Un video pensato per essere un meme ironico, un messaggio politico sul referendum contro la riforma Nordio, e due campioni olimpici tirati dentro una polemica che non avevano chiesto. La vicenda che ha coinvolto Amos Mosaner e Stefania Constantini, i medagliati di bronzo del curling a Milano-Cortina 2026, è l’esempio perfetto di come la comunicazione politica sui social possa trasformarsi in un boomerang quando si confondono i confini tra engagement e rispetto. Il Partito Democratico aveva pubblicato sui propri canali social un video che mostrava un colpo vincente della coppia azzurra durante le Olimpiadi invernali. L’impatto della stone sul ghiaccio veniva utilizzato come metafora visiva dell’effetto che avrebbe dovuto avere il No al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Un linguaggio comunicativo semplice, quello del meme appunto, che vive di immediatezza e ironia. Il messaggio accompagnava le immagini: “Il 22 e 23 marzo vota No a una giustizia controllata dal governo“.
Il problema è emerso quasi subito. Nessuno aveva chiesto il permesso agli atleti. Nessuno li aveva informati che le loro immagini, quelle di una prestazione sportiva che aveva regalato all’Italia una medaglia olimpica, sarebbero state associate a una posizione politica. E in un paese dove lo sport dovrebbe rimanere terreno neutro, soprattutto quando si parla di Olimpiadi e di campioni freschi di podio, la reazione non si è fatta attendere. Tra i primi a condannare l’iniziativa è stato Paolo Barelli, capogruppo di Forza Italia alla Camera, che ha parlato di scelta “davvero vergognosa” e “irrispettosa nei confronti degli atleti, che sono stati coinvolti a loro insaputa“. Ma la voce più pesante è arrivata dal presidente del Coni, Luciano Buonfiglio: “Sono sgomento che vengano utilizzate le immagini di nostri atleti durante le competizioni ai Giochi olimpici per promuovere una scelta politica“. Uno sgomento che ha anticipato la richiesta diretta degli interessati.
Amos Mosaner ha infatti rilasciato una nota formale in cui precisava di non essere stato informato preventivamente dell’utilizzo delle immagini e di non aver in alcun modo autorizzato l’associazione della sua performance sportiva a messaggi o iniziative di carattere politico. La richiesta era chiara: rimuovere immediatamente le immagini da qualsiasi comunicazione che potesse generare un collegamento, diretto o indiretto, tra la sua attività sportiva e iniziative di natura politica. Anche Stefania Constantini ha fatto sapere di non aver dato alcun consenso. Il Pd ha fatto retromarcia nella notte, rimuovendo il post e pubblicando una nota di scuse. La linea difensiva è stata quella del fraintendimento: il video utilizzava un evento sportivo che aveva avuto grande seguito con un linguaggio comunicativo, quello del meme, che funziona grazie alla sua semplicità e si inserisce in un contesto ironico. Non c’era alcuna intenzione di coinvolgere direttamente gli atleti nella campagna referendaria o di attribuire loro una posizione politica. Dispiacimento per il post che si sarebbe prestato a fraintendimenti, rimozione immediata.
Ma al di là della polemica politica, che ha visto le opposizioni attaccare e il Nazareno difendersi, la vicenda solleva questioni più ampie sulla comunicazione nell’era dei social. Tiberio Brunetti, fondatore di Spin Factor, una delle società più presenti nella comunicazione politica e istituzionale in Italia, ha analizzato il caso con lucidità: “Prima di tutto, una premessa: il lavoro di tutti va rispettato. Dietro alla comunicazione social c’è il lavoro di un team e spesso gli errori sono causati da sviste dovute alla velocità o anche alla pressione che il committente mette per avere molto engagement“. Il punto cruciale, secondo Brunetti, è un altro: “In questo caso è evidente il rischio di una strumentalizzazione eccessiva che lego proprio alla comunicazione sul referendum“. L’esperto traccia una differenza netta tra le due campagne: “Chi sostiene il sì sta facendo una campagna corretta, che parla dei vantaggi della riforma. Chi sostiene il no sta andando fuori traccia: se vince il Sì resta Meloni, se vince il Sì vince la casta, se vince il Sì vince la supremazia della politica sulla magistratura“.
La diagnosi di Brunetti è impietosa: “Il vero rischio che vedo è la strumentalizzazione del referendum, non c’entra lo sport e non c’entra il curling. La ricerca di like e di engagement fa andare fuori tema e il risultato che si rischia è che meno persone vadano a votare“. Un paradosso: cercare visibilità a tutti i costi potrebbe produrre l’effetto opposto, allontanando gli elettori dal voto. La responsabilità, secondo l’esperto di comunicazione politica, va divisa: “Chi ha pensato di fare questo post strumentalizzando lo sport come può pensare di rafforzare il proprio consenso o di indebolire quello dell’altra parte? Ricordo che non stiamo facendo comunicazione di intrattenimento ma comunicazione politica“. E l’invito finale va diretto ai committenti: “L’invito alla moderazione più che ai comunicatori e a consulenti politici va fatto ai committenti che chiedono di lavorare solo sulla crescita dell’engagement“.
La vicenda di Mosaner e Constantini si chiude con la rimozione del video, ma lascia aperte domande sulla comunicazione politica nell’era digitale. Dove finisce il linguaggio ironico e immediato dei social e dove inizia la strumentalizzazione? Quando la ricerca di viralità diventa controproducente? E soprattutto: in un referendum che dovrebbe parlare di riforma della giustizia, separazione dei poteri e garanzie costituzionali, quanto è utile tirare in ballo medaglie olimpiche e colpi vincenti sul ghiaccio? La risposta, forse, sta proprio nel caso che si è generato. Un post pensato per durare qualche ora e raccogliere consensi è diventato un boomerang che ha costretto alle scuse, ha irritato il mondo dello sport e ha spostato l’attenzione dal merito della questione referendaria alla polemica sulla forma. In politica come nello sport, non sempre l’attacco più spettacolare porta al risultato sperato.



