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Non è un’impressione: internet sta davvero andando in tilt più spesso. E quando succede, non si tratta di un piccolo intoppo tecnico che riguarda qualche sito di nicchia. No, parliamo di interruzioni capaci di paralizzare milioni di utenti contemporaneamente, rendendo inaccessibili servizi che ormai consideriamo essenziali come l’aria che respiriamo. Tre blackout maggiori nell’arco di circa un mese rappresentano un record preoccupante, un campanello d’allarme che gli esperti non esitano a definire straordinariamente grave.

L’ultimo episodio risale a martedì scorso, quando Cloudflare, colosso dei servizi internet che funge da guardiano e acceleratore per milioni di siti web, è andato completamente offline. Per ore, piattaforme utilizzate quotidianamente da centinaia di milioni di persone hanno smesso di funzionare: X (l’ex Twitter), OpenAI con ChatGPT, Discord, Spotify. Un domino digitale che ha lasciato utenti in tutto il mondo a fissare schermate di errore, incapaci di accedere ai servizi che scandiscono la loro giornata. Ma facciamo un passo indietro. Il 20 ottobre, Amazon Web Services (AWS) è stato il primo a cedere. Le conseguenze sono state immediate e tangibili: Roblox e Fortnite irraggiungibili per i videogiocatori, telecamere Ring inutilizzabili per chi le usa per la sicurezza domestica. E qui arriva il dettaglio che suona quasi grottesco nella sua modernità: alcune persone non sono riuscite nemmeno ad azionare i loro letti smart connessi a internet. Sì, avete letto bene. Quando l’infrastruttura cloud di Amazon collassa, perfino il materasso diventa ostaggio della tecnologia.

Un tema di crescente urgenza, che si intreccia con una più ampia riflessione sul fenomeno dello sharenting e sulle conseguenze della dipendenza digitale
Il Parlamento europeo spinge per l’innalzamento dell’età minima a 16 anni (screenworld.it)

Nove giorni dopo, il 29 ottobre, è toccato a Microsoft Azure. La piattaforma cloud della casa di Redmond ha mandato in blocco una serie di servizi dell’ecosistema Microsoft in tutto il globo, proprio alla vigilia della presentazione dei risultati trimestrali dell’azienda. Un tempismo ironico, se vogliamo. Anche in questo caso, le compagnie aeree hanno pagato un prezzo salato: Alaska Airlines ha dovuto gestire passeggeri impossibilitati a fare il check-in online, proprio come era successo a Delta durante il crollo di AWS. Tre aziende, tre problemi diversi, ma un’unica radice comune: la fragilità di un sistema che ha concentrato troppo potere in troppo poche mani. Erie Meyer, ex chief technical officer del Consumer Financial Protection Bureau sotto l’amministrazione Biden, non usa giri di parole: “Questa serie di blackout è stata eccezionalmente terribile. È come ciò che ci avevano detto sarebbe stato l’effetto Y2K, ma sta accadendo con maggiore frequenza“.

Ma perché succede tutto questo proprio adesso? La risposta sta in un fenomeno che nel settore viene chiamato iperscaling: una manciata di giganti tecnologici ha costruito infrastrutture cloud talmente vaste ed efficienti che è diventato economicamente conveniente per quasi tutte le aziende affidarsi a loro piuttosto che gestire server propri. Amazon, Microsoft, Google e pochi altri sono diventati le colonne portanti invisibili dell’intera economia digitale. Il problema è che quando una di queste colonne si incrina, l’intero edificio trema. Le cause tecniche dei tre blackout sono state diverse. Cloudflare inizialmente ha temuto un massiccio attacco informatico, per poi scoprire che si trattava di un bug nel software progettato per combattere i bot. Il CEO Matthew Prince ha ammesso pubblicamente che si è trattato del peggior blackout dal 2019: “Data l’importanza di Cloudflare nell’ecosistema internet, qualsiasi interruzione di uno qualsiasi dei nostri sistemi è inaccettabile“.

memoria telefono piena: come eliminare i file fantasmi
Memoria piena ma hai cancellato tutto? I file fantasma che occupano giga e come eliminarli – screenworld.it

AWS e Microsoft, invece, hanno avuto problemi con il Domain Name System (DNS), quella sorta di elenco telefonico di internet che traduce gli indirizzi web comprensibili agli umani in coordinate numeriche che i computer possono processare. Il DNS è notoriamente delicato, e quando qualcosa va storto nella sua configurazione, l’effetto valanga è garantito. C’è poi un precedente recente che ha fatto scuola: nel luglio 2024, un aggiornamento automatico di CrowdStrike, popolare servizio di cybersicurezza, ha mandato in crash milioni di computer Windows in tutto il mondo, producendo la temutissima schermata blu della morte. Aeroporti bloccati, ospedali in difficoltà, reti di polizia offline. Un singolo errore di codice in un aggiornamento di routine ha dimostrato quanto sia sottile il filo che tiene insieme l’intera infrastruttura digitale globale.

Nel mondo della programmazione e dell’ingegneria informatica, questa situazione è diventata terreno fertile per meme e battute amare. Immagini che mostrano l’intera internet sorretta da un’unica, precaria colonna rappresentata da questi colossi tecnologici circolano sui social frequentati da sviluppatori e tecnici. È l’ironia amara di chi conosce il problema dall’interno e sa che il rischio è reale. La senatrice Elizabeth Warren, da sempre critica nei confronti del potere accumulato dalle Big Tech, non ha perso tempo dopo il blackout di AWS. Su X ha scritto senza mezzi termini: “Se un’azienda può mandare in tilt l’intera internet, è troppo grande. Punto“. La sua posizione è chiara: serve uno smembramento delle grandi compagnie tecnologiche per ridurre questi rischi sistemici.

Un uomo usa uno smartphone iPhone
Un uomo usa uno smartphone iPhone

La domanda che sorge spontanea è: accadrà ancora? La risposta, secondo gli esperti, è sì. Finché l’architettura di internet rimarrà così concentrata nelle mani di pochi attori, finché la convenienza economica del cloud prevarrà sulla resilienza distribuita dei sistemi, questi blackout non solo continueranno a verificarsi, ma potrebbero intensificarsi. La digitalizzazione crescente di ogni aspetto della nostra vita significa che sempre più servizi critici dipendono da queste infrastrutture centrali.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.