Non sono tempi facili per chi ama fare shopping online. Dal World Economic Forum di Davos arriva un avvertimento che suona come una doccia fredda per milioni di consumatori italiani: Andy Jassy, amministratore delegato di Amazon, ha confermato che i prezzi sulla piattaforma sono destinati ad aumentare. La causa principale è da ricercare nella politica dei dazi imposta dall’amministrazione Trump, ma per quanto riguarda l’Italia il quadro si complica ulteriormente con misure fiscali domestiche che rischiano di rendere gli acquisti online significativamente più onerosi.
Le parole del CEO di Amazon non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche. I rincari, spiega Jassy, hanno iniziato a manifestarsi concretamente sui prezzi di diversi articoli venduti sulla piattaforma. Fino a questo momento, l’impatto delle nuove tariffe sulle importazioni era stato in parte ammortizzato dalle scorte accumulate dai venditori prima dell’entrata in vigore dei dazi. Magazzini riempiti in previsione della tempesta, insomma. Ma quelle riserve si stanno esaurendo. Quando le scorte si svuotano, i venditori si trovano di fronte a una scelta: assorbire i costi aggiuntivi per mantenere competitività e stimolare la domanda, trasferire integralmente gli aumenti sui consumatori sotto forma di prezzi più alti, oppure adottare una strategia intermedia. La realtà è che sempre più operatori stanno scegliendo la seconda opzione, scaricando l’onere sui clienti finali.

Il fenomeno non riguarda esclusivamente il mercato statunitense. Si tratta di una dinamica globale che tocca tutti i principali mercati in cui Amazon opera, Italia compresa. E proprio il nostro paese si trova ad affrontare una situazione particolarmente gravosa, con una stratificazione di costi aggiuntivi che rischiano di trasformare l’e-commerce in un’esperienza molto meno conveniente di quanto lo sia stato finora. Alle tariffe doganali americane si aggiungono infatti misure fiscali specificamente italiane. Il governo ha deciso di introdurre una spesa aggiuntiva di 2 euro su tutti i pacchi, indipendentemente dalla provenienza. Sì, avete letto bene: anche i pacchi spediti all’interno del territorio nazionale sono soggetti a questa imposta ambientale. Una decisione che ha sollevato non poche perplessità tra consumatori e operatori del settore.
Ma non finisce qui. A partire da luglio 2026 entrerà in vigore un ulteriore dazio temporaneo di 3 euro per tutti i pacchi provenienti da paesi extra Ue con un valore inferiore a 150 euro. Sommando le varie voci, un acquisto di modesto valore potrebbe ritrovarsi gravato da ben 5 euro di costi aggiuntivi prima ancora di considerare eventuali aumenti di prezzo da parte dei venditori. Per un prodotto da 30 euro, stiamo parlando di un incremento percentuale tutt’altro che trascurabile. Il 2026 si profila dunque come un anno di transizione per il mondo degli acquisti online. I fattori in gioco sono molteplici: inflazione, politiche doganali, scelte fiscali nazionali, strategie commerciali dei venditori. Tutti elementi che concorrono a ridisegnare un panorama che sembrava ormai consolidato. Per chi compra, questo significa prestare maggiore attenzione, confrontare più opzioni e forse riscoprire canali di acquisto che sembravano destinati a un lento declino.



