La battaglia legale tra creatività umana e intelligenza artificiale ha appena varcato i confini del Pacifico, e stavolta a scendere in campo sono alcuni dei nomi più prestigiosi dell’intrattenimento giapponese. Square Enix, lo studio dietro saghe leggendarie come Final Fantasy, lo Studio Ghibli di Hayao Miyazaki, e il colosso televisivo Toei hanno alzato la voce contro OpenAI, accusando la società californiana di aver utilizzato le loro opere protette da copyright per addestrare Sora 2, il nuovo modello di intelligenza artificiale generativa lanciato di recente.
L’accusa arriva attraverso una lettera formale firmata dalla Content Overseas Distribution Association (CODA), un’organizzazione che rappresenta circa venti tra le più importanti compagnie dell’entertainment nipponico. Il documento non usa mezzi termini: una larga porzione dei contenuti generati da Sora 2 “assomiglia in modo evidente a contenuti o immagini giapponesi“, risultato dell’utilizzo di opere protette come materiale di addestramento per l’algoritmo. In pratica, secondo le aziende firmatarie, OpenAI avrebbe insegnato alla sua IA a creare contenuti studiando illegalmente anime, manga, videogiochi e film senza chiedere il permesso a nessuno.

La questione non è solo tecnica, ma tocca il cuore di un dibattito culturale e legale che sta dividendo il mondo tech, da poco entrato nel vivo per il furto di identità delle star. OpenAI ha infatti adottato una politica di opt-out: utilizza qualsiasi contenuto trovato online per addestrare i suoi modelli, a meno che il proprietario dei diritti non chieda esplicitamente di essere escluso. Una strategia che negli Stati Uniti rientra in una zona grigia del fair use, ma che in Giappone si scontra frontalmente con una legislazione sul copyright molto più rigida, che richiede un consenso preventivo, un sistema di opt-in. Come sottolinea la lettera di CODA, la legge giapponese prevede che l’autorizzazione per l’uso di opere protette debba essere ottenuta prima, non dopo.
Le richieste dell’associazione sono chiare e dirette: primo, che i contenuti dei membri di CODA non vengano utilizzati per addestrare Sora 2 senza permesso esplicito; secondo, che OpenAI risponda in modo trasparente e costruttivo alle richieste di chiarimenti e alle denunce di violazione del copyright presentate dalle compagnie associate. Non si tratta solo di principio. In un comunicato più esteso pubblicato da Kodansha, una delle case editrici coinvolte, le aziende hanno avvertito di essere pronte a “intraprendere azioni legali ed etiche appropriate contro la violazione del copyright, indipendentemente dal fatto che venga utilizzata o meno l’intelligenza artificiale generativa“.

Questa non è la prima volta che OpenAI finisce nel mirino delle autorità giapponesi. A metà ottobre, il governo nipponico aveva già chiesto formalmente alla società di Sam Altman di astenersi dal violare i diritti d’autore su opere iconiche come One Piece e Demon Slayer. Minoru Kiuchi, ministro di stato per la proprietà intellettuale e la strategia sull’IA, aveva definito questi contenuti “tesori insostituibili di cui il Giappone si vanta davanti al mondo“, sottolineando quanto anime e videogiochi rappresentino non solo un’industria miliardaria, ma un pezzo fondamentale dell’identità culturale del paese.
Mentre OpenAI promuove i suoi strumenti come democratizzatori della creatività, finisce per essere accusata di sfruttare proprio quella creatività altrui senza riconoscimento né compenso. Un esempio emblematico risale a inizio 2025, quando lo stesso CEO di OpenAI, Sam Altman, si era vantato pubblicamente della capacità di ChatGPT di generare immagini in stile Ghibli grazie a un aggiornamento del sistema. Quelle stesse immagini erano poi state utilizzate persino dalla Casa Bianca in una comunicazione politica controversa, legata alle politiche di deportazione dell’amministrazione Trump, aggiungendo un ulteriore livello di problematicità etica all’intera vicenda.
Il Giappone ha deciso di non restare a guardare. E se la battaglia legale dovesse intensificarsi, potrebbe rappresentare un precedente fondamentale per ridefinire le regole del gioco a livello globale, obbligando le aziende di intelligenza artificiale a confrontarsi seriamente con i diritti di chi crea contenuti originali. Perché alla fine, senza quegli autori, quegli artisti, quegli animatori che hanno passato notti insonni a disegnare, scrivere e programmare, nessun algoritmo avrebbe nulla da imparare.



