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Gli occhiali intelligenti promettevano di essere il prossimo grande salto tecnologico. Dopo il mezzo passo falso dei visori per la realtà virtuale, le Big Tech hanno puntato tutto su questi dispositivi discreti, capaci di scattare foto, registrare video e sfruttare l’intelligenza artificiale semplicemente indossandoli. Meta, Google, e gli altri colossi hanno investito miliardi in questa visione del futuro, ma c’è un problema che sta emergendo con forza crescente: la privacy. O meglio… la sua completa assenza.

Una donna londinese lo ha scoperto nel modo più brutale possibile. Stava facendo shopping in pieno giorno, un’attività banale e quotidiana, quando è stata ripresa di nascosto da uno sconosciuto che indossava un paio di occhiali smart. L’uomo non ha usato uno smartphone, non ha estratto una videocamera. Ha semplicemente guardato nella sua direzione, e gli occhiali hanno fatto il resto. Il video è stato pubblicato immediatamente su TikTok, raggiungendo decine di migliaia di visualizzazioni in poche ore. Poi è arrivata la richiesta: una somma di denaro in cambio della cancellazione del filmato.

Quanto riportato dalla BBC non è un caso isolato che si perde nel mare delle notizie di cronaca, ponendosi come il sintomo di un problema strutturale che riguarda questi dispositivi e il modo in cui possono essere utilizzati. Il video in questione è stato rimosso dalle piattaforme social perché violava le normative sulla privacy, ma nel frattempo era già stato ripubblicato altrove, continuando a circolare. L’autore del video, contattato dalla BBC, ha negato il tentativo di estorsione, ma il meccanismo è chiaro: riprendi qualcuno senza consenso, pubblichi, crei imbarazzo o preoccupazione, chiedi denaro.


Questo tipo di estorsione si inserisce in un contesto più ampio che sta diventando sempre più preoccupante. Negli ultimi mesi sono emerse diverse storie di cosiddetti “manfluencer” che utilizzano gli smart glasses per riprendere tentativi di approccio con sconosciute in pubblico, pubblicando poi tutto sui propri canali social senza chiedere alcuna autorizzazione. Il contenuto viene spacciato come intrattenimento, ma in realtà si tratta di una violazione sistematica della privacy altrui, trasformata in monetizzazione attraverso visualizzazioni e follower.

È inoltre importante tenere a mente che gli occhiali smart di oggi non hanno nulla a che vedere con i Google Glass del 2013, quelli che sembravano usciti da un film di fantascienza e che erano immediatamente riconoscibili. I modelli attuali, come i Ray-Ban Meta, assomigliano a normalissimi occhiali da sole. Puoi incrociarli per strada decine di volte al giorno senza accorgerti che stanno registrando. Questa invisibilità tecnologica è il loro punto di forza commerciale, ma anche il loro lato oscuro.

La capacità di questi dispositivi va ben oltre la semplice registrazione video. Alcuni modelli integrano già funzionalità di riconoscimento facciale in tempo reale, capaci di incrociare le immagini catturate dal vivo con le foto pubbliche sui social network. In pratica, un paio di occhiali può identificarti mentre cammini per strada, trovare il tuo profilo Instagram o Facebook, scoprire dove lavori, con chi esci, quali sono i tuoi interessi. Tutto in pochi secondi. È uno scenario che fino a qualche anno fa sembrava appartenere a distopie fantascientifiche, ma che oggi è tecnicamente possibile e alla portata di chiunque abbia qualche centinaio di euro da investire.

smart glasses Meta
smart glasses Meta fonte: YouTube

Meta, l’azienda dietro ai Ray-Ban smart più diffusi sul mercato, è già finita al centro di polemiche per la gestione dei dati degli utenti, ma dal punto di vista normativo, la situazione è ancora nebulosa. Le leggi sulla privacy esistono, ma sono state concepite in un’epoca in cui la tecnologia indossabile con capacità di registrazione continua non era così diffusa. I singoli Stati potrebbero decidere di introdurre regolamentazioni più stringenti, imponendo per esempio indicatori luminosi obbligatori durante la registrazione o limitando l’uso di queste funzionalità in determinati contesti pubblici. Ma al momento, il vuoto legislativo è evidente.

La questione non riguarda solo la possibilità di essere ripresi senza consenso, visto che c’è anche il problema dell’uso che viene fatto di quei contenuti. Nel caso londinese, il video è stato usato per un tentativo di estorsione, ma in altri contesti, le riprese possono essere utilizzate per stalking, molestie, doxing (la diffusione online di informazioni personali con intenti malevoli), o semplicemente per creare contenuti virali a spese della dignità altrui.

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