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Le immagini fanno gelare il sangue. Ragazzi che roteano lame affilate davanti alle stazioni, nelle piazze, sui social. La chiamano “danza dei coltelli“, un rituale che sembra marcare il territorio, che urla possesso e minaccia. L’Italia si sveglia ogni mattina con un nuovo video, un nuovo episodio di violenza giovanile che alimenta un sentimento diffuso: siamo sotto assedio da parte di una generazione fuori controllo. Ma la realtà, come spesso accade quando la paura prende il sopravvento, è molto più complessa di quanto i titoli allarmistici lascino intendere. Questi ragazzi non sono quello che crediamo. E soprattutto, non sono organizzati come pensiamo.

Il termine baby gang è entrato nel linguaggio comune per descrivere questi gruppi di adolescenti violenti. Un’etichetta inglese che usiamo solo noi italiani, e che rischia di essere profondamente fuorviante. Perché questi ragazzi hanno poco della gang come la intendiamo tradizionalmente: non c’è gerarchia strutturata, non c’è controllo sistematico del territorio, non ci sono capi riconosciuti e strategie a lungo termine. Sono gruppi fluidi, informali, spesso improvvisati. Si aggregano, agiscono, si disgregano. La loro è una violenza più reattiva che strategica, più emotiva che pianificata. Eppure il danno che producono è reale, tangibile, documentato dai numeri che raccontano una storia precisa.

I dati sulla criminalità minorile in Italia, se osservati nel lungo periodo, rivelano una tendenza in realtà decrescente dagli anni Novanta fino a circa il 2015. Un calo progressivo che ha toccato il minimo assoluto durante la pandemia, quando il lockdown ha letteralmente congelato ogni forma di socialità giovanile. Ma poi è arrivato il rimbalzo. Rapido, violento, preoccupante. Dopo il Covid tutti gli indicatori di disagio adolescenziale hanno registrato un’impennata drammatica. Disturbi alimentari, ritiro sociale, comportamenti autolesivi, e sì, anche la violenza. I due anni di reclusione forzata hanno colpito duramente i giovani, privandoli di esperienze fondamentali per la crescita, bloccando percorsi di maturazione, accumulando frustrazione ed energia repressa.

Ma c’è un dettaglio che merita attenzione: l’aumento ha riguardato soprattutto i reati di strada. Risse, rapine, lesioni personali. Crimini commessi in gruppo, spesso all’aperto, in luoghi pubblici. Al contrario, altri reati come lo spaccio di stupefacenti non hanno mostrato la stessa impennata. Questo dato ci dice qualcosa di importante sulla natura di questa violenza: non è criminale in senso organizzato, è qualcosa di diverso. Chi sono davvero questi ragazzi che terrorizzano le nostre città? Appiattirli tutti sotto l’etichetta di baby gang significa perdere di vista le differenze sostanziali tra profili, motivazioni, contesti. C’è il gruppo di amici che organizza una spedizione punitiva contro un coetaneo che ha “mancato di rispetto” a uno di loro. Ci sono le rapine violente messe in atto sotto effetto di sostanze contro sconosciuti colpevoli solo di sembrare “figli di papà“. Ci sono livelli di violenza molto diversi, che vanno dalla rissa al pestaggio brutale.

Ma dietro queste differenze emerge un comune denominatore: un vissuto profondo di esclusione sociale. La sensazione di non avere futuro, di non avere opportunità, di non contare nulla. Questi adolescenti percepiscono con lucidità disarmante la disuguaglianza che li circonda, ma soprattutto sentono come insormontabile l’impossibilità di colmarla attraverso percorsi legittimi. È questo sentimento a generare il risentimento. Non la povertà in sé, ma la mancanza di speranza. E quando un adolescente perde la speranza in un futuro costruito con impegno e sacrificio, la via deviante diventa una scorciatoia allettante per affermare la propria identità, per sentirsi qualcuno, per prendersi con la forza quello che sente gli viene negato.

La devianza minorile è sempre il risultato di una combinazione esplosiva: impulsività tipica dell’adolescenza, problemi familiari, svantaggio socioeconomico. In alcuni casi si aggiunge una vera e propria psicopatologia. Ma l’elemento scatenante è quasi sempre lo stesso: la percezione di non avere alternative. Questo spiega perché spesso alla base dei reati non ci sono reali bisogni economici. Il ragazzo che rapina un coetaneo per rubargli le scarpe firmate non lo fa perché non può permettersele. Lo fa per rivalsa, per umiliare chi rappresenta un mondo che lo esclude, per sentire per un momento di avere potere su qualcuno che considera più fortunato.

