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Sul tappeto rosso di Venezia 2026, tra abiti firmati e creazioni d’alta moda, Giulia De Lellis ha scelto di portare qualcosa di completamente diverso. Qualcosa che non arriva da un atelier parigino né da un archivio storico di una maison, ma da un cassetto di casa. Da quei cassetti dove le famiglie italiane conservano gelosamente i ricordi: i centrini lavorati a mano dalla nonna.

L’abito bianco che ha indossato alla Mostra del Cinema racconta una storia che attraversa tre generazioni. Non è semplicemente un vestito: è un ponte tra passato e presente, tra le mani della bisnonna Linda e quelle della designer Diana Qerimi, che ha dato a quei centrini una nuova vita trasformandoli in Lucilla, un abito battezzato proprio con il nome della nonna di Giulia.

La storia inizia molto prima del red carpet. Quei centrini sono stati lavorati a mano dalla bisnonna Linda e dalla nonna Lucilla, conservati nel tempo come piccoli tesori di famiglia, testimoni di un’epoca in cui ogni punto era un gesto d’amore e pazienza. Passati di mano in mano, custoditi con cura, hanno aspettato il momento giusto per tornare alla luce. E quel momento è arrivato a Venezia.

Come ha raccontato la stessa De Lellis su Instagram, l’abito rappresenta l’incontro di tre generazioni: le mani della bisnonna che hanno creato quei ricami, la memoria della nonna che li ha conservati, e lei oggi, che li ha portati su uno dei tappeti rossi più importanti del mondo. Un modo per dire che certe storie meritano di continuare a vivere, anche sotto i riflettori.

Ma c’è un altro livello di lettura in questa scelta. Giulia De Lellis ha voluto dare un significato più profondo al concetto di upcycling, una pratica sempre più diffusa nel mondo della moda. Non si tratta solo di riutilizzare qualcosa che già esiste per ragioni di sostenibilità, ma di riscoprirne il valore intrinseco, di preservarne la storia e permetterle di continuare a esistere in una forma nuova.

Sui red carpet siamo abituati a vedere abiti d’archivio, pezzi vintage riemersi dalle collezioni del passato, creazioni iconiche che tornano a brillare addosso a una nuova generazione di star. Ma quello che ha fatto Giulia è diverso. Ha recuperato qualcosa che non ha una firma importante, che non viene da una passerella, ma ha una storia ancora più preziosa: quella della sua famiglia.

Ed è proprio questo che rende l’abito Lucilla così speciale. Non arriva da un archivio di moda, ma da un vero e proprio archivio familiare. È il risultato del lavoro paziente di donne che hanno vissuto in un’altra epoca, quando il tempo aveva un altro valore e ogni creazione richiedeva ore di dedizione. Quelle mani hanno lavorato ogni punto pensando forse a chi avrebbe usato quei centrini, senza immaginare che un giorno sarebbero finiti sotto i flash di Venezia.

La designer Diana Qerimi ha avuto il compito delicato di trasformare quei ricami senza tradirne l’essenza. Il risultato è un abito che parla due lingue: quella della tradizione artigianale italiana e quella della moda contemporanea. Un equilibrio non facile da raggiungere, ma che in questo caso ha funzionato proprio perché il punto di partenza aveva già un valore intrinseco.

Questa scelta di De Lellis apre una riflessione più ampia sul significato del lusso nella moda di oggi. In un’epoca in cui tutto sembra dover essere nuovo, griffato, instagrammabile, portare sul red carpet qualcosa che appartiene alla propria storia personale è un gesto che va controcorrente. È un modo per dire che il valore di un capo non si misura solo dalla firma che porta, ma anche dalle storie che racconta. Un vestito che ha lasciato tutti a bocca aperta è stato quello di Bianca Balti.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.