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Il 23 febbraio 2026, alle 21.47, il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha firmato un decreto destinato a far discutere per mesi. Non si tratta di una riforma culturale, né di un piano per i teatri o i musei. Si tratta di soldi. Soldi che usciranno dalle tasche di milioni di italiani che usano Google Drive, iCloud, OneDrive o Dropbox per salvare le proprie foto, i documenti di lavoro o i video delle vacanze. Per la prima volta nella storia italiana, lo spazio di archiviazione su cloud viene equiparato a un supporto fisico e sottoposto al cosiddetto “compenso per copia privata“. Una tassa che esiste da decenni, nata negli anni Ottanta quando era normale duplicare le musicassette, e che ora fa un salto nel futuro. O forse nel passato, dipende dai punti di vista.

Il meccanismo è semplice nella sua essenza, controverso nelle sue implicazioni. Ogni volta che acquisti uno smartphone, un tablet, un hard disk o una chiavetta USB, una quota del prezzo va alla SIAE e alle società di collecting, che dovrebbero redistribuirla agli autori. L’idea di fondo è che quei dispositivi potrebbero essere usati per fare copie personali di opere protette da copyright. Una compensazione forfettaria, imprecisa ma accettata come male minore in un’epoca analogica. Ma il cloud è un’altra storia. Non compri uno spazio fisico una volta sola: lo affitti, mese dopo mese. E ora, proprio su questa ricorrenza, si innesta il nuovo prelievo. Non una tantum, come per gli hard disk, ma mensile. Calcolato per gigabyte e per utente.

Le cifre, almeno sulla carta, sembrano irrisorie. Un utente con 100 gigabyte di cloud storage pagherà 0,03 euro al mese, ossia 36 centesimi l’anno. Chi ha un terabyte di spazio pagherà circa 1,80 euro annui. Il tetto massimo è fissato a 2,40 euro al mese per utente, che significa quasi 30 euro l’anno in più rispetto al costo dell’abbonamento. Le tariffe sono di 0,0003 euro per gigabyte al mese fino a 500 gigabyte, che scendono a 0,0002 euro oltre quella soglia. Chi ha meno di un giga non paga nulla, ma è una soglia che di fatto esclude quasi tutti, considerando che i piani gratuiti partono da 5 o 15 gigabyte. Numeri piccoli, direte. Ma moltiplicati per milioni di utenti, diventano un fiume di denaro. Il decreto porta la raccolta annua delle entità di collecting dai circa 130 milioni di euro del 2020 a 154 milioni. E soprattutto, creano un precedente. Perché quelle tariffe, oggi simboliche, domani potrebbero essere facilmente ritoccate verso l’alto.

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Il fondamento normativo arriva da Bruxelles. Una sentenza della Corte di Giustizia europea del 24 marzo 2022 ha stabilito che un server cloud messo a disposizione di un utente rientra nella nozione di qualsiasi supporto ai fini dell’obbligo di equo compenso. L’Italia è il primo grande Paese europeo a tradurre quella sentenza in un prelievo concreto. E lo fa proprio alla vigilia del Festival di Sanremo 2026, durante gli Stati generali della musica, dove il sottosegretario Gianmarco Mazzi ha annunciato trionfalmente la misura. Il mondo della musica e dello spettacolo, ovviamente, esulta. Più soldi in cassa, più compensi per gli autori, giustizia ristabilita. Ma dall’altra parte della barricata, le reazioni sono durissime. Anitec-Assinform, l’associazione che rappresenta le imprese tecnologiche, parla apertamente di balzello anacronistico e stima un impatto potenziale fino al 20 per cento sui costi del settore. I provider di connettività denunciano una doppia imposizione: prima paghi la tassa sul dispositivo fisico, poi la paghi anche sullo spazio virtuale. Google e le associazioni dei consumatori valutano un ricorso.

Perché il vero problema, il nodo che rende questa vicenda così esplosiva, è che il concetto stesso di copia privata è quasi scomparso nell’era dello streaming. Spotify, Netflix, Prime Video, Disney+: nessuno scarica più file da duplicare. Il mercato si è spostato sui servizi in abbonamento, dove non possiedi nulla, ma paghi per accedere a un catalogo. E anche quando usi il cloud, spesso lo fai per salvare foto personali, documenti di lavoro, backup del telefono. Non per archiviare film piratati o album musicali copiati illegalmente. Eppure la tassa si applica indipendentemente dal contenuto archiviato. È la semplice disponibilità di spazio a essere colpita. Come se il fatto stesso di avere un gigabyte libero fosse una minaccia per il diritto d’autore. Una logica che era già discutibile quando riguardava gli hard disk, ma che diventa francamente assurda applicata al cloud.

