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Centouno anni portati con una brillantezza e un’ironia che il tempo non ha scalfito. Mel Brooks, nato Melvin James Kaminsky a Brooklyn il 28 giugno 1926, taglia un traguardo che pochissimi artisti nella storia del cinema hanno raggiunto, e lo fa mantenendo intatta quella scintilla comica che lo ha reso una leggenda vivente della settima arte.

Ultimo di quattro figli di genitori ebrei immigrati, Brooks ha conosciuto presto il dolore: perse il padre Maximilian di tubercolosi quando aveva appena due anni. Forse è proprio in quella perdita precoce che affondano le radici della sua comicità, un meccanismo di difesa trasformato in genio creativo. La sua indole comica emerse molto presto e trovò il primo palcoscenico improbabile durante la seconda guerra mondiale, quando il giovane Melvin usava l’umorismo per sollevare il morale dei commilitoni nei momenti più bui del conflitto.

Dopo la guerra, la Grande Mela divenne il suo laboratorio artistico. I locali notturni di New York negli anni Quaranta erano l’università della comicità americana, e Brooks si laureò con lode tra un palco e l’altro, affinando quel timing perfetto che avrebbe caratterizzato tutta la sua carriera. Gli anni Cinquanta lo videro passare dietro le quinte come autore per importanti show televisivi, costruendo pezzo dopo pezzo quella cassetta degli attrezzi comica che avrebbe poi dispiegato sul grande schermo.

Il suo palmares è semplicemente strabiliante. Brooks fa parte di un club esclusivissimo: i 20 artisti che hanno conseguito un EGOT, acronimo che sta per Emmy, Grammy, Oscar e Tony Award. Non uno per categoria, ma una collezione impressionante: quattro Emmy come attore e autore, tre Grammy, due Oscar e tre Tony Award. Un tesoro che testimonia la sua versatilità straordinaria, capace di eccellere su ogni palcoscenico e in ogni medium.

Come regista ha firmato undici film che sono diventati cult assoluti della commedia cinematografica. Frankenstein Junior, Balle spaziali, Robin Hood – Un uomo in calzamaglia: titoli che hanno definito un’epoca e continuano a far ridere generazioni di spettatori. Il suo cinema mescola farsa visiva del muto, tradizione yiddish e quella lezione di Jerry Lewis che ha rivoluzionato la commedia americana. Un cocktail esplosivo servito con la maestria di chi sa esattamente dove piazzare la battuta e quando lasciare che sia l’immagine a parlare.

Ma c’è un capitolo della vita di Brooks che lega indissolubilmente questo genio americano all’Italia, ed è il sodalizio improbabile e meraviglioso con Ezio Greggio. Come racconta lo stesso conduttore storico di Striscia la notizia, tutto è nato per caso. Poi Brooks ha partecipato a due film di Greggio negli Stati Uniti, Il silenzio dei prosciutti nel 1994 e Svitati nel 1999, mentre Greggio ha fatto un cameo in un film del maestro. E quando Brooks doveva promuovere i suoi lavori in Italia, dove andava? A Striscia, naturalmente.

Greggio descrive così il loro rapporto: “Abbiamo cominciato a ridere dal primo incontro e non abbiamo mai smesso”. Un legame che va oltre il professionale, cementato da scherzi epici che si sono rincorsi negli anni. Come quella volta in cui Brooks si mise a suonare il piano sembrando Rubinstein, finché Greggio non scoprì che era una pianola meccanica. O quando Greggio, travestito da ispettore Clouseau con tanto di lente, fece credere a Brooks di avere problemi con la sicurezza aeroportuale, portandolo in una stanza buia prima della rivelazione. Il regista lo insultò in yiddish per mezz’ora, ma con quell’affetto che solo i veri amici si possono permettere.

L’amore di Brooks per l’Italia ha radici profonde e sentimentali. Sua moglie Anne Bancroft, attrice straordinaria con cui è stato sposato per 41 anni fino alla morte di lei nel 2005, era italoamericana e veniva spesso ospite a casa di Greggio. Il film preferito di Brooks è I soliti ignoti, e il regista impazzisce letteralmente per Totò e Peppino, riconoscendo in quei giganti della commedia italiana una sensibilità affine alla sua. Quando gli chiesero chi fosse il suo erede, Brooks rispose senza esitazione: “Solo uno, Ezio Greggio“.

Greggio descrive un Brooks che a livello cognitivo mantiene intatta la brillantezza e l’ironia, che ha saputo intrecciare umorismo yiddish, la lezione di Jerry Lewis e la farsa del cinema muto in una sintesi unica. “Lui e Woody sono i Rivera e Mazzola della comicità“, dice Greggio in un paragone calcistico che avrebbe fatto sorridere Brooks, grande appassionato della cultura popolare italiana.

Niente malinconia, quella che spesso affligge i grandi comici nel privato. Brooks ha passato una vita a fare scherzi, a ridere, a trasformare ogni momento in un’occasione di gioia. E di fronte al politically correct che oggi sta cambiando Hollywood, il suo approccio è sempre stato quello di fregarsene, di non accettare bavagli alla creatività. Una lezione di libertà artistica che resta attualissima.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.