Una nuova battaglia si consuma nel ring digitale delle big tech, e stavolta i protagonisti sono due pesi massimi: Elon Musk da un lato, WhatsApp e Meta dall’altro. Il campo di battaglia è X, il social network di proprietà del miliardario sudafricano, dove si è consumato un botta e risposta al vetriolo sulla questione più delicata dell’era digitale: la privacy delle conversazioni private. Tutto parte da un post di Musk che suona come un campanello d’allarme per i miliardi di utenti della chat verde. “Non potete fidarvi di WhatsApp“, scrive senza mezzi termini l’imprenditore, accompagnando il messaggio con il riferimento a una class action esplosiva. L’accusa contenuta nella causa legale è pesantissima: WhatsApp avrebbe permesso segretamente a dipendenti interni e società terze di accedere ai messaggi privati degli utenti, senza alcun consenso esplicito.
Un attacco frontale che Musk amplifica rilanciando anche le dichiarazioni di Pavel Durov, fondatore di Telegram e rivale diretto di WhatsApp nel mercato delle app di messaggistica. Secondo Durov, il tanto decantato sistema di crittografia end-to-end di WhatsApp non sarebbe affatto sicuro come viene presentato. Una narrazione che fa comodo a Musk, che non perde l’occasione per promuovere la sua alternativa: X Chat, spacciata come la vera piattaforma in grado di garantire autentica privacy agli utenti. Ma la replica di WhatsApp non si fa attendere. Dal profilo ufficiale della piattaforma arriva una risposta netta, chirurgica, senza spazio a interpretazioni. “Le affermazioni contenute in questa causa legale sono categoricamente false e assurde”, si legge nel comunicato. E la difesa tecnica è altrettanto precisa: “WhatsApp utilizza la crittografia end-to-end basata sul protocollo Signal da un decennio, quindi i vostri messaggi non possono essere letti da nessuno tranne mittente e destinatario“.
Il riferimento al protocollo Signal non è casuale. Si tratta dello standard crittografico considerato tra i più sicuri e affidabili nel panorama della messaggistica istantanea, lo stesso utilizzato dall’omonima app Signal, spesso consigliata da esperti di sicurezza informatica e attivisti per i diritti digitali. WhatsApp lo adotta dal 2016, quando ha implementato la crittografia end-to-end per tutte le conversazioni, chiamate e videochiamate. Ma perché Musk sceglie proprio questo momento per attaccare WhatsApp? La risposta va cercata nel contesto più ampio della sua strategia comunicativa e imprenditoriale. Non è la prima volta che il proprietario di X si scaglia contro altre big tech con dichiarazioni incendiarie. Il caso più eclatante e recente riguarda OpenAI, la società che ha creato ChatGPT. Musk, che fu tra i fondatori prima di abbandonare il progetto, ha intentato una battaglia legale feroce accusando l’azienda guidata da Sam Altman di aver tradito la missione originale non profit, cercando addirittura di ottenere la rimozione di Altman dal ruolo di CEO e dal consiglio di amministrazione.
E non finisce qui. Anche Anthropic, altra società di punta nel settore dell’intelligenza artificiale, è finita nel mirino di Musk. Quando è trapelato online il nuovo modello di IA della compagnia, l’imprenditore non ha esitato a paventare scenari apocalittici, alimentando timori sulla sicurezza e sull’etica dello sviluppo tecnologico. Questa strategia del conflitto permanente non è solo frutto del carattere impulsivo di Musk. È una precisa linea comunicativa che gli permette di posizionare i suoi prodotti come alternative etiche e sicure rispetto alla concorrenza. X Chat, il sistema di messaggistica integrato nella piattaforma X, ha bisogno di visibilità e credibilità per sfondare in un mercato dominato da WhatsApp, che conta oltre due miliardi di utenti attivi nel mondo.
La questione della privacy nelle app di messaggistica è però tutt’altro che marginale o pretestuosa. Nel 2021, WhatsApp ha vissuto una crisi di fiducia senza precedenti quando ha aggiornato i termini di servizio, obbligando gli utenti ad accettare la condivisione di alcuni dati con Facebook (ora Meta). La mossa ha scatenato un esodo di milioni di persone verso alternative come Signal e Telegram, proprio quelle che oggi Musk cita per sostenere le sue tesi. La crittografia end-to-end, va detto, protegge il contenuto dei messaggi durante il transito, impedendo a chiunque si trovi nel mezzo di intercettarli e leggerli. Ma non copre i metadati: chi comunica con chi, quando, per quanto tempo, da dove. E questi dati, pur non rivelando il contenuto delle conversazioni, possono comunque raccontare molto sulle abitudini, le relazioni e i movimenti degli utenti.
La class action citata da Musk solleva proprio questioni su eventuali accessi non autorizzati da parte di dipendenti o terze parti. Accuse che WhatsApp respinge categoricamente, ma che si inseriscono in un dibattito più ampio sulla trasparenza delle big tech e sui reali confini della privacy digitale. In questo scontro tra titani, gli utenti si trovano nel mezzo, costretti a decifrare affermazioni contrastanti e a decidere di chi fidarsi. Da un lato Musk, imprenditore visionario ma anche controverso, con una storia di dichiarazioni provocatorie e battaglie legali a raffica. Dall’altro Meta, colosso che ha costruito il suo impero proprio sulla raccolta e l’analisi dei dati degli utenti, pur garantendo standard di sicurezza certificati per la messaggistica.
