X

Immaginate di guidare lungo Sunset Boulevard, la strada più iconica di Los Angeles, e di alzare lo sguardo verso uno dei tanti cartelloni pubblicitari che punteggiano il paesaggio urbano. Ma questa volta qualcosa non torna. Dentro quella struttura sospesa a dieci metri d’altezza, tra le vetrate illuminate, c’è un uomo. Un uomo vero, in carne e ossa, che mangia cereali, si guarda intorno confuso, scrive messaggi su una lavagna bianca rivolta verso il basso. E no, non è un’illusione ottica o un video proiettato: è una persona reale, intrappolata dentro quello che dovrebbe essere un semplice spazio pubblicitario.

Benvenuti nell’ultima, clamorosa trovata promozionale di Netflix per il lancio di The Last House, il nuovo thriller claustrofobico diretto da Louis Leterrier, il regista di Fast X, disponibile sulla piattaforma dal 7 agosto 2026. Un’operazione di marketing che supera i confini tradizionali della pubblicità e si trasforma in teatro urbano, performance estrema, specchio disturbante della nostra ossessione voyeuristica. Ma andiamo con ordine.

L’installazione si trova precisamente all’incrocio tra Sunset Boulevard e Selma Avenue, nel cuore pulsante della Sunset Strip a West Hollywood. Quello che normalmente sarebbe un comune billboard è stato trasformato in un vero e proprio appartamento sospeso nel vuoto, completo di arredamento domestico, tende alle finestre, piante ornamentali, scaffali con libri e tutti i comfort di una normale abitazione. La struttura è progettata per sembrare la finestra frontale di una casa, un set sopraelevato ed ermeticamente chiuso che ricrea visivamente l’isolamento terrorizzante vissuto dalla famiglia protagonista del film.

Il performer, la cui identità rimane avvolta nel mistero proprio come il personaggio che interpreta, è entrato nell’installazione giovedì 6 agosto 2026 e ne è uscito soltanto sabato 8 agosto. Netflix ha confermato che si tratta dello stesso attore per l’intera durata dello stunt, senza rotazioni o sostituzioni. Nessun trucco, nessuna pausa. Solo un uomo, una stanza di vetro, e l’abisso sotto di lui. Tre giorni consecutivi di reclusione volontaria sopra una delle arterie più trafficate della California.

Il tabellone-appartamento è particolarmente suggestivo di notte, quando è illuminato dall’interno e crea un contrasto straniante con l’oscurità circostante. Dal suo confinamento forzato a trenta piedi d’altezza, l’attore tenta di mantenere una parvenza di normalità. Lo si vede svolgere azioni quotidiane, visibilmente provato dalla situazione. Per comunicare con i passanti sottostanti utilizza una lavagna bianca, un dettaglio agghiacciante che richiama direttamente la condizione di isolamento estremo vissuta dai personaggi del film.

La reazione del pubblico è stata immediata e travolgente. Centinaia di curiosi si sono fermati lungo Sunset Boulevard, molti dei quali hanno voluto accertarsi che la persona all’interno della struttura fosse davvero reale. I video diffusi sui social mostrano scene surreali: automobili che rallentano pericolosamente, pedoni che si fermano increduli con il collo all’insù, smartphone puntati verso l’alto in una selva di device. C’è chi si chiede se sia legale, chi teme per la sua sicurezza fisica e mentale, chi ammira l’audacia del concept, chi lo considera marketing spinto oltre ogni limite etico.

Ma perché questa operazione così estrema? La risposta sta nella trama di The Last House. Il film racconta la storia di una famiglia di quattro persone improvvisamente sigillata all’interno della propria abitazione da una misteriosa forza minacciosa, senza possibilità di uscita. Devono collaborare per sopravvivere contro risorse in esaurimento e una minaccia incombente che li tiene intrappolati. Un thriller psicologico che mischia elementi fantascientifici e horror, trasformando la casa da rifugio sicuro a prigione claustrofobica.

Netflix ha quindi scelto di trasformare il soggetto del film in un’esperienza diretta, ricreando una sorta di casa dentro un enorme cartellone nel cuore della città. Non è solo pubblicità nel senso classico del termine: è una messa in scena che fonde realtà e fiction, che costringe gli spettatori involontari a confrontarsi con la premessa narrativa del film prima ancora di averlo visto. La campagna dal vivo supera i confini del billboard tradizionale e diventa installazione artistica, esperimento sociologico, provocazione urbana.

Condividi.

Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.