziale. La Silicon Valley sta investendo milioni di dollari per influenzare le elezioni di medio termine e orientare il dibattito legislativo a proprio favore. Ma la resistenza di stati come la California, determinati a mantenere la propria autonomia normativa, potrebbe rivelarsi più forte del previsto. In questa partita si gioca molto più di una questione tecnica: si decide quale modello di governance tecnologica plasmerà il futuro dell’intelligenza artificiale e, con essa, della società americana.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.