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Ci sono documenti che nessuna azienda vorrebbe vedere alla luce del sole. Carte interne che raccontano verità scomode, studi scientifici interrotti proprio quando iniziano a rivelare ciò che preferiresti non sapere. Meta, il colosso tecnologico che controlla Facebook e Instagram, si trova ora al centro di una battaglia legale che potrebbe riscrivere la narrazione sulla sicurezza dei social media. E i documenti depositati presso il Tribunale Distrettuale della California Settentrionale raccontano una storia che fa riflettere. L’udienza è fissata per il 26 gennaio, ma le accuse sono già sul tavolo. Svariati distretti scolastici statunitensi, guidati dallo studio legale Motley Rice, hanno intentato un’azione collettiva che non risparmia colpi. Nel mirino non c’è solo Meta: anche Google, TikTok e Snapchat devono rispondere a domande pesanti. Ma è ciò che emerge dai documenti interni di Menlo Park a sollevare le questioni più inquietanti.

Nel 2020, Meta avviò un progetto di ricerca dal nome in codice evocativo, Progetto Mercurio. L’obiettivo era chiaro, quasi banale nella sua semplicità scientifica: capire cosa succede quando le persone smettono di usare Facebook e Instagram. Gli scienziati dell’azienda collaborarono con Nielsen, una delle società di sondaggi più rispettate al mondo, per valutare l’effetto della disattivazione dei due social. I risultati arrivarono, ma non erano quelli che l’azienda sperava. Secondo i documenti ora agli atti, le persone che smisero di usare Facebook per una settimana riportarono “minori sensazioni di depressione, ansia, solitudine e confronto sociale”. Un risultato netto, misurabile, scientificamente rilevante. Esattamente il tipo di scoperta che dovrebbe portare a ulteriori approfondimenti, pubblicazioni accademiche, magari modifiche al funzionamento delle piattaforme.

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Instagram rivoluziona la chat – screenworld.it

Invece, stando alle accuse, Meta fece qualcosa di diverso: chiuse la ricerca. Archiviò i risultati. E internamente giustificò questa decisione sostenendo che i dati negativi erano stati “contaminati dalla narrazione mediatica esistente” sul gruppo. Una tesi che, secondo i querelanti, stride con un fatto significativo: i ricercatori avevano confermato la validità dello studio a Nick Clegg, allora responsabile delle politiche pubbliche globali di Meta. La domanda che emerge spontanea è semplice: perché fermare una ricerca proprio quando inizia a dare risposte? Perché considerare contaminati risultati ottenuti con metodologie validate da esperti esterni? E soprattutto: quante altre ricerche sono state archiviate in cassetti digitali per evitare conclusioni scomode?

La replica di Meta, affidata al portavoce Andy Stone, è arrivata sabato 22 novembre. L’azienda sostiene che lo studio è stato interrotto perché “la metodologia utilizzata era errata” e che il gruppo ha sempre lavorato “con impegno per migliorare la sicurezza dei suoi prodotti“. Stone ha aggiunto: “Il resoconto completo dimostrerà che per oltre un decennio abbiamo ascoltato i genitori, studiato le questioni più importanti e apportato cambiamenti concreti per proteggere gli adolescenti“. Ma le accuse contenute nel documento depositato dai distretti scolastici vanno ben oltre il Progetto Mercurio. I querelanti sostengono che le piattaforme social abbiano intenzionalmente nascosto a utenti, genitori e insegnanti i rischi internamente riconosciuti dei loro prodotti. Tra le contestazioni più gravi figura l’incoraggiamento tacito ai minori di 13 anni a utilizzare le piattaforme, violando di fatto le stesse policy aziendali che dovrebbero proteggerli.

Instagram e Facebook
Instagram e Facebook, fonte: Meta

C’è poi la questione della moderazione dei contenuti. I querelanti accusano le piattaforme di non aver risposto adeguatamente ai contenuti pedopornografici e di aver tentato di ampliare l’uso dei social da parte degli adolescenti perfino durante l’orario scolastico. Un’accusa che, se provata, trasformerebbe questi strumenti da spazi di connessione sociale a veri e propri veicoli di dipendenza progettata. Ma forse l’aspetto più inquietante riguarda le presunte strategie di influenza delle organizzazioni che dovrebbero proteggere i minori. Secondo i documenti, le piattaforme avrebbero tentato di pagare organizzazioni che si occupano di bambini e adolescenti per difendere pubblicamente la sicurezza dei loro prodotti. Un caso emblematico riguarda TikTok, che avrebbe sponsorizzato la National PTA, l’Associazione Genitori-Insegnanti americana.

Nei documenti interni citati nell’azione legale, i dirigenti di TikTok si sarebbero vantati della loro capacità di influenzare l’organizzazione. Frasi come “la PTA farà tutto ciò che volevamo in autunno” e “annunceranno le cose pubblicamente, il loro ceo farà comunicati stampa per noi” descrivono un livello di controllo che, se confermato, rappresenterebbe una manipolazione sistematica di istituzioni create per tutelare i più giovani. La questione non riguarda solo gli Stati Uniti. I social media sono globali, e le dinamiche di utilizzo, i meccanismi di dipendenza, gli effetti sulla salute mentale non conoscono confini nazionali. Milioni di adolescenti italiani trascorrono ore ogni giorno su queste piattaforme, esposti agli stessi algoritmi, alle stesse notifiche progettate per massimizzare l’engagement, allo stesso flusso infinito di contenuti che rende difficile staccarsi dallo schermo.

Nuovi utenti su Instagram
Nuovi utenti su Instagram, fonte: META

Meta ha ripetutamente dichiarato al Congresso americano di non essere in grado di quantificare se i suoi prodotti fossero dannosi per le ragazze adolescenti. Una posizione che ora, alla luce dei documenti emersi, appare quanto meno contraddittoria. Come si può non essere in grado di quantificare un danno quando si possiede uno dei più grandi apparati di raccolta e analisi dati del pianeta? E quando si conducono ricerche interne che sembrano dare risposte piuttosto chiare? La battaglia legale è appena iniziata. L’udienza di gennaio sarà il primo banco di prova per accuse che potrebbero ridefinire la responsabilità delle big tech nei confronti dei loro utenti più giovani e vulnerabili. I distretti scolastici hanno deciso di passare all’offensiva, trasformando le aule in trincee legali contro quello che considerano un problema di salute pubblica.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.