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Il sogno di Mark Zuckerberg sta collassando su se stesso. Meta Platforms ha deciso di tagliare del 30% il budget destinato al metaverso, quel progetto visionario che avrebbe dovuto trasformare internet in un insieme di mondi virtuali immersivi. La notizia, ha fatto l’effetto opposto a quello che ci si potrebbe aspettare: le azioni della società sono schizzate in alto del 4%, come se Wall Street stesse festeggiando la fine di un investimento che aveva più le sembianze di un pozzo senza fondo che di una rivoluzione tecnologica.

Dal 2020, quando Zuckerberg ha lanciato la sua scommessa sul futuro digitale arrivando a cambiare persino il nome dell’azienda da Facebook a Meta, la società ha bruciato più di 60 miliardi di dollari nel tentativo di costruire questo universo parallelo. Sessanta miliardi. Per mettere la cosa in prospettiva, è più del PIL annuale di decine di nazioni. E gli investitori, quelli che dovrebbero credere nella visione a lungo termine, hanno invece tirato un sospiro di sollievo quando hanno saputo che i rubinetti si stavano finalmente chiudendo.

Logo del metaverso di Meta
Logo del metaverso di Meta

Ma cos’era esattamente questo metaverso che avrebbe dovuto giustificare una spesa così colossale. Nella concezione di Meta, si trattava di un’evoluzione radicale di internet: spazi virtuali condivisi dove le persone potevano lavorare, socializzare, giocare e creare attraverso avatar tridimensionali. Realtà virtuale e realtà aumentata come pilastri di un nuovo modo di vivere i contenuti, non più davanti a uno schermo ma dentro lo schermo stesso. L’intelligenza artificiale doveva fare da collante, alimentando avatar realistici e mondi credibili. Sulla carta, visionario. Nella pratica, un prodotto che non ha mai sfondato oltre la nicchia ristretta dei videogiocatori più accaniti.

I tagli proposti fanno parte della pianificazione del budget aziendale per il 2026 e non saranno indolori. Reality Labs, l’unità di Meta che si occupa dello sviluppo del metaverso, si prepara a una serie di licenziamenti che potrebbero partire già a gennaio. Dipendenti che hanno creduto nella visione si ritroveranno probabilmente a cercare un nuovo lavoro, vittime di una scommessa strategica che il mercato non ha mai veramente abbracciato. C’è qualcosa di profondamente ironico in tutto questo. Zuckerberg aveva investito così tanto, personalmente e finanziariamente, in questa idea che ha ridisegnato l’identità stessa della sua azienda. Il cambio di nome da Facebook a Meta non era un semplice rebranding, era una dichiarazione di intenti: “Questo è il nostro futuro, questo è ciò in cui crediamo“. Eppure, pochi anni dopo, quello stesso futuro viene ridimensionato del 30%, mentre il core business – i social network tradizionali che continuano a macinare profitti pubblicitari – resta il vero motore dell’azienda.

Il metaverso di Meta non è tecnicamente morto, ma questa mossa segna un cambio di priorità evidente. Gli investitori lo hanno capito immediatamente e hanno premiato l’azienda. Il messaggio implicito è chiaro: concentratevi su ciò che sapete fare meglio, su ciò che genera profitti reali, non su esperimenti costosi che richiedono anni per decollare. Se mai decolleranno. Resta da chiedersi cosa succederà ora. Meta continuerà a esplorare realtà virtuale e aumentata, ma probabilmente con ambizioni ridimensionate e un approccio più pragmatico. I Ray-Ban Meta, gli occhiali smart sviluppati in collaborazione con il marchio italiano, rappresentano forse la direzione più concreta e commercialmente sensata: prodotti tecnologici integrati nella vita quotidiana, non mondi alternativi in cui trasferirsi completamente.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ora si occupa di news e articoli per ScreenWorld.it, per CinemaSerieTv.it e CultWeb.it