Bologna ha perso uno dei suoi figli più luminosi, visto che Andrea Filippini, per tutti semplicemente Floppy, se n’è andato a 56 anni lasciando un vuoto che risuona tra le corsie del Sant’Orsola, nelle aule dove insegnava, sui palcoscenici dove recitava e nei cuori di chi ha avuto la fortuna di incrociarlo. Infermiere, attore, maestro, umanista: definirlo è riduttivo, perché la sua vita è stata una continua contaminazione tra mondi apparentemente distanti che lui sapeva ricucire con una naturalezza disarmante.
Il suo ultimo atto pubblico è stato un video pubblicato sui social nelle ore precedenti alla morte. Poche immagini essenziali: Filippini in bicicletta che attraversa una galleria, la figura che procede verso una luce sempre più intensa fino a dissolversi in un bianco accecante, mentre in sottofondo scorrono le note malinconiche dei Pink Floyd. La didascalia non lascia spazio a interpretazioni: “Vi voglio bene, ciao”. Un addio che è anche un manifesto esistenziale, l’ultimo regalo di chi ha trasformato la propria malattia in un diario condiviso, senza retorica né vittimismo.
Per anni Andrea Filippini, per tutti Floppy, è stato uno dei volti simbolo dell’oncologia pediatrica del Sant’Orsola. In quel reparto aveva capito una verità semplice: curare non significa soltanto somministrare terapie. Significa anche trovare il modo di far sorridere un bambino, sostenere una famiglia travolta dalla paura e trasformare, anche solo per qualche istante, il dolore in qualcosa di più sopportabile. Per questo Floppy aveva scelto di unire medicina e teatro, usando il gioco, la fantasia e la recitazione per costruire un rapporto speciale con i suoi piccoli pazienti.
Da questa visione è nato il progetto dell’infermieristica teatrale, sviluppato insieme ad Ageop, l’associazione che da anni affianca i bambini malati di tumore e le loro famiglie. Per Filippini, infermieri e attori avevano molto più in comune di quanto si possa immaginare: entrambi lavorano con la voce, con il corpo e con le emozioni, imparando ad ascoltare chi hanno davanti e a entrare nei suoi panni. Era convinto che la vera cura passasse anche dalla presenza umana, dall’empatia e dalla capacità di far sentire ogni paziente meno solo, soprattutto nei momenti più difficili.
Francesca Testoni, direttrice di Ageop, lo ricorda con parole che pesano come macigni:
“Ho una morsa stretta e tenace al petto perché è morto Andrea Floppy Filippini. Non c’è stato progetto, convegno, formazione e momento condiviso in cui non abbia trascinato e coinvolto le persone. Floppy è sempre stato Floppy: una persona di grande purezza e straordinaria umanità”. – Francesca Testoni
Quella purezza si rifletteva anche nel modo in cui affrontava il proprio male. Dopo la diagnosi di tumore, aveva scelto di non nascondersi, di documentare pubblicamente il percorso tra chemioterapia e dimagrimento progressivo, senza mai cadere negli stereotipi del guerriero o del nemico da abbattere. Dopo la diagnosi, Andrea Filippini aveva scelto di raccontare pubblicamente la propria malattia con una lucidità che aveva colpito moltissime persone.
Non parlava del cancro come di un nemico da combattere a ogni costo, ma come di una presenza con cui era costretto a convivere. Lo definiva un “socio”: scomodo, invasivo e crudele, ma parte di un percorso che affrontava senza retorica e senza nascondere la realtà. Un modo di guardare alla malattia che probabilmente nasceva anche dagli anni trascorsi accanto ai bambini dell’oncologia pediatrica, dove aveva imparato che non sempre si può vincere, ma si può affrontare il dolore con dignità e umanità.
Prima di arrivare al Sant’Orsola, Filippini aveva lavorato con Emergency in Afghanistan, portando la sua esperienza infermieristica in uno dei contesti più difficili al mondo. Tornato a Bologna, aveva continuato a dedicarsi non solo alla sanità, ma anche all’insegnamento, al teatro e alla formazione, trasformando la sua idea di cura in laboratori, corsi universitari e progetti destinati alle nuove generazioni di infermieri.
“Non c’è una gran differenza tra il teatro e l’ospedale. In entrambi i casi hai a che fare con l’essere umano e con le sue emozioni”, diceva spesso. Una frase che riassume perfettamente la sua filosofia: curare significava prima di tutto entrare in relazione con le persone. Parole che oggi assumono un significato ancora più forte, in un momento storico in cui chi lavora negli ospedali è sempre più spesso vittima di aggressioni e violenze.
A ricordarlo con grande affetto è stato anche l’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Bologna, che lo ha salutato con un messaggio toccante:
“Ci sono persone che non passano semplicemente nella vita degli altri, ma la trasformano. Oggi il mondo perde un po’ della sua luce, ma a noi resta il regalo più grande: la caparbietà della sua passione, la sincerità dei suoi occhi e quel sorriso che non si spegnerà mai”. – Ordine delle Professioni Infermieristiche di Bologna
Chi lo seguiva sui social conosceva bene anche il suo modo speciale di salutare: “Ciao a tutte”, scriveva quasi sempre all’inizio dei suoi messaggi, con quella leggerezza che lo aveva reso così amato. Tifava Torino e Bologna, amava il teatro e considerava la cura una vera forma d’arte, proprio come insegnava Florence Nightingale.
Il suo ultimo messaggio resta uno dei ricordi più emozionanti. In un video pubblicato poco prima di morire, Floppy si mostra in bicicletta mentre attraversa una galleria accompagnato dalle note dei Pink Floyd, fino a scomparire in una luce intensa. Poche immagini, una sola frase: “Vi voglio bene, ciao”. Un addio semplice e pieno di poesia, che racconta meglio di qualsiasi altra cosa la persona che è stata.
