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La serata di gala al Washington Hilton avrebbe dovuto essere un momento di distensione istituzionale, una di quelle occasioni in cui la politica americana mette da parte le divisioni per celebrare il giornalismo. Invece, sabato 25 aprile 2026, la cena annuale dei corrispondenti della Casa Bianca si è trasformata nell’ennesimo incubo per Donald Trump, terzo episodio di una serie inquietante che sembra inseguire il presidente come un’ombra persistente. Erano da poco passate le 20:30 quando il primo colpo ha squarciato l’atmosfera della sala principale dell’hotel. Poi altri tre, secchi, inconfondibili per chi ha l’orecchio addestrato a riconoscere il suono delle armi da fuoco. Iacopo Luzi, giornalista collaboratore di AdnKronos seduto al tavolo 219, racconta quei momenti con la lucidità di chi ha vissuto l’irreale: “Ho pensato a qualcosa che fosse caduto, perché stavano servendo la cena, stavamo aspettando l’aragosta. Invece iniziano a scappare tutti, gente che da fuori entra dentro, si scatena il panico totale“.

Il protocollo di sicurezza è scattato con la precisione di un meccanismo oliato da anni di addestramento. Gli agenti dei servizi segreti hanno formato immediatamente una barriera umana intorno a Trump, al vicepresidente JD Vance e ai membri del gabinetto presenti. Le urla di “spari” si sono diffuse nella sala mentre centinaia di persone cercavano riparo, ribaltando sedie, nascondendosi sotto i tavoli, creando quel caos che trasforma un evento mondano in una scena da film d’azione, solo che stavolta era tutto maledettamente reale. L’attentatore si chiama Cole Tomas Allen, 31 anni, residente a Torrance, California. Un nome che da ieri sera rimbalza su tutti i media americani accompagnato da una domanda che sembra un ossimoro: come può un insegnante premiato come “teacher of the month” trasformarsi in un assalitore armato pronto a sparare durante un evento di altissimo profilo? Allen aveva assaltato un checkpoint di sicurezza brandendo diverse armi, secondo quanto ricostruito dalle autorità. La sua corsa folle è stata fermata dagli agenti, ma non prima che riuscisse a far partire diversi colpi.

Uno di questi ha raggiunto un agente dei servizi segreti, salvato dal giubbotto antiproiettile che ha assorbito l’impatto del proiettile. L’uomo è stato trasportato in un ospedale locale, non in pericolo di vita, un promemoria vivente di quanto sottile sia il confine tra un servizio di routine e una tragedia. Trump, portato via dalla sala secondo il protocollo standard, è rientrato alla Casa Bianca dove ha convocato una conferenza stampa notturna. Sul suo social network Truth aveva già pubblicato le prime immagini dell’attentatore, accompagnate da un messaggio che mescolava gratitudine per le forze dell’ordine e la volontà di minimizzare l’accaduto: “Che serata a Washington. Il Secret Service e le forze dell’ordine hanno fatto un lavoro fantastico“. Il presidente ha poi annunciato che la cena verrà riprogrammata entro 30 giorni, come se nulla potesse davvero scalfire la routine istituzionale americana.

Durante la conferenza stampa, affiancato dai membri del suo gabinetto, Trump ha descritto Allen comeuna persona malata, una persona molto malata“, aggiungendo che le forze di polizia stavano perquisendo il suo appartamento in California. Una narrazione che il presidente conosce bene, avendola già vissuta due volte in meno di due anni. Il primo episodio risale al luglio 2024, durante un comizio elettorale a Butler, Pennsylvania. Un uomo armato sparò diversi colpi verso il palco, uno dei quali, secondo Trump, gli sfiorò l’orecchio. Le immagini di quel momento sono diventate iconiche: Trump circondato dagli agenti, il pugno alzato in segno di sfida, il sangue sul volto. Cinque agenti si erano precipitati sul palco formando uno scudo umano mentre altri colpi risuonavano nel parco del Butler Farm Show.

Appena due mesi dopo, a settembre dello stesso anno, un secondo tentativo fu sventato sul campo da golf di Mar-a-Lago. Un uomo armato si era appostato tra la vegetazione, ma venne individuato prima di poter agire. Gli unici colpi sparati provenivano dalla pistola di un agente di protezione, mentre Trump veniva rapidamente allontanato, ancora una volta illeso ma con un’altra cicatrice psicologica da elaborare. Tre episodi in meno di due anni disegnano un quadro inquietante. Che si tratti di squilibrati solitari, fanatici ideologici o semplicemente persone incapaci di gestire la propria rabbia politica, il risultato non cambia: la presidenza Trump sembra attrare violenza come un magnete. E ogni volta che il protocollo di sicurezza funziona, ogni volta che gli agenti riescono a intercettare la minaccia prima che diventi tragedia, si alza un coro di sollievo che però nasconde una domanda più profonda: fino a quando la fortuna reggerà?

I giornalisti presenti al Washington Hilton, rimasti bloccati in lockdown per mezz’ora dopo la sparatoria, hanno vissuto sulla propria pelle la fragilità di quella normalità istituzionale che tutti danno per scontata. Quando finalmente hanno potuto lasciare la sala, l’aragosta si era freddata nei piatti, ma nessuno aveva più fame. Alcune cose, una volta viste, cambiano per sempre la prospettiva. Le forze dell’ordine stanno ora cercando di ricostruire il movente di Allen, setacciando la sua vita alla ricerca di segnali premonitori, di quella frattura nella psiche che trasforma un educatore in un potenziale assassino. Ma come sempre in questi casi, le risposte arriveranno troppo tardi per prevenire, potranno solo spiegare ciò che è già accaduto.

Trump ha invitato gli americani a “risolvere le nostre divergenze” senza ricorrere alla violenza, un appello che suona sincero ma anche tremendamente fragile in un paese dove le armi sono più numerose degli abitanti e dove la polarizzazione politica ha raggiunto livelli tali da trasformare ogni discussione in una trincea. La cena dei corrispondenti della Casa Bianca verrà riprogrammata, il Secret Service aggiornerà i protocolli, Allen verrà processato e probabilmente condannato. Ma la domanda rimane sospesa nell’aria come il fumo dei colpi sparati sabato sera: quando arriverà il quarto tentativo, e stavolta la fortuna sarà ancora dalla parte giusta?

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.