Possibile che sbracati sul divano ammiriamo Jannik Sinner e Carlos Alcaraz, atleti che incarnano fatica e disciplina, e poi trattiamo i nostri figli come eterni bambini, incapaci di affrontare la vita autonomamente. È da questa dicotomia stridente che parte l’ultima riflessione di Paolo Crepet, psichiatra e sociologo tra i più ascoltati in Italia, in un’intervista a Repubblica che accompagna l’uscita del suo nuovo libro “Riprendersi l’anima”.
La provocazione di Crepet colpisce nel segno perché fotografa una contraddizione profonda della società italiana contemporanea. Da un lato celebriamo campioni capaci di sacrifici enormi, atleti che a vent’anni hanno già costruito carriere internazionali attraverso ore infinite di allenamento, rinunce e determinazione ferrea. Dall’altro cresciamo generazioni di giovani adulti ai quali continuiamo a pulire metaforicamente il nasino ben oltre l’infanzia, privandoli della possibilità di sbagliare, cadere e rialzarsi da soli.
Il richiamo a Sinner e Alcaraz non è casuale, visto che i due tennisti rappresentano l’antitesi dell’infantilizzazione: ragazzi che hanno scelto strade difficili, che conoscono il valore della fatica quotidiana, che hanno trasformato talento in successo attraverso disciplina e impegno costante. Sono, nelle parole dello psichiatra, esempi viventi di cosa significhi prendersi responsabilità e costruire la propria strada senza scorciatoie.
Ma quali sono gli esempi che offriamo ai nostri figli nella quotidianità? Crepet non usa mezzi termini: “Non ci fidiamo di loro, li andiamo a prendere a scuola come pacchi Amazon”. Un’immagine che sintetizza l’iperprotezione genitoriale moderna, quella che trasforma i giovani adulti in oggetti fragili da consegnare da un punto A a un punto B, senza mai lasciare che affrontino autonomamente il tragitto, fisico o metaforico che sia.
La critica si estende ai modelli educativi che hanno progressivamente eroso gli spazi di autonomia dei ragazzi. Dove sono finiti i rivoluzionari, si chiede Crepet, quelli che osano, che sfidano le onde da velisti, che vanno a cercarsi un lavoro in Antartide, gli ultimi dei Mohicani. La risposta implicita è dolorosa: li abbiamo cresciuti noi, ma li abbiamo anche castrati della capacità di rischiare, di sognare in grande, di mettersi alla prova oltre la zona di comfort domestica.
La provocazione più estrema arriva quando lo psichiatra propone ironicamente un divieto di ordinare cibo a casa per gli under 35. Dietro la boutade si nasconde una critica serissima: l’incapacità crescente di compiere anche i gesti più elementari di autonomia, dalla spesa alla preparazione di un pasto, sostituiti dalla comodità di un click che fa arrivare tutto a domicilio. Una generazione che vive di delivery non solo di cibo, ma di esperienze, relazioni, opportunità preconfezionate.
L’analisi di Crepet nel suo libro si allarga a un quadro più ampio delle contraddizioni contemporanee: dall’isolamento digitale alla progressiva desensibilizzazione emotiva causata dalla sovraesposizione mediatica, dalla dipendenza da smartphone alle derive di modelli educativi che hanno confuso amore con protezione totalizzante. Temi che lo psichiatra affronta con il consueto linguaggio diretto, senza filtri politically correct, puntando il dito sulle responsabilità della generazione adulta.
La riflessione di Paolo Crepet lascia una domanda difficile da ignorare. Possiamo davvero aspettarci che i nostri figli diventino adulti sicuri, autonomi e responsabili se continuiamo a proteggerli da ogni difficoltà? E soprattutto, ha senso applaudire campioni come Jannik Sinner e Carlos Alcaraz, simboli di sacrificio, disciplina e resilienza, se poi ai nostri ragazzi non concediamo nemmeno la possibilità di sbagliare, rialzarsi e conquistare da soli il proprio posto nel mondo?
La riflessione di Paolo Crepet lascia una domanda difficile da ignorare: possiamo davvero aspettarci che i nostri figli diventino adulti sicuri e responsabili se continuiamo a proteggerli da ogni difficoltà? Ammiriamo campioni come Jannik Sinner e Carlos Alcaraz perché rappresentano il valore del sacrificio, della disciplina e della capacità di rialzarsi dopo ogni caduta.
Ma, come raccontano anche le immagini condivise nei giorni scorsi dal coach Darren Cahill, dietro i successi di Sinner non ci sono soltanto talento e vittorie: c’è una storia fatta di famiglia, lavoro quotidiano e valori rimasti intatti nonostante il successo. È proprio questo il messaggio di Crepet: senza la possibilità di sbagliare, affrontare la fatica e conquistare da soli i propri traguardi, è difficile immaginare che le nuove generazioni possano diventare gli adulti autonomi che un giorno pretendiamo di vedere.
