Il tribunale civile di Roma si prepara a ospitare un confronto che potrebbe segnare un precedente storico nel panorama italiano. RTI e Medusa Film, entrambe società controllate da Mediaset, hanno depositato una causa contro Perplexity AI, la startup statunitense che sta rapidamente guadagnando terreno nel mercato dei motori di ricerca basati sull’intelligenza artificiale. L’accusa è pesante: aver utilizzato senza alcuna autorizzazione contenuti audiovisivi e cinematografici protetti da diritto d’autore per addestrare i propri sistemi di intelligenza artificiale.
Secondo quanto dichiarato dalle stesse aziende, si tratta della prima causa in Italia che contesta specificatamente un uso dell’intelligenza artificiale legato a una presunta violazione del copyright. Un primato che colloca l’Italia nel novero dei paesi che stanno affrontando sul piano legale la questione sempre più spinosa del rapporto tra AI generativa e proprietà intellettuale. Le richieste avanzate da Mediaset sono chiare e non lasciano spazio a interpretazioni. Nel ricorso depositato, le società chiedono al tribunale di dichiarare l’illiceità della condotta di Perplexity AI, ordinando alla startup di cessare immediatamente ogni utilizzo non autorizzato dei contenuti di loro proprietà. Ma non si fermano qui: chiedono anche un risarcimento dei danni e, particolare non secondario, l’applicazione di una penale giornaliera per eventuali future violazioni. Una mossa che evidenzia la volontà di non limitarsi a una battaglia simbolica, ma di creare un deterrente concreto.

La questione solleva interrogativi che vanno ben oltre il caso specifico. Come si addestrano i modelli di intelligenza artificiale? Quali contenuti possono essere utilizzati e a quali condizioni? Il web scraping, pratica comune nel mondo tech per raccogliere dati da internet, può considerarsi legittimo quando riguarda materiale protetto da copyright? Perplexity AI, che ha costruito la sua reputazione promettendo risposte precise corredate da fonti verificabili, si trova ora a dover rispondere di come quelle fonti vengano effettivamente utilizzate nei suoi processi di machine learning.
Il tribunale di Roma dovrà ora pronunciarsi su questioni tecniche complesse. Come si dimostra che un modello di AI è stato addestrato su contenuti specifici? Quali tracce lascia questo processo? E soprattutto, quale interpretazione dare alle norme sul copyright in un contesto tecnologico che i legislatori non potevano prevedere quando quelle leggi furono scritte? La sentenza, quale che sia, creerà un precedente destinato a influenzare casi futuri e forse a spingere l’intero settore verso accordi di licenza più trasparenti. Perché nell’era dell’intelligenza artificiale, anche i dati hanno un prezzo. E qualcuno, prima o poi, dovrà pagarlo.



