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La battaglia legale tra editoria tradizionale e intelligenza artificiale si arricchisce di un nuovo capitolo esplosivo. Il New York Times ha trascinato in tribunale Perplexity AI, la startup californiana che sta ridefinendo il concetto di motore di ricerca attraverso l’intelligenza artificiale generativa. L’accusa è pesante quanto inequivocabile: utilizzo illecito di milioni di articoli protetti da copyright per alimentare i propri algoritmi, creazione di contenuti inventati basati su allucinazioni dell’AI e, soprattutto, attribuzione di queste informazioni false al prestigioso quotidiano statunitense.

La causa, depositata presso il distretto meridionale di New York, rappresenta l’escalation di una tensione che covava da oltre un anno. Il NYT aveva già notificato a Perplexity un avviso formale di cessazione e desistenza, rimasto evidentemente inascoltato. Ora la battaglia si sposta nelle aule giudiziarie, dove il quotidiano chiede non solo il risarcimento integrale dei danni subiti, ma anche provvedimenti immediati per bloccare quella che definisce una pratica sistematica di scraping e copia non autorizzata.

Graham James, portavoce del New York Times, ha rilasciato una dichiarazione che non lascia spazio a interpretazioni: “Sebbene crediamo nell’uso e nello sviluppo etico e responsabile dell’intelligenza artificiale, ci opponiamo fermamente all’uso non autorizzato dei nostri contenuti da parte di Perplexity per sviluppare e promuovere i loro prodotti“. Una posizione che cerca di bilanciare apertura all’innovazione tecnologica e difesa dei diritti d’autore, una linea sottile su cui si gioca il futuro stesso del giornalismo nell’era dell’AI. Perplexity non è nuova a questo genere di controversie. Appena una settimana prima della causa intentata dal NYT, anche il Chicago Tribune aveva trascinato la startup in tribunale con accuse sostanzialmente analoghe. Una coincidenza temporale che suggerisce un’azione coordinata degli editori americani, sempre più preoccupati per quello che percepiscono come un saccheggio sistematico del loro patrimonio informativo.

Perplexity AI
Perplexity AI

La risposta di Perplexity è arrivata attraverso Jesse Dwyer, responsabile della comunicazione aziendale, che ha bollato entrambe le cause comeuna tattica utilizzata dagli editori per impedire l’emergere di nuove tecnologie“. Una linea difensiva che richiama il classico scontro tra innovazione e status quo, tra chi vuole rivoluzionare il mercato e chi cerca di proteggere modelli di business consolidati. Ma c’è un aspetto particolarmente inquietante nelle accuse mosse dal New York Times: l’AI di Perplexity non si limiterebbe a copiare contenuti esistenti, ma genererebbe informazioni completamente inventate, le cosiddette allucinazioni dell’intelligenza artificiale, attribuendole poi al quotidiano e mostrandole accanto ai suoi marchi registrati. Un fenomeno che solleva interrogativi preoccupanti sulla capacità degli utenti di distinguere tra informazione verificata e contenuto generato algoritmicamente, con tutti i rischi che ne derivano per la qualità del dibattito pubblico.

Anche l’Italia sta entrando in questo campo di battaglia. Mediaset, attraverso RTI e Medusa Film, ha recentemente depositato la prima causa italiana contro Perplexity presso il Tribunale civile di Roma, segnalando come la questione non riguardi solo gli Stati Uniti ma l’intero ecosistema mediatico occidentale. Mentre i legali si preparano a lunghe battaglie processuali, una cosa appare sempre più chiara: il futuro dell’intelligenza artificiale non sarà determinato solo nei laboratori delle big tech, ma anche e soprattutto nelle aule dei tribunali, dove si deciderà quale equilibrio trovare tra innovazione tecnologica, diritti d’autore e qualità dell’informazione.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ora si occupa di news e articoli per ScreenWorld.it, per CinemaSerieTv.it e CultWeb.it