E non finisce qui. Il decreto aggiorna anche le tariffe per i dispositivi fisici, rivalutandole sulla base dell’indice Istat dal 2021 al 2024. Gli aumenti variano tra il 16,8 e il 40 per cento a seconda del dispositivo e della capacità di memoria. Per gli smartphone di fascia media, quelli con 128 o 256 gigabyte di memoria, il compenso oscilla tra 7,36 e 8,06 euro per unità. I computer pagano un fisso di 6,07 euro, indipendentemente dallo storage. Gli smartwatch e i fitness tracker con funzione di registrazione audio o video sono tassati tra 2,57 e 6,54 euro. Persino i televisori con decoder e funzione di registrazione pagano 4,67 euro, più tariffe aggiuntive per le memorie interne che arrivano fino a 18,80 euro oltre i 3 terabyte. Una novità che ha fatto discutere riguarda i dispositivi ricondizionati. Per la prima volta vengono esplicitamente inclusi nell’ambito di applicazione del decreto, con gli stessi compensi previsti per i prodotti nuovi. In pratica, un iPhone paga la tassa quando qualcuno lo compra in un Apple Store, e la paga di nuovo quando qualcun altro lo acquista rigenerato da Swappie, Trendevice o Amazon. Una doppia imposizione bella e buona, che colpisce proprio il mercato dell’economia circolare, quello che dovrebbe essere incentivato per ragioni ambientali.

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Il tutto in una fase di grave crisi globale dei chip di memoria, che sta già portando i prezzi alle stelle. Aggiungere una tassa in più, per quanto simbolica, non è esattamente il segnale che il mercato si aspettava. Gli hard disk e gli SSD sopra i 2 terabyte, ad esempio, sono gravati di oltre 30 euro di compenso. Per le famiglie e le piccole imprese che devono dotarsi di strumenti di backup o archiviazione, la differenza si sente. Il decreto introduce anche nuovi obblighi amministrativi per i fornitori di cloud, che dovranno presentare una dichiarazione trimestrale alla SIAE indicando per ogni mese il numero di utenti attivi e la capacità di spazio cloud a loro disposizione. Un adempimento burocratico che avrà ricadute sui costi operativi e, probabilmente, sui prezzi finali per i consumatori.

Non è ancora perfettamente chiaro come questi soldi saranno prelevati. Li pagheremo direttamente noi, o se ne occuperanno i fornitori? Che succede agli abbonamenti gratuiti come quelli da 15 gigabyte di Google o da 5 gigabyte di Microsoft? Domande a cui, per ora, non ci sono risposte ufficiali. Ma le ipotesi circolano: aumenti diretti dei canoni, addebiti separati in fattura, o magari una riduzione degli spazi gratuiti per compensare il costo della tassa. In un paese che da anni insegue obiettivi di digitalizzazione, che investe fondi europei per portare la banda larga ovunque e che parla di transizione digitale come priorità strategica, tassare il cloud appare come un controsenso. Come chiamare a raccolta tutti verso il futuro e poi mettere un casello sulla strada.

Il sottosegretario Mazzi ha tenuto a precisare che i compensi raccolti non sono una sorta di compensazione per la pirateria, ma un equo riconoscimento per gli autori che vedono le loro opere potenzialmente copiate. Una distinzione sottile, forse troppo sottile per chi si trova a pagare una tassa su dati che non hanno nulla a che fare con musica o film protetti. Chiamarla gabella medievale, come hanno fatto i provider, è forse eccessivo. Ma definirla anacronistica, questo sì. Perché nasce da una logica vecchia di quarant’anni, quando duplicare una musicassetta era la norma, e la applica a un mondo dove la musica si ascolta in streaming e i film si guardano su piattaforme che non permettono download. Un mondo dove il cloud è diventato l’estensione naturale della memoria del telefono, non un deposito di opere piratate.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.