Nelle sale cinematografiche italiane è scoppiato un caso che va oltre la trama, i costumi e le performance attoriali. Il diavolo veste Prada 2, sequel atteso da vent’anni del film cult del 2006, ha conquistato il botteghino con numeri da capogiro: 14 milioni di euro e 1,7 milioni di spettatori solo nel primo weekend in Italia, 77 milioni di dollari negli Stati Uniti e altri 157 milioni nel resto del mondo. Eppure, tra gli applausi e le code alle casse, si è acceso un dibattito acceso sui social che divide gli spettatori: il doppiaggio italiano convince davvero oppure no.
I commenti fioccano su Twitter, Instagram e TikTok. C’è chi parla di “doppiaggio da denuncia“, chi giura che “hanno cambiato voce”, chi nota una sincronizzazione “fuori tempo da cani“. Durante l’intervallo nelle sale, gli spettatori si guardano perplessi chiedendosi cosa sia successo, cosa sia cambiato rispetto al primo capitolo. La risposta, però, è tanto semplice quanto sorprendente: non è cambiato assolutamente niente. O meglio, è cambiato tutto proprio perché non è cambiato niente.
I quattro personaggi principali del film – Miranda Priestly di Meryl Streep, Andy Sachs di Anne Hathaway, Emily Charlton di Emily Blunt e Nigel Kipling di Stanley Tucci – sono stati doppiati esattamente dagli stessi professionisti del 2006. Maria Pia Di Meo, con i suoi 87 anni, è tornata a dar voce all’austera e temibile Miranda. Connie Bismuto, 51 anni, ha interpretato nuovamente Andy, stavolta più matura e determinata. Francesca Manicone, 49 anni, ha prestato ancora la sua voce a Emily. E Gabriele Lavia, ultra ottantenne, ha doppiato il fedelissimo Nigel.
Avevo una gran paura che il ‘Diavolo veste Prada 2’ non mi piacesse e invece… ho adorato! (doppiaggio a parte) That’s all 🎬🍿✨#TheDevilWearsPrada2 pic.twitter.com/aRmeH35Q6I
— Frency🧸 (@_lovetravel) April 29, 2026
Il punto è proprio questo: i doppiatori, come gli attori che interpretano, sono invecchiati di vent’anni. E le voci invecchiano insieme ai corpi, anche quando i volti sullo schermo restano impeccabili grazie a makeup, luci e tecnologia cinematografica. Maria Pia Di Meo, vera e propria maestra del doppiaggio italiano e voce ufficiale di Meryl Streep da decenni, porta con sé un bagaglio artistico immenso. Ha doppiato leggende come Jane Fonda, Julie Andrews, Mia Farrow e Barbra Streisand, rendendo la sua voce tra le più riconoscibili ed espressive del panorama italiano. Eppure, inevitabilmente, i suoi 87 anni traspaiono nel timbro, nella potenza vocale, nella capacità di restituire l’energia tagliente di Miranda Priestly.
C’è chi difende strenuamente la scelta di mantenere il cast vocale originale, vedendola come un segno di continuità e rispetto verso l’opera e i suoi fan. “Sono sempre loro“, scrivono sui social gli appassionati del doppiaggio, sottolineando come la fedeltà ai doppiatori del primo film sia un valore aggiunto, un ponte emotivo che collega i due capitoli a distanza di due decenni. Ma c’è anche chi nota una discrepanza difficile da ignorare: nove anni separano Di Meo dalla stessa Meryl Streep, che di anni ne ha 76. E se l’attrice americana riesce ancora a incarnare con energia il personaggio, la voce italiana sembra invece tradire maggiormente il peso del tempo.
Un caso particolare riguarda proprio Stanley Tucci. Nel primo trailer italiano diffuso online qualche mese prima dell’uscita del film, il personaggio di Nigel aveva una voce diversa, quella di Franco Mannella, sicuramente più fresca e vibrante. Ma evidentemente si è poi deciso di tornare al doppiatore originale, Gabriele Lavia, attore e regista di grande prestigio ma la cui resa vocale risulta a volte forzata, meno spontanea rispetto alla performance brillante di Tucci.
A quelli che si lamentano del doppiaggio di #IlDiavoloVestePrada2 vorrei sommessamente ricordare che i 4 doppiatori principali del 1º sono stati richiamati anche nel 2º.
Sua maestà Maria Pia Di Meo (87 anni), Connie Bismuto, Francesca Manicone e Gabriele Lavia.
So sempre loro pic.twitter.com/xF3wKoZYc0
— ApocaFede (@DrApocalypse) May 1, 2026
Il dibattito però non si ferma soltanto all’età dei doppiatori. Guardando e ascoltando i trailer diffusi online, emerge un problema più strutturale: la velocità delle battute in italiano risulta confusionaria, quasi frenetica. I dialoghi si accavallano, le frasi corrono via senza lasciare il tempo di metabolizzarle. E poi c’è la questione dell’adattamento. “Sono una features editor di Runway“, dice orgogliosa Andy. Ma quanti spettatori, al di fuori delle redazioni giornalistiche, sanno cosa sia una features editor. O ancora: “Devo fare pipì, ho bevuto un venti“, dice il secondo assistente di Miranda riferendosi a una misura delle bevande di Starbucks.
Forse il problema non è tanto nelle voci dei singoli doppiatori, per quanto invecchiate, quanto in un sistema di doppiaggio che fatica a stare al passo con la velocità e le peculiarità con cui i contenuti audiovisivi vengono oggi prodotti. Il doppiaggio italiano è stato per decenni un’eccellenza artistica riconosciuta in tutto il mondo, una tradizione che affonda le radici negli anni Trenta e che ha reso celebri voci capaci di sostituirsi completamente agli attori originali, creando una versione italiana spesso considerata superiore. Ma i tempi sono cambiati.
Per chi l’ha visto, è vero che il doppiaggio di il diavolo veste Prada 2 è terribile?
— Frank (@frank_pw) May 5, 2026
L’avvento dei download prima e delle piattaforme di streaming poi ha abituato un numero crescente di spettatori a fruire dei contenuti in lingua originale, con o senza sottotitoli. Questa nuova modalità di visione ha reso il pubblico più attento alle sfumature, più sensibile alle discrepanze tra performance originale e adattamento doppiato. In un’epoca in cui Netflix, Disney Plus, Prime Video e gli altri giganti dello streaming sfornano contenuti a ritmo forsennato, la qualità del doppiaggio non sempre riesce a mantenersi all’altezza degli standard del passato. La fretta, i budget risicati, le tempistiche strette rischiano di compromettere un lavoro che richiede invece cura, sensibilità e tempo.
Eppure, almeno in un mercato come quello italiano, il doppiaggio resta la modalità di fruizione dominante, soprattutto al cinema. La stragrande maggioranza degli spettatori continua a preferire la versione italiana, sia per abitudine sia per comodità. Ecco perché questi dibattiti sui social, per quanto possano sembrare battaglie da puristi, hanno invece un valore importante: tengono alta l’attenzione su una pratica che merita rispetto e investimenti adeguati, al di là di ogni snobismo.
