Quando la Casa Bianca ha pubblicato su X un’immagine generata con intelligenza artificiale del presidente Donald Trump vestito come Master Chief di Halo, in saluto militare davanti a una bandiera americana con solo 40 stelle invece di 50, il mondo dei videogiochi ha trattenuto il fiato. Non per l’errore vistoso nella bandiera, né per la spada energetica aliena impugnata dalla mano sinistra del presidente. Ma per una domanda che brucia ancora senza risposta: perché Microsoft non dice nulla? L’immagine è arrivata domenica 27 ottobre, in risposta a un tweet di GameStop che dichiarava concluse le console wars dopo l’annuncio bomba di Halo: Campaign Evolved, il remake del primo Halo che nel 2026 arriverà anche su PlayStation 5. Per la prima volta nella storia, Master Chief sbarcherà su una console Sony, segnando la svolta definitiva di Microsoft verso una strategia multipiattaforma. “Power to the Players“, recita il post della Casa Bianca, rubando lo slogan storico del rivenditore di videogiochi.

Ma la stranezza non si è fermata lì. Poche ore dopo, il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ha rincarato la dose con un altro post a tema Halo, stavolta per promuovere il reclutamento nell’agenzia ICE (Immigration and Customs Enforcement). “Finishing this fight“, si legge accanto a un’immagine di un soldato futuristico in un mondo alieno. Il riferimento al motto di Halo 3 è esplicito, ma il messaggio, quello di equiparare gli immigrati al Flood, è chiaro. La community dei videogiocatori ha reagito con indignazione. Il subreddit di Halo, che normalmente rimuove qualsiasi contenuto politico e AI slop (contenuti generati da intelligenza artificiale di bassa qualità), ha dovuto fare un’eccezione vista la portata della questione. I moderatori hanno autorizzato discussioni che solitamente sarebbero vietate, mentre migliaia di fan si interrogavano sull’appropriatezza di usare un simbolo culturale amato per promuovere politiche controverse sull’immigrazione.

Microsoft, proprietaria del franchise Halo attraverso Xbox Game Studios, ha scelto una linea che lascia perplessi, il silenzio assoluto. Quando IGN ha chiesto un commento ufficiale, un rappresentante dell’azienda ha risposto seccamente che “Microsoft non ha nulla da condividere su questa questione“. Una posizione in netto contrasto con quella di The Pokémon Company, che settimane prima aveva affrontato una situazione simile. A marzo, il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale aveva pubblicato un video che mostrava arresti da parte di agenti ICE, usando come colonna sonora il tema di Pokémon e interpolando scene dell’anime con immagini di persone ammanettate. Lo slogan “Gotta catch ‘em all” assumeva così un significato sinistro. The Pokémon Company aveva risposto con fermezza: “La nostra azienda non è stata coinvolta nella creazione o distribuzione di questo contenuto, e il permesso per l’uso della nostra proprietà intellettuale non è stato concesso“.

Perché Microsoft resta in silenzio mentre Pokémon alza la voce? Don McGowan, ex capo legale di The Pokémon Company International e oggi consulente presso Extreme Grownup Services, offre una prospettiva interessante. Anche se non si riferiva direttamente a Microsoft, le sue parole sul caso Pokémon illuminano la complessità della situazione: “Non vedo che facciano qualcosa per diverse ragioni. Prima di tutto, pensate a quanto poco vedete il nome di queste aziende sulla stampa. Sono estremamente restie alla pubblicità e preferiscono lasciare che il brand sia il brand”. McGowan, che si definisce “il CLO più propenso all’azione che abbia mai conosciuto“, ammette che anche lui, al posto di queste aziende, non toccherebbe la questione: “Questo passerà in un paio di giorni e saranno felici di lasciarlo passare“.

Il silenzio di Microsoft assume connotati particolari se si considera il rapporto storico tra l’azienda e l’amministrazione Trump. Nel giugno 2017, il CEO Satya Nadella partecipò a un incontro dell’American Technology Council alla Casa Bianca, seduto accanto al presidente. Le foto di quella riunione circolano ancora, testimoni di un rapporto che, almeno in apparenza, era cordiale. Oggi quella vicinanza potrebbe spiegare la cautela estrema nel prendere posizione. L’uso dei videogiochi per la propaganda politica non è una novità nell’era Trump. Steve Bannon, chief strategist della prima campagna presidenziale del 2016, aveva capito il potenziale della gaming culture già anni prima. Dopo aver lavorato con Internet Gaming Entertainment, un’azienda che sfruttava lavoratori cinesi per “creare oro” in World of Warcraft, Bannon aveva compreso che “questi ragazzi, questi maschi bianchi senza radici, avevano un potere mostruoso“.

Dal suo insediamento a gennaio, la Casa Bianca ha intensificato l’uso dei meme e della cultura pop. L’amministrazione ha pubblicato immagini AI di Trump come Superman, come Papa (scatenando polemiche tra i cattolici durante il lutto per Papa Francesco), come Jedi di Star Wars. Il vicepresidente J.D. Vance, secondo il New York Times, posta il doppio rispetto ai suoi predecessori. Per l’industria videoludica, questa situazione pone un dilemma esistenziale. Da anni, le aziende evitano accuratamente di prendere posizioni politiche esplicite, preferendo rimanere neutrali per non alienare nessuna fetta di pubblico. Ma quando il governo degli Stati Uniti usa Master Chief per promuovere deportazioni di massa, o Ash Ketchum per celebrare arresti, la neutralità diventa complicità agli occhi di molti.

Milioni di videogiocatori americani si trovano in una posizione imbarazzante: vedere i propri eroi culturali associati a politiche che trovano divisive, crudeli o semplicemente assurde. Un’amministrazione che avverte le donne incinte di non prendere paracetamolo, che equipara gli immigrati a parassiti alieni, che sostiene che le politiche di diversità e inclusione producano lavoratori non qualificati, sta attivamente appropriandosi dell’iconografia videoludica. Microsoft, nel frattempo, continua a non dire nulla. Nessun comunicato stampa, nessuna presa di distanza, nessuna richiesta di cessare l’uso non autorizzato della proprietà intellettuale. Solo silenzio. Un silenzio che parla più forte di mille parole, suggerendo calcoli complessi tra relazioni governative, protezione del brand e paura di ritorsioni.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.