I minori di origine straniera vivono questa condizione con particolare intensità. Già alle scuole medie un preadolescente di seconda generazione inizia a fare i conti con la realtà: è italiano sulla carta, ma non viene percepito come tale. Vede i suoi compagni italiani, le loro famiglie, le loro opportunità. Confronta con la propria condizione. E sente la distanza non come una differenza temporanea da colmare con l’impegno, ma come un muro invalicabile. Nelle grandi città poi c’è un’altra categoria ancora più fragile: i minori stranieri non accompagnati. Adolescenti senza famiglia, con storie infantili spesso traumatiche, che hanno attraversato deserti e mari per arrivare in Italia. Ragazzi disperati, senza domicilio fisso, senza adulti di riferimento, che spesso fanno uso di sostanze. Non hanno letteralmente nulla da perdere. E questa condizione estrema rende la violenza non solo possibile, ma quasi inevitabile.

Ma allora perché i coltelli? Perché questa proliferazione di armi da taglio tra i giovanissimi? La risposta che danno quasi tutti i ragazzi fermati è la stessa: “per difesa“. Può sembrare una giustificazione opportunistica davanti al giudice, un modo per minimizzare la responsabilità. Ma c’è una verità profonda in questa risposta: è la paura più della rabbia a spingere molti adolescenti ad armarsi. Certo, esistono ragazzi, alcuni di origine straniera, che hanno una maggiore familiarità culturale con le armi da taglio. Ma il fenomeno non si spiega solo con questa eredità culturale. Il rischio vero è che si inneschi un circolo vizioso: la paura porta ad armarsi, chi si arma fa paura agli altri, che a loro volta si armano. È l’identificazione con l’aggressore, un meccanismo psicologico che in adolescenza funziona con particolare efficacia.

E poi c’è il contagio. Gli adolescenti apprendono per imitazione più di qualsiasi altra fascia d’età. Oggi questo meccanismo è amplificato in modo esponenziale dai social media. Un video di una “danza dei coltelli” può fare il giro di mille smartphone in poche ore, diventando modello, sfida, status symbol. La violenza si moltiplica per effetto virale, letteralmente. Ma c’è un paradosso che dovrebbe farci riflettere. Le ricerche internazionali più autorevoli ci dicono che i ragazzi della generazione internet sono in realtà più ansiosi che violenti. L’ansia è l’epidemia silenziosa di questa generazione, molto più diffusa e trasversale della violenza, che resta comunque un fenomeno minoritario.

Eppure noi adulti abbiamo paura degli adolescenti. Li vediamo come una minaccia collettiva. Prendiamo comportamenti eccezionali e li trasformiamo in emblema di un’intera generazione. È un meccanismo che non applichiamo agli adulti: nessuno pensa che un omicidio commesso da un cinquantenne rappresenti tutti i cinquantenni. Ma quando un gruppo di sedicenni commette una rapina, improvvisamente sono “tutti i giovani d’oggi” a essere marci. C’è un’ironia crudele in questo. In una società in cui la percentuale di anziani cresce progressivamente mentre quella dei giovani si riduce, le nuove generazioni vengono percepite come un pericolo invece che come una risorsa. Portatori di instabilità invece che di energia. Le società più stabili, paradossalmente, producono più ansia per il futuro. E i giovani diventano il capro espiatorio di questa ansia.

La storia italiana ci ricorda che i gruppi giovanili violenti non sono un’invenzione contemporanea. Nell’Ottocento Milano aveva la “compagnia della teppa“, nel dopoguerra c’era la “ligèra“, bande di ragazzi armati di coltelli che terrorizzavano le periferie. Ogni epoca ha avuto i suoi giovani devianti, e ogni epoca ha pensato di vivere un’emergenza senza precedenti. Quello che cambia sono i contesti, le forme, le motivazioni. Ma la sostanza rimane: adolescenti che cercano un’identità, che vogliono contare, che reagiscono a un mondo adulto che percepiscono come ostile o indifferente. A volte lo fanno con l’arte, con la musica, con l’impegno sociale. Altre volte lo fanno con la violenza.

Il punto non è minimizzare il problema. I reati ci sono, sono aumentati, fanno vittime reali. Il punto è capire cosa stiamo guardando. Non sono gang organizzate che vogliono conquistare il territorio. Sono adolescenti spaventati che si sentono esclusi e reagiscono nel modo più distruttivo possibile, per sé stessi prima ancora che per gli altri. La “danza dei coltelli” non è folklore criminale, non è jihad urbana, non è conquista territoriale. È il sintomo visibile di un disagio profondo, di un fallimento collettivo nell’offrire speranza, opportunità, senso di appartenenza a una parte delle nuove generazioni.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.