Il celebre mosaico del toro nella Galleria Vittorio Emanuele II di Milano è tornato al suo posto dopo l’ultimo restauro, ma l’entusiasmo per il recupero di uno dei simboli più amati della città si è rapidamente trasformato in polemica, tutto questo per una piccola novità: l’assenza degli attributi dell’animale. Non è passata inosservata a cittadini e turisti, infatti, la mancanza (o il ridimensionamento) delle parti intime del toro, “usate” da sempre per un rito scaramantico praticato da decenni.
La mattina di sabato 31 maggio 2026, l’assessore ai Lavori pubblici del Comune di Milano, Marco Granelli, ha annunciato sui social la conclusione dei lavori, pubblicando fotografie del mosaico appena restaurato e complimentandosi con l’artigiano che ha curato il restauro, Gianluca Galli, specialista in materiali lapidei.
Il post, però, non ha colpito nel segno, almeno non secondo le intenzioni volute dall’assessore, anzi: in poco tempo ha raccolto una grande quantità di commenti ironici che hanno sottolineato quella particolarità. “Altro che toro, è diventato un bue. Adesso i turisti cosa schiacciano?“, ha scritto un utente. “Manca qualcosa. Come del resto a molte persone di questi tempi“, ha aggiunto un altro.
La domanda allora è: possibile che si sia intervenuti cancellando una parte importante del mosaico? Il Comune di Milano, attraverso gli assessori Emmanuel Conte e Marco Granelli, ha precisato che il restauro non ha eliminato né ridotto alcun elemento del disegno originale. Il restauro era diventato necessario perché a nove anni dall’ultimo lavoro di recupero, le tessere del mosaico che componevano la zona genitale dell’animale sono state letteralmente consumate dai talloni di migliaia di visitatori, fino a formare un vero e proprio cratere.
I lavori, quindi, hanno ripristinato i colori originali del mosaico attraverso l’impiego di marmo rosa, materiale più fedele alla versione ottocentesca dell’opera. Il restauro del 2017 aveva invece utilizzato un marmo più scuro, che rendeva le parti intime più visibili e marcate rispetto all’originale. È dunque la diversa tonalità delle nuove tessere, e non una modifica della forma o della dimensione, a generare l’impressione che gli attributi siano scomparsi o rimpiccioliti.
“Guardo con un po’ di divertimento, verrebbe da pensare se i problemi sono questi vuol dire che non abbiamo problemi a Milano, invece i problemi ce li abbiamo. Leggevo che il restauratore dice di lasciarlo finire. Ecco, lasciamolo finire.” – Giuseppe Sala
Il pavimento dell’ottagono della Galleria Vittorio Emanuele II ospita da quasi un secolo e mezzo il mosaico del toro rampante, diventato uno dei simboli più riconoscibili della città. Secondo la tradizione, l’usanza di ruotare il tallone sui testicoli del toro risale all’epoca risorgimentale, quando Torino era ancora la capitale del Regno d’Italia e il toro rappresentava proprio la città piemontese, con lo sfondo azzurro che richiamava il colore dei Savoia.
Il rito comporta tre giri su sé stessi con il tallone destro appoggiato sugli attributi del toro. Il significato originale rappresentava una forma di presa in giro nei confronti di Torino. In origine, il gesto veniva praticato soprattutto tra il 31 dicembre e il primo gennaio dai milanesi. Con il passare del tempo, però, il gioco è stato praticato quotidianamente da chiunque visiti la Galleria.
